mercoledì 8 aprile 2015

Transgender: come Kristin Beck mi ha aperto gli occhi e il cuore verso una realtà che non conoscevo.

Se vivete negli US penso ve ne sarete accorti anche voi: un po' sottovoce, ma una nuova battaglia civile sta avvenendo in questo momento, ovunque ci giriamo troviamo i segni innegabili di questa spinta sociale e mediatica inarrestabile... e' una sorta di "guerra in sordina" che viene combattuta su molti fronti sociali, tra le forze del progresso e dell'uguaglianza civile e quelle del bigottismo e del fondamentalismo religioso, per dare pari diritti non solo alle donne e uomini omosessuali, ma a tutte le categorie incluse nella sigla LGBTQ, anche a quelle che sono da sempre tenute un po' ai margini dell'arcobaleno, a parte nelle Pride Parades; proprio negli ultimi mesi su riviste, show televisivi popolari e seguitissimi (Grey's Anatomy vi dice qualcosa?), notiziari, concorsi canori... ovunque ci giriamo, troviamo riferimenti ad una di queste categorie in particolare, e parlo ovviamente dell'ultima lettera, la lettera T. 
Mi riferisco alle persone Transgender.

Questo e' un post che scrivo e riscrivo da mesi, giuro, e' passato così tanto tempo da quando ho scritto le prime parole che all'epoca Bruce Jenner era ancora conosciuto solo per essere il patrigno un po' babbione delle onnipresenti sorelle Kardashian, Laverne Cox non era ancora stata nominata per un Emmy per il suo ruolo in Orange Is The New Black, e l'idea che il presidente degli Stati Uniti menzionasse le persone transgender in un suo discorso State of the Union era solo un'utopia...

Ma la miccia e' innescata, i tempi sono maturi, ed e' venuto il momento di mettere da parte i pregiudizi, i preconcetti nati da informazioni arcaiche ed inesatte, le opinioni basate non su ricerche scientifiche come questa (siamo ancora agli inizi, e quanta strada c'e' ancora da fare!) ma al meglio su ideologie religiose così bigotte che dovrebbero farvi vergognare di essere cristiani (o buddisti, o ebrei o di qualsiasi altra religione vi professiate), al peggio su barzellette stantie divertenti quanto un'unghia incarnata. E' giunta l'ora di aprire mente e cuore e imparare a conoscere ed accettare nella nostra società i tanti, tantissimi esseri umani che hanno sofferto e soffrono discriminazioni, ingiustizie, violenze quotidiane perché non corrispondono al canone tradizionale di identificazione sessuale "maschio/femmina" cui siamo abituati, e con la loro presenza ci sfidano ad una visione del gender/genere, che va al di la' del sistema binario che ci e' stato trapanato nel cervello da società, cultura, religione per secoli.

E' una conversazione che va fatta al di la' dei sensazionalismi, delle donne con la barba e degli uomini con la figa (dio, chissà chi arriverà al mio blog adesso!) che fanno certo scalpore e audience, ma spesso non fanno altro che perpetuare stereotipi negativi. 
E' una conversazione che va fatta con tutti, anche con le persone più giovani, anche con i bambini, al livello che possono comprendere e cui possono essere interessati, ovviamente, perché gender dysphoria, la disforia di genere e' documentabile e diagnosticabile nei bambini sin da eta' pre-kindergarten (prima dei 5 anni), e se amiamo i nostri figli, se abbiamo un cuore anche per quelli degli altri, non possiamo rimanere aggrappati ad idee che sono sbagliate non solo dal punto di vista medico, psicologico e scientifico ma anche e soprattutto, quello umano. Tra l'altro, fino ad un paio di anni fa, negli Stati Uniti almeno, la disforia di genere era chiamata gender identity disorder, disordine di identità di genere, ed era come tale classificato come una malattia mentale. Fortunatamente questa nomenclatura e classificazione sono state superate e cambiate recentemente, togliendo almeno dal punto di vista medico ufficiale lo stigma che ogni diagnosi relativa alla salute mentale comporta. Yey, un passo in avanti!!

Vorrei con questo post, se possibile, farvi capire che le sproloquiate ignoranti di personaggi al limite del ridicolo come Adinolfi e affini, vanno combattute con l'informazione, in quanto sono da considerarsi non valide sotto tutti gli aspetti in cui possono essere considerate. Perché l'ignoranza genera ignoranza, l'ignoranza nutre paure e crea vittime. Tutte le discriminazioni hanno radici nell'ignoranza e nella paura, e l'unico modo per combatterle e' informarsi con serieta' e apertura mentale. 

Vorrei riuscire a darvi delle informazioni utili che possano aiutarvi (come hanno aiutato me , visto che tutto ciò che conoscevo in merito era legato al fenomeno dei viados nei viali di Milano e altre città, quindi era poco e negativo) a conoscere meglio una categoria di esseri umani che per tanto, tantissimo tempo (eccetto in alcune culture come quella dei nativi americani ad esempio, in cui le persone dal doppio spirito - two-spirits sono venerate ed onorate perché portatrici, appunto dei due spiriti, femmina e maschio) sono stati fraintesi, derisi, marginalizzati, discriminati e perseguitati, ed ogni volta che hanno provato ad uscire alla luce del sole, fuori dai locali gay o dai confini del personaggio/macchietta comica, entro cui sono tollerati solo perché oggetto di risate e fonte di intrattenimento, hanno incontrato disprezzo, rifiuto e violenza. E le battutacce zotiche di chi non sa, e ha paura.

Vi starete chiedendo, forse, quali siano le motivazioni dietro questo mio interesse e passione, del perché voglio far parte di questa "battaglia" globale, pur nel mio piccolo...

Il motivo principale e' Kristin Beck.

                         Kristin Beck - 2014 Mike Jachles photo )

Ho "conosciuto" Kristin Beck nell'estate 2013: stavo surfando senza meta tra i vari canali televisivi, J e Violet erano andati a dormire, gli altri figli erano rinchiusi nelle loro tane, io cercavo qualcosa di interessante da guardare, visto che non ero ancora pronta ad abbandonarmi nelle braccia di Morfeo. Così di passaggio, l'ho intravista e qualcosa nella voce, nello sguardo e nell'atteggiamento di questa donna, che stava parlando con l'intervistatore Anderson Cooper, mi ha fatto fermare sul canale 200, CNN.

Era una voce leggermente profonda, un po' rauca e sensuale nella sua "diversità", non una di quelle voci iper-squillanti o strascico-nasali classiche di molte donne americane, ma una voce calma, misurata, senza inflessioni dialettali pesanti. Anche lo sguardo aveva qualcosa di profondo, e nascosta dietro un make-up leggero, si notava nei suoi occhi una quasi impercettibile nota di tristezza che, combinata alla prontezza del sorriso molto aperto, mi hanno immediatamente accattivata.

Un incontro casuale e virtuale, certo, ma Kristin mi e' entrata nel cuore, me ne sono innamorata subito, e più ho conosciuto la sua storia, più mi sono incuriosita e ne sono rimasta coinvolta emotivamente.

Kristin e' nata nell'estate del 1966 (come me!) in una famiglia di ceto medio-basso di origine nord-europea in upstate New York. Le e' stato assegnato il gender/genere (sesso) maschile, e le e' stato dato il nome Chris (Christopher).
Erano anni di fermento civile, di agitazioni, di manifestazioni e dimostrazioni contro guerre e contro governi, anni di rivoluzione musicale, di ribellione e di cambiamenti…  una realtà lontana anni luce da quella in cui era nato Chris, i cui genitori erano estremamente conservative e fortemente religiosi (prima luterani e poi evangelici). Era una famiglia in cui la Bibbia era la risposta più o meno a tutto.

Sin dai ricordi più indietro nel tempo, Chris rammenta di essersi sempre sentito a disagio nel suo corpo, si ricorda di essersi sempre identificato "dentro" più come bambina, di essere stato interessato più al mondo delle sorelle, ai vestiti con increspature, a mollette e fiocchetti, a smalto sulle unghie, che a quello del fratello … ma considerata l'epoca e la famiglia iper-tradizionalista e fortemente religiosa, non c'era spazio per le domande, per i dubbi. Chris, dopo aver visto la reazione che i primi tentativi di esprimere la sua identità avevano generato in famiglia -"You're a boy, not a girl! Boys don't cry! Pink is a girl color!"- aveva imparato subito a tenere tutto nascosto, tutto imbottigliato, represso, e la sua intera infanzia e adolescenza sono state segnate da questa profonda incongruenza tra il suo corpo e l'anima, evidente nel suo desiderio insopprimibile di voler diventare femmina, di essere come le sorelle, desiderio esternato nelle frequenti preghiere mormorate a Dio di scambiargli il corpo con quello della sorella maggiore, di cui indossava segretamente i vestiti che riusciva a "rubarle". I primi ricordi di questo cross-dressing, momenti nascosti che lo rendevano felice e lo "completavano", risalgono a prima del Kindergarten quindi a prima dei 5 anni, per poi diventare nel corso degli anni un piacere segreto e qualcosa di cui vergognarsi, una parte di se stesso da sopprimere.

Oltre al sentirsi "disadattato" per questa mancanza di allineamento tra il suo corpo e la sua "anima",  Chris per motivi mai capiti, diventa anche il punching bag (letteralmente) del padre, che lo mena frequentemente, accumulando così ai sentimenti di essere "sbagliato" dentro e fuori, di essere diverso, quelli di non essere all'altezza, di non essere degno dell'amore del padre. Un cocktail tristissimo di bassa autostima, inadeguatezza e vergogna che lo accompagneranno per i primi 44 anni della sua vita.

La religione ovviamente (non poteva essere altrimenti, vero?) ha giocato anch'essa la sua parte lurida, particolarmente dopo che i genitori, trasferita la famiglia in Virginia, cominciano a frequentare la chiesa di uno dei pastori più intolleranti e odiosi degli US, Jerry Falwell... si', proprio quello che aveva dichiarato che Tinky Winky, uno dei Teletubbies, era gay, e che aveva affermato che l'AIDS era l'espressione della collera di Dio contro i gay e contro una società che tollera gli omosessuali… gran bella persona davvero, proprio ciò di cui Chris NON aveva bisogno!
Quale fosse il livello del senso di isolamento e di solitudine in cui viveva Chris non e' facile da comprendere… Non solo non c'era nessuno con cui confidarsi, nessuno con cui parlare apertamente senza correre il rischio di essere deriso, come minimo, della discrepanza tra la sua identità interiore e quella esteriore, aggiungiamoci come ciliegina che, secondo gli insegnamenti religiosi ricevuti, Chris per il "suo" Dio era un peccatore, un pervertito, un abominio. La causa di tutti i mali del mondo.

Chris si butta nello sport, nel football, e visto che il padre era il coach della squadra della high school e lui era atleticamente dotato e di una determinazione notevole, riesce a conquistarsi un po' della stima paterna. Ma come adolescente rimane schivo, con pochi amici... cerca di avere una ragazza, ma non si sente mai a suo agio e tutti i tentativi di relazionarsi come maschio con le ragazze, falliscono.

Dopo essersi laureato in scienze politiche e aver intrapreso una carriera come analista a Washington, D.C., su suggerimento di un collega che ne aveva fatto parte anni prima, decide di di arruolarsi nella US Navy, nella marina militare, e di partecipare all'addestramento per diventare un Navy SEAL, il gruppo più elite dei Marines.

Ho scoperto durante la ricerca per questo post che per molte persone transgender, specialmente M to F (Male to Female, da maschio a femmina), una carriera militare serve spesso da copertura non tanto per "gli altri", ma per se stessi, perché far parte di un ambiente altamente virilizzato, in una cultura impregnata di testosterone come quella militare e' quasi una necessita' non solo per mettere alla prova la propria mascolinità e il proprio valore, ma anche perché la vita militare e' così intensa e vissuta sempre in movimento, sempre in azione, sempre testando i propri limiti fisici e mentali, che lascia poco tempo libero per pensare, per piangersi addosso, e in particolare per "rifugiarsi" nella propria identità segreta.
Per Chris si trattava anche di un tentativo estremo di cercare "una cura", di cercare di far sparire questo suo sentirsi profondamente donna, che nessuno avrebbe accettato e che nemmeno lui riusciva a comprendere, a quel punto.

In questo momento le stime danno il numero di transgender in un ruolo attivo nel forze armate americane ad oltre 15 mila individui. Ma devono tenere la loro identità nascosta, perché l'eliminazione della legge Don't Ask, Don't Tell non ha incluso anche le persone transgender. Se includiamo anche i veterani, chi e' "in pensione" (che non significa necessariamente essere un/a vecchietto/a, eh? si può andare in pensione da una carriera militare dopo 20 anni) il numero sale a quasi 150 mila persone! Per fortuna ora, grazie anche a Kristin, il Pentagono e' sempre più vicino ad aprire le porte del servizio militare alle persone apertamente transgender (come già fanno altre forze armate nel mondo, ad esempio quelle australiane, quelle britanniche, quelle israeliane, etc.)

Dopo le 8 settimane di boot camp e il training specializzato per diventare Quarter Master, Chris inizia il training per diventare membro dei Navy SEAL, il cosiddetto BUD/S (Basic Underwater Demolition/Seal): per darvi un'idea, e' il training rappresentato, in modo fittizio ovviamente, nel film G.I. Jane, con Demi Moore… potete farvi un'idea più accurata del tipo di addestramento super-umano cui le reclute sono sottoposte qui. Chris eccelle durante questi 6 mesi di prove fisiche e mentali intensissime, tanto che gli viene riconosciuto il ruolo di Honor Man, un risultato eccezionale per qualsiasi persona, in particolare per uno "come lui".
Chris diventa così ufficialmente un Navy SEAL. I genitori sono finalmente orgogliosi di lui, e lui di se stesso: essere parte di una gruppo speciale, avere una "famiglia" di altri SEAL con cui stabilire anche per necessita' un legame fortissimo, e una carriera al servizio del proprio paese, gli danno una ragione per vivere, e lui si butta in questa professione con tutta l'anima, il corpo e la mente, partecipando in 20 anni di servizio militare a 13 deployments (per 13 volte e' stato inviato all'estero) di cui mi sembra 10 in posizione di combattimento, membro dell'unita' anti-terrorismo chiamata SEAL Team 6 (il gruppo che riuscirà poi a fare il raid nel compound di Osama Bin Laden, per dire), distinguendosi per la sua ingegnosità (diverse sue idee sono state poi implementate fisicamente a beneficio di tutte le forze armate) e per il suo valore.
 Ferito diverse volte, ha ricevuto molte medaglie per valore ed eroismo, incluso il Purple Heart, la Bronze Star con la V e molti altri riconoscimenti.


      Chris Beck con le numerosi decorazioni  - 2011 (da CNN) 

Ma questi 20 anni come SEAL non sono serviti a cancellare la sua identità di donna e, uscito dal militare nel 2011, con 2 divorzi alle spalle, e 2 figli con la prima moglie, ragazzi che quasi non conosce perché nati tra un deployment e l'altro, decide di fare l'azione più coraggiosa della sua vita, e di "uscire" all'aperto come donna, iniziare la sua transizione per fare finalmente combaciare l'esterno con l'interno. 

Libera di essere finalmente se stessa, Chris diventa Kristin, e con un coraggio unico decide di raccontare la sua storia ad una psichiatra che poi si fara' autorizzare a scrivere, molto malamente tra l'altro, un libro (Warrior Princess, la Principessa Guerriero) e che, con una sorta di truffa, togliera' a Kristin ogni diritto di scrivere libri sulla sua vita, lasciandole solo la possibilità di rilasciare interviste o partecipare a documentari (questa situazione e' ancora un po' poco chiara, ma Kristin non riceve un centesimo dalle vendite del libro ed e' molto esplicita sul fatto che on vuole supportarlo o spingerne la vendita). 
Questo libro, per quanto sia "maledetto" per i problemi legali che ha creato a Kristin, riesce pero' a creare molto interesse per la sua storia, e infatti l'intervista con Anderson Cooper su CNN, e la copertura mediatica che ne e' seguita, nasce proprio in seguito ad esso; da quel momento in poi, Kristin, quasi controvoglia, diventa un'attivista per il riconoscimento dei diritti dei transgender non solo in ambito militare (visto che comunque servono e hanno servito nella forze armate ugualmente, ma "in the closet") ma per diritti dei transgender in generale.

Un anno dopo, nel 2014, esce un documentario molto bello e molto toccante dal titolo Lady Valor (prodotto da CNN e disponibile su Netflix e Vimeo, per chi fosse interessato), che ho guardato con le ragazze, in cui Kristin viene seguita da una una telecamera nella sua vita quotidiana, telecamera che la coglie nelle interazioni col padre (che ancora lo chiama Chris e si riferisce a lei con pronomi maschili, ma che ha accettato la sua transizione), con  il fratello e una delle sorelle (la madre e le altre sorelle stavano all'epoca ancora "lottando" contro la sua trasformazione, la madre le aveva persino detto "Ma non potevi essere gay, come tanti?") che adesso ammette di adorare Kristin come sorella maggiore... 
La vediamo con leggings e stivali coi tacchi partecipare al tiro al piattello con padre, fratello e sorella (e dimostrare la sua mira infallibile!), la seguiamo in giro per gli US con il suo cane Bo nel suo camper, durante vittorie e riconoscimenti, nei momenti di gioia con gli amici, e anche i dispiaceri e i dolori, quelli fisici dovuti alle numerose ferite durante le azioni di combattimento, e quelli mentali, dovuti ai suoi demoni personali, di cui riusciamo ad avere un assaggio, ad esempio, quando parla brevemente al telefono con i figli, che ovviamente stanno facendo fatica ad accettarla.... La vediamo scegliere vestiti, mettersi il make-up... gesti normali nella vita di molte donne, che diventano pero' vittorie civili perché fatte da lei di fronte a una telecamera e a un pubblico. 
Una delle parti che mi ha colpito di più e' quando una persona, una donna, venuta a casa sua per un lavoro mi sembra, si rende conto che Kristin e' transgender e le chiede "So now, do you like men or women?" Allora adesso cosa ti piacciono, gli uomini o le donne?
La risposta di Kristin sarebbe da incorniciare nella sua sempicita': "I like people".  Mi piacciono le persone. Boom. Ecco la risposta a tutte le domande: cosa importa il sesso, l'orientamento sessuale, il modo di vestirsi o di presentarsi! Parafrasando Martin Luther King Jr., dobbiamo imparare tutti a giudicare le persone, e ad amarle, per il contenuto del loro cuore.
Oggi Kristin e' candidata al congresso per lo stato del Maryland, e sono sicura che più che mai si trova a combattere contro stereotipi e ignoranza. Spero proprio che vinca (credo che sarebbe la prima rappresentante transgender nel congresso americano) perché oggi più che mai abbiamo bisogno di integrità e coraggio nel governo.


Kristin Beck - Lady Valor

I like people, mi piace la gente, una verità essenziale e schietta, mentre noi siamo così fissati nel cercare di ingabbiare ed etichettare lo spirito umano, metterlo sempre su un binario e limitarne il viaggio... Siamo tutti in qualche modo ancora presi dall'idea che tutto ciò che esce in qualche modo dal sistema binario in cui classifichiamo le persone sia qualcosa di pervertito da evitare, da "curare", certamente inferiore e da ridicolizzare. 
Ma al di la' di questo rigido dualismo che siamo abituati ad usare come metro per misurare una persona, davvero, nel grande schema della vita, in questa nostra ricerca della persona da amare e da cui essere amati, e' davvero così importante sapere se questa persona e' maschio, femmina o quant'altro?
Alla fine Kristin ha un solo desiderio, che esprime durante il documentario diverse volte, che e' poi il desiderio che abbiamo tutti: di vivere la sua vita con dignità ed essere felice. Dice "I'm a human being and I deserve dignity and respect. It would be such a sucky world if we were all the same" Sono un essere umano e merito dignità e rispetto. Il mondo farebbe proprio schifo se fossimo tutti uguali. 
Ci sono una semplicita' e una chiarezza nel suo messaggio, che sono impossibili da negare.

La storia di Kristin Beck e' una storia tipica di molte persone transgender, e ce ne sono tantissime, che per anni hanno dovuto reprimere la loro identità e nascondersi negli armadi, spesso letteralmente, ogni volta che volevano esprimerla, costretti a vivere la vita entro i confini dati da società, cultura e religione e basati solamente sulla loro anatomia.
Ogni giorno su notiziari e programmi televisivi, telefilm, film, siamo testimoni della presenza in mezzo a noi delle persone transgender, spesso purtroppo solo perché vittime di assalti e violenze: secondo le statistiche più recenti, ci sarebbero in questo momento più di 700,000 individui transgender in America, ma un numero esatto e' difficile da ottenere in quanto molti vivono la loro vita da anni stealth, clandestinamente, cioè lontani dalle loro famiglie e da vecchi contatti, senza rivelare a nessuno la loro transizione, e senza che la società se ne accorga; come ad esempio e' successo alla Professoressa Lynn Conway, che ha allineato il suo corpo/genere biologico (maschio) con la sua identità di femmina negli anni '60 e ha vissuto per anni senza che nessuno sapesse che, anagraficamente, questo genio informatico, fosse nato maschio. Potete leggerne la storia incredibile qui (c'e' anche il link in italiano). 

Le probabilità sono elevate che conosciamo tutti almeno una persona che sia transgender, spesso senza che lo sappiamo, ed e' vero che oggi sembra che sempre più persone "di una certa eta'" si dichiarino transgender, ma non si tratta di un segno dell'arrivo dell'apocalisse o la conferma della depravazione del mondo, come le voci più impaurite e ignoranti della societa' vorrebbero farci credere: ringraziamo invece il progresso raggiunto grazie all'impegno e alla dedizione di attivisti come Kristin e dei suoi sostenitori, che hanno reso possibile una maggiore accettazione di una realtà che esiste da sempre, ma nascosta, perché adesso identificarsi come transgender e' leggermente meno pericoloso di qualche anno fa, in quanto certamente esiste più supporto e più informazione.

Informazione e supporto disponibili a tutti, anche a chi, come me, transgender non e'.
Così mi sono buttata nella ricerca, tra articoli, libri, video, e ho imparato tantissimo. 
Senza nessuna presunzione, e nella speranza di non offendere o fare torto a nessuno che sia  transgender, eccovi una sorta di "bigino" veloce per capire meglio i vari aspetti dell'essere transgender e alcune delle sue diverse sfaccettature. Non e' assolutamente completo, ma spero vi dia almeno un'idea della profondità dell'universo nascosto dietro la parola transgender.

GENDER, questo sconosciuto.

Gender e' il termine inglese che significa "genere" e quando lo si usa linguisticamente, ci si riferisce alla classificazione di maschile, femminile e neutro, che in inglese appunto (ed altre lingue) viene attribuita ad oggetti e "cose" che ovviamente non presentano caratteristiche biologiche sessuali (parentesi: provate voi a spiegare ad uno di madrelingua inglese perché la banana e' femmina e il cespuglio e' maschio... insomma l'assegnazione di genere in molti linguaggi e' assolutamente arbitraria...)

Quando parliamo di gender in ambito biologico, generalmente ci riferiamo all'assigned gender (biological gender), il genere assegnato, quello biologico, cioè all'anatomia sessuale evidente alla nascita di ogni individuo, ed e' strettamente binario (con l' eccezione degli individui chiamati "intersex", cioè persone nate con un'anatomia esterna e/o interna che non sono chiaramente definite o che non si adattano a nessuna definizione di genere, spesso per anormalità cromosomiche, o di altro tipo) e, manco fosse scolpito nella roccia come la tavola della legge di Mose', determinerà dalla nursery dell'ospedale all'estrema unzione, il modo in cui una persona verra' identificata, socializzata e limitata, con "l'aiuto" e la pressione esercitata da famiglia, società e dalla miriade di altre influenze esterne che ci marchiano dal momento in cui siamo nati. Il gender biologico diventa lo "stampino" cui dobbiamo tutti adattarci, secondo un copione sociale che ci dipinge di azzurro o di rosa, dimenticandosi dell'infinita varietà dei colori presenti in natura.

Ma il gender e' molto di più di quanto si nasconde sotto boxer o mutandine.

Uno dei fattori più banali e più importanti nella classificazione femmina/maschio degli esseri umani, perché e' il più visibile, e' quello che serve da comunicazione immediata con gli altri membri della società, cioè la gender expression, l'espressione del genere, in altre parole, come ci esprimiamo, come ci presentiamo, il mix di segnali che "lanciamo" verso l'esterno, che include ma non si limita a: quello che indossiamo, il taglio di capelli, l'uso o meno del make-up, il modo in cui ci muoviamo, i giochi che preferiamo, persino l'interesse verso un certo tipo di lavoro/carriera piuttosto che un altro; tutte cose che non hanno niente a che vedere con l'identità di una persona di per se', ma con il livello di "allineamento" che ognuno di noi ha con delle convenzioni sociali fittizie (ma accettate da "tutti"), con delle caratteristiche esterne che la società in cui viviamo ha deciso siano identificative di un genere o un altro. Prendiamo ad esempio una gonna: un vestito o una gonna nella societa' occidentale odierna sono considerati una espressione della femminilità di una persona, così come le scarpe coi tacchi che, a parte alcuni circoli più aperti e come quello della moda, danno il messaggio immediato "femmina".
Spostiamoci geograficamente o nel tempo e vediamo che in alcune parte del medio oriente indossare un caftano e' per gli uomini la norma, oppure nella Francia del Re Sole gli uomini sfoggiavano dei tacchi da giramento di testa.  
Per la maggior parte delle persone, l'espressione del genere si allinea senza troppi problemi con quanto stabilito, ma quando non succede la societa', confusa, reagisce ridicolizzando chi fuoriesce dalle regole, oppure con odio e violenza. Basti pensare agli sforzi che ha dovuto fare il movimento femminista negli ultimi 40/50 anni, per far si' che alle donne fosse consentito presentarsi con identificativi tipici maschili (capelli corti, giacca e pantaloni, ad esempio) senza problemi. Mi ricordo quante volte mia mamma, ma anche mio padre, mi avevano rotto le palle da bambina, perché ho sempre prediletto (almeno da quando ho dei ricordi) indossare capi comodi che mi consentissero ad esempio di arrampicarmi su un albero e appendermi a testa in giu. Ero un "maschiaccio" (che parola negativa!) allora, ma ancora oggi, pur possedendo abiti, gonne e scarpe col tacco, jeans e maglietta rimangono la mia "divisa", l'abbigliamento in cui mi trovo più a mio agio, in cui mi sento più me stessa. Ma anche se scelgo di esprimermi con alcuni tratti esterni che sono considerati più maschili che femminili, questo non mi identifica con un maschio perché IO non mi sento maschio. Mi sono sempre sentita femmina dentro, sono sempre stata attratta da persone del sesso opposto al mio... era come esprimevo il mio genere che metteva in difficoltà a volte la società e i miei genitori. 

Ma il gender e' molto di più di quanto chi ci sta intorno può vedere e notare di noi..

La parte forse più importante del concetto gender si riferisce a ciò che ogni individuo sente di essere internamente. Parlo della gender identity, l'identità di genere che e' qualcosa che non necessariamente coincide con il genere biologico e/o il modo in cui ogni individuo sceglie di esprimersi. L' identità di genere e' qualcosa di interno, di profondamente radicato, ed e' la parte centrale del senso di se' di tutte le persone. Ognuno ripensi a se stesso quando era bambino/a: immaginatevi se qualcuno, un genitore o un insegnante fosse venuto a dirvi no, non sei maschio (o femmina) negando così il genere in cui presumibilmente vi siete sempre sentiti a vostro agio (probabilmente quello biologico)... cosa avreste provato? E' difficile da spiegare e da capire, per chi non e' transgender: si tratta di una condizione di cui per anni (secoli) si e' saputo poco o niente, e che solo oggi viene studiata e considerata scientificamente. Si stanno ancora studiando le possibili cause fisiologiche del "transgenderismo" come condizione biologica di incongruenza tra identità di genere e genere biologico, e diversi studi puntano alla struttura dell'ipotalamo e del sistema nervoso centrale, che si "creano" durante le fasi iniziali della gravidanza, durante il processo di imprinting regolato da ormoni; l'embrione il cui sistema nervoso centrale e' mascolinizzato, da bambino percepirà se stesso come maschio, indipendentemente dall'esistenza di cromosomi xy; se invece il sistema nervoso centrale non viene mascolinizzato a livello embrionico, il bambino percepirà se stesso come femmina, a prescindere dalla presenza dei cromosomi xx.
Di sicuro si sa che l'identità di genere e' forte e insopprimibile, e non e' determinata da un costrutto sociale, da come una persona viene cresciuta, dalla famiglia o dall'ambiente in cui cresce. E non ha niente a che vedere con l'identità sessuale. 

Perché il genere biologico, l'espressione del genere e l'identità di genere di ogni individuo sono assolutamente indipendenti dal suo orientamento sessuale.

Parlavo prima delle "regole" della societa' in cui ci troviamo a vivere e di come siano legate strettamente all'assegnazione del gender biologico e, come gli argini artificiali di un fiume, cerchino di tenere il miscuglio che rende ognuno di noi unico sotto controllo, facilmente identificabile. Una di queste regole, che non ho mai capito perché sia diventata in qualche modo uno dei punti di battaglia di tutte le religioni, o quantomeno di quelle di origine abramitiche, e' l'orientamento sessuale: non importa quale sia il tuo genere biologico, per evitare la collera di dio, o forse quella dei sui seguaci più zeloti,  devi essere attratto da un essere umano (vedete, non parlo di cani o capre...) biologicamente di genere opposto al tuo. Quando questa regola non viene rispettata, secondo pastori, vescovi e altri leader religiosi, pare che dio si incazzi come una biscia e faccia piovere cavallette a destra e manca e, come punizione ai liberali pro-gay di Hollywood, si succhi tutta l'acqua della California!  

Quello che penso dell'omosessualita' e dei matrimoni tra persone dello stesso sesso, del loro diritto di formarsi una famiglia, lo ho già espresso ampiamente qui e in molti altri post (vedi quelli etichettati gay rights), e qui negli US negli ultimi 3 anni sono stati fatti enormi passi in avanti verso la parita' civile, i matrimoni gay sono legali e riconosciuti nella maggior parte degli stati, ma altri stati (notare la locazione geografica... il mid-west e il sud>> Arkansas, Georgia, Kentucky, Louisiana, Michigan, Mississippi, Missouri, Nebraska, North Dakota, Ohio, South Dakota, Tennessee, Texas) rimangono ancorati alla parte sbagliata della storia... Insomma, la battaglia per l'uguaglianza e' lungi dall'essere vinta, quando ancora si discute la legalita', anzi la costituzionalità dei matrimoni tra persone dello stesso sesso non perché esistano ragioni razionali, legali o logiche, ma perché in questi stati, e in Italia, si usa come guida civile una collezioni di libretti/storie scritti 3500 anni fa da un gruppo di uomini che temevano che tutti fenomeni naturali e celesti fossero espressione delle emozioni di un'entita divina (gender asssegnato maschio, ovviamente) che a parer mio sfoggia caratteristiche comportamentali molto simili alla sindrome premestruale della sottoscritta (non chiedetemi dettagli), che invece di essere legate alla fase del ciclo biologico femminile, sono strettamente connesse ai comportamenti sessuali di una specie animale su centinaia di milioni presenti su questo pianeta, l'essere umano: altro che Dio d'amore, questo padre/padrone/creatore/guardone e' un'entità vendicativa, incazzosa e che, ammettiamolo dai, si comporta un po' come un sex-addict, un po' troppo interessata a quello che succede solo le coperte tra gli esseri umani per essere davvero divina... 
Ma divago...
Come potete immaginare, anche parlando dell'orientamento sessuale in riferimento alle persone transgender, non esistono regole: alcune persone transgender, che prima della transizione avremmo considerato omosessuali perché attratte da persone del loro genere biologico/identita biologica, una volta allineato il loro gender biologico e/o espressione di gender con la loro identità, diventano eterosessuali, e viceversa. Joanne Herman, autrice del libro "Transgender explained for those who are not" (Transgender spiegato per chi non lo e') era sposata con una donna, quando ancora era conosciuta come Jeff. Diventata Joanne nel 2002, a quasi 50 anni, e' rimasta attratta dalle donne, in particolare e' rimasta sposata alla moglie di molti anni, diventando a tutti gli effetti una lesbica. E così anche Kristin Beck, perché come dicevo sopra, l'orientamento sessuale e' assolutamente indipendente da tutto il resto che definisce il genere di una persona.

Quindi, riassumendo, il gender e' molto di più che la presenza di un pene o una vagina, del pomo d'Adamo o delle tette. E molto di più del colore che preferiamo indossare o del fatto che ci piaccia giocare con i pentolini o i camioncini...
Per capire bene la complessità e varietà di gender possibili per ogni essere umano, studiatevi bene questa "Genderbread Person" (gioco di parole da "gingerbread man") qui sotto, che conferma come cercare di definire il gender sia come una ricetta, un pizzico di questo, un pizzico dell'altro... 
Se non riuscite a leggere tutte le spiegazioni scritte (sono minuscole..),  questo e' il link...




Transgender BON-TON: ovvero come comportarsi con una persona transgender

Anzitutto, quando ci si riferisce ad una persona transgender, usiamo il pronome che rappresenta l'identità con cui la persona si presenta, quindi ad esempio, parlando di Kristin Beck, ho usato il pronome femminile, perché lei si presenta come donna, si considera donna, e' donna.

Dovessi parlare di Chaz Bono, nato biologicamente femmina (Chastity) da Cher e Sonny Bono, userei "lui", perche' Chaz si presenta come uomo, si considera uomo, e' uomo. Nel caso di persone la cui identita' e' meno chiara, va bene chiedere rispettosamente come questa persona voglia che ci rivolgiamo a lei, se come "lei", "lui" o in qualsiasi altro modo preferiscano. Avevo letto una volta un articolo (italiano) in cui ci si riferiva ad una donna transgender come "lui": l'ho fatto anche io, parlando di Chris, prima della sua transizione, perché pur avendo già un'identità femminile, si presentava come maschio.
Siete confusi? Non siete i soli, ma ricordiamoci che nel dubbio, e' consentito chiedere, se lo si fa rispettando la dignità della persona.
E per favore, cerchiamo di non usare transgender come nome, e' un aggettivo, quindi usiamolo come tale: un uomo transgender, una donna transgender, persone transgender.
Io tendo ad evitare l'uso di termini come trans/tranny e persino transessuale (anche se quest'ultimo e' politicamente/linguisticamente corretto), per il motivo principale che hanno una connotazione negativa al limite dell'insulto.
Quindi vi do la mia benedizione per usare il termine transgender liberamente: si', e' una parola inglese, ma non ha il peso di anni e anni di ingiurie legate ad essa.

Un enorme NO-NO: non e' consentito chiedere alla persona trangender se sia stata operata, "cosa abbia sotto le mutande" o se le tette siano vere o finte... sono domande invadenti, che non faremmo a persone non-transgender, quindi nello stesso modo, nonostante la forte curiosità, comportiamoci in modo educato. Tra l'altro, per molte persone transgender, almeno qui, l'intervento chirurgico di allineamento sessuale e' una procedura non coperta dall'assicurazione sanitaria, quindi rimane qualcosa di irraggiungibile; se poi consideriamo che, proprio per la discriminazione che ancora e' consentita in molti stati, quando una persona si dichiara transgender (vuoi che sia prima della transizione o dopo) le probabilità sono elevate che possa venire licenziata, iniziando così un ciclo di difficoltà economiche che partono dal nel trovare e mantenere un lavoro (vi ricordate quando parlavo dei viados? Per molti transessuali/transgender non e' che la prostituzione sia una scelta, diventa l'ultima spiaggia per sopravvivere...), una casa, etc.
Altre persone transgender poi scelgono di NON fare nessuna operazione perché si sentono sufficientemente a loro agio solo con i cambiamenti impartiti dalle iniezioni di ormoni e dalla possibilità di esprimere esternamente la loro identità, al di la di quello che si nasconde sotto boxer e mutandine (repetita iuvant...)
E mai, MAI... come dite in Italia?, "fare outing" di una persona transgender che non si e' rivelata al mondo come tale!!

I bambini transgender

Ci sono persone, qui come in Italia, che aggrappandosi ad ideologie che, sostengono loro, sono nate dalla loro forte fede e religiosita', perpetuano quanto di meno amorevole e "buono" esiste nelle loro religioni. Si proclamano difensori della civiltà, della libertà d'espressione e della "famiglia naturale",  queste sentinelle dai tanti nomi, ma sono tutti solo dei paladini di ottusità medievali che mi fanno venire i conati di vomito. E sostengono che l'idea del gender sia frutto di non so quale demonio corruttore dell'innocenza dei bambini.
Ma proprio perché i bambini sono innocenti invece, e' vero l'opposto: nella loro purezza i bambini sanno quello che "sentono",  e chi ha figli può confermare, sanno "chi sono" sin da quando hanno circa 2 o 3 anni, cioè da quando finalmente riescono a distinguere la loro esistenza come separata da quella della mamma (o della persona più presente fino a quel momento). Quando si rendono conto di non essere un'appendice del genitore, li' cominciano a dichiarare la loro identità. E per la maggioranza dei bambini, l'identità e' chiaramente in linea con quanto i genitori si aspettano: camion, trenini e spiderman per i maschietti, bambole e cagnolini, principesse e vestitini per le femmine.
Vi ricordate quando parlavo di gender expression? Be' ci sono tanti bambini che se ne sbattono di quello che i genitori gli appioppano e si interessano a giochi o attività o vestiti che sono considerati più un'espressione del sesso opposto. Anche in questo caso, il rosa e l'azzurro sono solo due estremi, io ad esempio giocavo per ore col cicciobello, ma erano sempre avventure nella giungla, sulle montagne, dove i cicciobello era il mio fratellino che io dovevo in qualche modo salvare... insomma tra il rosa e' l'azzurro, esistono 1000 sfumature di grigio...
A volte queste espressioni e queste preferenze cambiano col tempo, a volte no, ma non influiscono sull'identità di genere del bambino.
Ma altre volte, non si tratta solo di una fase, di un periodo in cui bambino vuole giocare con le bambole o una bambina che preferisce indossare i pantaloni alle gonne.
A volte e' una certezza che pur nella sua giovanissima eta', il bambino/a non può smettere di esprimere, di urlare... e se un genitore e' attento e ascolta il proprio figlio, invece delle voci stonate e gracchianti che vengono dai pulpiti delle chiese e templi vari, capisce che si tratta di qualcosa di più profondo di un periodo di confusione...

Cosi' come e' successo a Jazz, che nel 2007 e' stata soggetto di uno special su ABC, condotto dalla mitica Barbara Walters (non lo trovo online ma potete guardare uno special fatto per un canale australiano nel 2009 qui): la prima bambina transgender ad essere sottoposta allo scrutinio pubblico di una nazione che stava appena "scaldandosi" all'idea che gli omosessuali fossero persone normali e non dei pervertiti da mettere al rogo, o il frutto di qualche atto incestuoso tra due diavoli. A 6 anni aveva appena cominciato ad apparire in pubblico secondo la sua identità di femmina. Perché la "fase" in cui questo "bambino" voleva vestirsi continuamente come una bambina, la "fase" in cui correggeva (sin da quando aveva iniziato a parlare) i genitori che dicevano "You're such a  good boy!" dicendo "I'm a girl", non era una fase. Perché una fase per sua natura ha un inizio e una fine. Per Jazz invece era qualcosa che continuava e cresceva ogni giorno. Jazz a 7 anni circa spiega come può cosa vuol dire essere transgender:



Da allora,  Jazz e' rimasta sempre al centro dell'attenzione del pubblico, diventando anche lei un'attivista per la causa della gioventù transgender (ha anche scritto il libro per bambini I Am Jazz) e più recentemente e' stata inclusa dalla rivista Time nella lista dei "Most Influential Teens", una degli adolescenti di grande influenza, e un paio di mesi fa e' stata scelta dalla Johnson & Johnson come la "faccia" che rappresenta la marca Clean and Clear per la nuova campagna nazionale "See the Real Me". E in una mossa che ho applaudito in piedi per diversi minuti, lo stesso canale che produce lo show dei conigli fondamentalisti... dei Duggar, quest'estate manderà in onda un reality con Jazz come protagonista, intitolato All That Jazz  Cosa vi dicevo all'inizio del post? La miccia e' accesa....




Ma Jazz e la sua famiglia non sono sole.
Durante la mia ricerca mi sono imbattuta nella storia di Ryland Whittington. Simile a quella di Jazz, ma dal punto di partenza opposto. La famiglia di Ryland ha creato >> questo video <<, che ogni volta che guardo mi commuove manco stessi tagliando 2 chili di cipolle. Mi sembra giusto che ve lo guardiate anche voi... perché tutta la confusione, magari l'odio, o il disprezzo, il ridicolo che potete provate ancora per le persone transgender, dovrebbe sciogliersi. Se non succede, siete dei mostri.

Un'altra bambina di 6 anni, A.J. ha avuto la fortuna di nascere in una famiglia che, nonostante fosse molto religiosa e politicamente schierata con il partito che e' notoriamente contro i gay (come quella in cui e' nata Kristin), si e' fermata ad ascoltarla e ha avuto il coraggio di cambiare tutto, città, amici etc. per dare alla figlia la possibilità di essere se stessa. Nel video qui sotto la madre, Debi Jackson, racconta la loro storia, la storia della loro bambina, nata nel corpo di un maschio, ma che già a 4 anni diceva "Mom, you know I'm a girl, right? I'm a girl inside"e controbatte con lucidità molti dei commenti e delle critiche che ricevono quotidianamente dalla gente che si imbatte nella sua famiglia. Da non perdere anche questo!



Tanti genitori illuminati ascoltano i propri figli, pensiamo ad Angelina e Brad, che hanno accettato il fatto che Shiloh da anni voglia farsi chiamare John. Oppure alla mamma di Cory, un teenager transgender in Canada, o ai genitori di Kyle... quanti bambini, quanti ragazzi possiamo salvare da una vita di incongruenza e di dolore, riconoscendo il loro diritto di essere chi sono, senza giudizi e pregiudizi?
E' importante riconoscere se un proprio figlio e' transgender da piccolo, perché e' possibile posticipare la pubertà (che porta con se tutti i tratti sessuali secondari che, se non corrispondono all tua identità di gender vera, sono una vera e propria tragedia: seno, curve, barba, pomo d'Adamo, voce bassa, etc.) dando un po' più di tempo prima di iniziare il trattamento ormonale per allineare il gender biologico il più possibile all'identità.... Perché una volta cambiata la voce, ad esempio, non ci sono iniezioni di estrogeno che te la facciano tornare a livelli più "femminili".
E' importante riconoscere, accettare ed aiutare un figlio transgender, e rendere la nostra società inclusiva di tutto lo spettro LGBTQ perché la percentuale di suicidi per le persone transgender supera il 40% (negli US), e considerato che molte famiglie si rifiutano di ascoltarli, si rifiutano di aiutarli ed accettarli, molti ragazzi transgender finiscono per strada, senza casa, senza soldi, senza aiuto, con un corpo che non e' il loro e nessuno che li aiuti o li accetti.
Aggiungiamo al suicidio anche gli atti di violenza perpetrati quasi quotidianamente contro le persone transgender, gli omicidi.... avete mai sentito parlare di "transphobia"? Pare che sia la difesa usata spesso da persone che decidono di ammazzare una persona transgender...
Ignoranza, paura,  discriminazione, violenza. E' un ciclo che dobbiamo interrompere.

Perche' alla fine questa e' vera empatia, questa e' vera compassione, non quella sbrodolata dai pulpiti la domenica, che e' spesso accompagnata da una bella dose di discriminazione e bigottismo. E' quella che consente, anzi promuove il diritto alla dignità, al rispetto e alla ricerca della felicita' di tutti gli esseri umani, a prescindere dal loro gender e dal gender di chi amano.



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Alcune risorse utili per chi vuole approfondire l'argomento (lista che cercherò di tenere aggiornata):

SUL WEB

Transgender in the military Blog

Transgender Kids (Supporto per bambini e adolescenti transgender e le loro famiglie)
Prof. Lynn Conway's Website (informazioni sui transgender e i transessuali, principalmente da M a F)
Transparenthood (esperienze di genitori con figli transgender)
Welcoming Schools (Risorse e strumenti per promuovere l'inclusione e fermare il bullismo nelle scuole)


FILM/DOCUMENTARI/TV

Transamerica (con Felicity Huffman)
Transparent (serie televisiva, prodotta esclusivamente per Amazon Prime)
Lady Valor (con Kristin Beck)
Just Gender (documentario fatto di spezzoni originali e interviste di numerose persone transgender)




lunedì 16 marzo 2015

Una sola scelta, che puo' salvarci la vita, salvare quella degli animali e del nostro pianeta.

Traduco e condivido il mio articolo appena pubblicato nella Newsletter della Co-op, edizione Primavera 2015,
Lo faccio perché vorrei che tutti avessero l'opportunità di essere informati, per poter scegliere poi con coscienza. Tutti dovrebbero guardare il documentario che menziono, tutti.
(L'articolo originale lo trovate sotto il trailer del documentario, mentre potete leggere quello pubblicato (l'editore ha apportato un paio di modifiche) qui a pagina 6 se vi interessa...)


"Con il bombardamento di informazioni sulla nutrizione di cui siamo sommersi su riviste, libri e internet, non c'e' da meravigliarsi che la gente sia ogni giorno sempre più confusa su cosa sia una "dieta sana": dalle "50 sfumature" della dieta Atkins (paleo, low-carb, cioe' a basso contenuto di carboidrati, etc.), a quella senza glutine, dalla dieta DASH (dieta contro l'ipertensione) a quella "tutto in moderazione", e' difficile sapere cosa costituisca davvero una "buona" dieta, una dieta che non solo ci mantenga in vita, ma che ci consenta di prosperare.

Naturalmente, siccome ho appena celebrato il mio nono anniversario da quando sono diventata vegan (conosciuto come "veganniversario"), vi dico che da quel sabato di febbraio 2006 quando dissi alla mia famiglia che non avrei più comprato o cucinato prodotti animali, ho sperimentato la mia migliore salute (spariti sono le emicranie e i mal di testa che mi tormentavano diverse volte alla settimana, ad esempio), ho avuto una gravidanza assolutamente inaspettata e meravigliosamente senza problemi dopo i 40 anni (la migliore di 4), sono stata testimone di miglioramenti fenomenali nella salute di mio marito e, lo so che questo sembrera' un esempio puramente aneddotico, ma i miei figli davvero non si ammalano quanto (o del tutto) i loro compagni e amici e quando lo fanno, la guarigione e' generalmente veloce.
Quindi per me, e per molte altre centinaia di migliaia di americani, una dieta fatta di cibo a derivazione vegetale e il meno possibile trasformato e' non solo una "buona" dieta,  ma definitivamente la dieta migliore, l'unico modo per alimentare e nutrire il corpo umano e prevenire malattie di origine alimentare (come il diabete mellito, l'obesità, le malattie cardiocircolatorie, la gotta.etc.) ed invertirne il decorso.

So che ci sono molti "seguaci" di altri modi di alimentarsi che possono vantarsi che la loro salute e' migliorata, che hanno perso peso, etc. ma ciò che rende l'alimentazione a base di vegetali/amidi completamente unica e' il fatto che e' la sola che non solo e' "buona" per gli essere umani, ma e' anche "buona" per gli animali, e nessuno può contestare questo. Se teniamo in considerazione il benessere degli animali e la durata media della loro vita, una dieta vegan e' veramente l'unico modo compassionevole di mangiare (e vivere, se decidi di estendere questa compassione in altre aree della tua vita, come il vestiario, la cura del corpo, etc.)

E cosa dire del nostro pianeta? Esiste una dieta che non danneggi la nostra "casa", c'e' una dieta veramente sostenibile, una che utlizzi il minor numero di risorse (terra, acqua) e che contemporaneamente possa dar da mangiare al mondo intero?
Be', esiste e sono sicura che avete indovinato, e' la dieta a base vegetale.

Ho visto recentemente il documentario Cowspiracy (potete scaricarlo dal sito www.cowspiracy.com per $9.95, ha sottotitoli in più di 15 lingue, incluso l'italiano!!) e sono rimasta scioccata. Non conoscevo il livello di distruzione che sta attraversando il nostro pianeta. Ma la buona notizia e' che si tratta di qualcosa che può essere completamente rovesciato, proprio come la nostra salute, da una singola scelta: cambiare la nostra dieta.

Incoraggio tutti a guardare questo documentario e prendersi la responsabilità di imparare cosa sia che danneggia di più il nostro pianeta, e cosa possiamo fare per avere davvero un impatto positivo, e conservare la nostra "casa" per i nostri figli e le generazioni future.
Eccola allora, l'unica dieta che ha un effetto positivo sulla salute umana, sul benessere degli animali e quello del pianeta e' la dieta vegan."







With the barrage of information on nutrition flooding magazines, books and the internet, it's no wonder people are more and more confused every day as to what is a "healthy diet":  from the "50 shades" of the Atkins diet (paleo, low-carb, etc.), to the gluten-free, from the DASH diet to the "everything in moderation" diet, it's hard to know what really constitutes a "good" diet, a diet that would not only keep us alive but allow us to thrive.

Of course, having just celebrated my ninth anniversary of being vegan (a.k.a. "veganniversary"), I will tell you that since that Saturday in Februrary 2006 when I told my family that I would not buy or cook any more animal products, I have experienced the best health (gone are the migraines and the headaches that used to torment me several times a week, for instance), I had a wonderfully uneventful, totally unexpected pregnancy in my 40's (the best one of four), I have witnessed phenomenal health improvements in my husband and, I know this sounds probably purely anecdotal,  my kids really do not get sick as much (or at all) as their peers and when they do, their recovery is generally quick.

So for me, and for several hundreds of thousands of Americans, a low-fat, whole food plant-based diet is not only a "good" diet, but definitely the best diet, the only way to feed and nourish the human body and prevent "food-borne" diseases (like Type II Diabetes, obesity, cardio-vascular diseases, gout, etc.) and reverse many of them. 

I know there are many "followers" of other ways of eating who can claim their health has improved, they've lost weight, etc. but what makes a plant/starch-based diet completely unique is the fact that it's the only one who is not only "good" for humans, but also "good" for the animals, and nobody can contest this. If we're taking the animals well being and lifespan into consideration,  a vegan diet is truly the only compassionate way of eating (and living, if you wish to extend that compassion to other areas of your life, like clothing, body care, etc.).
And how about our planet? Is there a diet that doesn't harm our "home", is there a truly sustainable diet, one that uses the least amount of resources (land, water) while feeding the entire world?
Well, there is and I'm sure you have guessed it, it's a plant-based diet.I have recently watched the documentary Cowspiracy (you can download it online at www.cowspiracy.com) and I was shocked. I didn't know the extent of the destruction our planet is going through. But the good news is that it's something that can be completely reversed, just like out health, by a single choice: changing our diet. I encourage everyone to watch this documentary and take it upon yourself to learn about what is causing the most damage to our planet, and what we can do to truly have a positive impact and preserve our home for our children and future generations. So here it is, the only diet that has a positive effect on the human health, the animals' well-being and the planet's is  the vegan diet. 

martedì 13 gennaio 2015

Il sottilissimo, inesistente confine tra satira e liberta' d'opinione.

Manco da un po' perché sono in uno stato di ibernazione che mi sono auto-imposta da qualche settimana, in parte per mancanza di tempo (pre e post festivita') e in parte perché la mia vita ha ricevuto uno scossone da far invidia ai terremoti della California, e faccio fatica a mettere a fuoco quello che penso, quello che voglio dire, quello che voglio scrivere.
Ma esco da questo torpore per esprimere la mia di opinione. A proposito, proprio...

Quello che e' successo qualche giorno fa a Parigi mi ha colpito parecchio, forse proprio per il mio stato d'animo generale, perché diciamocelo, di tragedie orripilanti dove decine di persone vengono assassinate in pochi secondi per nessun motivo se non quello magari di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato, ce ne sono tante. Parigi poi e' lontana da Sierra Vista, ma l'assassinio di 12 persone, quasi tutti giornalisti/editori/vignettisti e il ferimento di altre 11, per motivi che posso solo definire delle cagate religiose pazzesche, mi ha ferito, quasi personalmente.

Perché personalmente? Perché mi ha fatto tornare indietro di 5 anni, a quando mia sorella Marta, offesa da quello che avevo scritto su questo piccolo, insignificante blog, aveva detto a mia madre che o cancellavo quello che avevo scritto o ci avrebbe fatti ammazzare tutti. Dopo avermi querelato, ovviamente. Mia madre all'epoca, invece di dirle "ma che cazzo stai dicendo? Ma sei pazza?" come penso avrei fatto io se uno dei miei figli avesse aperto la bocca per dire una cosa simile, invece mi aveva telefonato lei, di persona, cosa che non fa' da anni, e in lacrime mi aveva chiesto di cancellare quello che avevo scritto.

Sono sincera, se avesse solo minacciato me, sarei stata felice di mandarla personalmente a fanculo perché sono sempre pronta a difendere le mie idee, le mie opinioni, e i fatti dietro ad esse, anche perché una battaglia o due per qualcosa o qualcuno in cui credo non mi hanno mai fatto paura; ma lei aveva tirato in ballo la mia famiglia, e allora codardamente ho cancellato le parole "diffamatorie" (piccola parentesi, qui negli US la diffamazione legalmente viene considerata solo se le affermazioni fatte pubblicamente sono false, e l'onere della prova spetta sempre a chi intenta causa dovendo, appunto, provare che quanto scritto o detto sia appunto non vero. Molto diverso dall'Italia, da quanto ho letto!)
Si', mi sono piegata alle sue minacce, ho fatto la brava figlia per placare mamma' ma soprattutto, nel dubbio, ho voluto proteggere la mia famiglia. Come valore aggiunto alla mia scelta, le palle degli occhi sono rientrate nelle orbite oculari della pazza di famiglia. Tutti sono contenti, bon.

I vignettisti di Charlie Hebdo, e quelli di altre pubblicazioni negli ultimi 10 anni, come ad esempio il giornale danese Jyllands-Posten del 2005 che aveva pubblicato diverse vignette a tema "Islam", di fronte alle continue minacce fatte da pazzi professionisti (mica dilettanti come mia sorella), hanno invece scelto di moon them, di "far vedere la luna" a questi psicopatici: invece di smettere la loro irrispettosa, probabilmente volgare satira, hanno continuato a spingere; invece di chinare la testa e auto-censurarsi, come in molti ora suggeriscono, hanno temperato le loro matite, hanno accettato la sfida di chi, non importa se per ragioni religiose, culturali o di tradizioni medievali, ha dichiarato guerra alla libertà di pensiero e di stampa. Pensando di poterla vincere a suon di proiettili.

In molti, moltissimi, hanno scritto e commentato usando il termine "provocazione", dicendo che se insomma "prendi a bastonate il vespaio" aspettati di venire punto. Certo, sembrerebbe di primo acchito che sia proprio una questione di buon senso, dopotutto se tocchi il fuoco, sai che ti bruci, no? E se continui a toccarlo e ti si carbonizza il braccio, non piangere perché, cosa ti aspettavi?
Sembra logico.

Il problema e' che stiamo parlando di diritti civili, non di vespe ne' di fuoco, ma come nel caso di ogni altro diritto che viene calpestato, e' facile cadere nell'errore del blame the victims, del dar la colpa alle vittime, certo non tutta la colpa, ma almeno un pochino…
Si tratta, per me, di una discesa scivolossisima, discesa che continua senza fine, perché non riesci a fermarti alla "blasfemia" contro un profeta o un messia. Per motivazioni religiose, c'e' chi vorrebbe mettere al rogo omosessuali, donne che usano metodi contraccettivi, donne che scelgono di abortire, chi beve alcohol…

Chi e' pronto a scendere in battaglia per un diritto, sa esattamente che ci saranno ripercussioni.  Ad esempio, i medici e il personale delle cliniche americane dove viene offerto l'aborto sanno che ogni giorno potrebbe esserci fuori dalla clinica un pazzo fondamentalista armato pronto ad ucciderli per motivazioni religiose… ma continuano ad andare al lavoro ugualmente.

Anche quando vivi in paesi come la Francia, la Danimarca, gli Stati Uniti e l'Italia che sono, o dovrebbero essere, società civili con governi democratici almeno in teoria liberi da legami e dettami religiosi, dove la libertà di pensiero e' (o dovrebbe essere) un diritto monumentale, ci sono sempre dei rischi quando esprimi la tua opinione.
Ma accettiamo i rischi, difendiamo questo diritto che e' fondamentale.

Perché ricordiamoci sempre che senza il diritto di esprimere il proprio pensiero, anche quando e' discutibile e per alcuni, di cattivo gusto, quando questo diritto non e' garantito e protetto, tutti gli altri diritti non valgono una cicca ciucciata. Se non ci e' data la possibilità di protestare o dissentire, diventiamo dei sudditi afoni, e quando ad un popolo e' tolta la voce per dissentire, nessuna altra libertà e' possibile.

Certo che, come e' caratteristica dei diritti, quando vengono estesi a tutta la popolazione, tutti ne partecipano, anche chi sinceramente e di cuore dovrebbe tenere sempre la bocca chiusa. Anche il deficiente che passa le giornate di fronte al computer, alternando visite al sito della squadra del cuore, siti pornografici e quelli di gioco d'azzardo… E' un diritto di cui usufruiscono anche i razzisti, gli omofobi, i cretini in generale...

Mi ripeto, la liberta' di opinione e' uno dei diritti fondamentali in ogni societa' civile degna di tale nome.
Anche quando si tratta di un'opinione che aborriamo, perche' non può essere una strada a senso unico. O c'e' o no c'e'.

Chi scrive "non sono Charlie, io sto con Charlie" fa', secondo me, del sofismo un po' fine a se stesso: ovvio che non sono davvero Charlie, lui era un uomo francese occhialuto che di professione faceva l'editore di un giornale di satira, io sono una donna italiana/americana (gli occhiali li abbiamo in comune) che di professione non sa ancora cosa farà, ma sono Charlie. Sono Charlie, anche se probabilmente non avrei disegnato quelle vignette, anche se mi offendono (non lo fanno, ma lasciatemi crogiolare nel mio lirismo ispirato…), anche se le ritengo un insulto (non le ritengo un insulto, i.c.s.)... Sono Charlie come simbolo di protesta e di dissenso contro chi nega il diritto di avere un'opinione, sono Charlie così come sono Salman, e sono Flemming…
Oggi sono stati i giornalisti/vignettisti di Caharlie Hebdo a venire assassinati per ciò che hanno scritto/ detto, domani potrebbe succedere a me. "Sono Charlie" vuol dire che sono una persona che difende il mio diritto di esprimere quello che penso. E anche il tuo, il vostro.

Sono i pazzi violenti con il mitra il problema della società, non i disegni che ridicolizzano o profanano un santo o un profeta, o la satira creata per scuotere certezze.
Esprimere un'opinione e' un diritto da proteggere, per quanto questa opinione mi/ci fa' male, anche quando e' una cagata pazzesca, anche quando questa opinione ci fa' venire voglia di reagire violentemente.
Perché oggi sono comici e i vignettisti di Charlie Hebdo nel mirino, ieri autori letterari come Salman Rushdie, e domani?

Un paio di giorni fa un blogger saudita, il fondatore dell'ormai defunto Liberal Saudi Network (chiuso dalle autorità saudite) ha iniziato a scontare la pena per aver "insultato" Islam (non aveva scritto cose tipo "maometto, fammi una pippa", no… aveva "ospitato" sul suo blog dei post in cui venivano criticate delle figure religiose di alto livello e lui aveva suggerito, in un suo post, che una certa università saudita era diventata un covo di terroristi) ricevendo le prime 50 frustate delle 1000 che gli sono state decretate come punizione, oltre ovviamente a 10 anni di prigione e 260.000$ di multa.
Un blogger.
E per fortuna che l'accusa precedente di apostasia, per aver cliccato un "mi piace" su una pagina di arabi cristiani, gli e' stata commutata, altrimenti invece delle 1000 frustate + prigione + multa, era la pena di morte.
Parliamo ancora di "mancanza di rispetto" e di "cattivo gusto"? Chi esattamente qui manca di rispetto (per i diritti umani) e ha cattivo gusto?

Raif Badawi sapeva benissimo cosa rischiava e ha continuato a mettere la sua vita in pericolo, non credo perché fosse pazzo o incosciente (e' sposato con 3 figli e immagino preferirebbe essere con la sua famiglia invece di una prigione) oppure perché non avesse buon gusto, ma per cercare di spingere il suo paese verso il presente, lottando così per il suo diritto. e quello dei suoi concittadini, a pensarla diversamente dal "regime" ed esprimere la propria opinione. Se avesse esercitato il "buon senso" che oggi sembra sia sinonimo di auto-censura, avrebbe dovuto pubblicare ricette oppure foto di tramonti o di gatti, invece di esprimere la sua opinione. Ma l'anima umana, soprattutto quando e' in qualche modo soggiogata, non può vivere di soli tramonti e gatti.
Penso che lo abbia fatto pienamente cosciente dei rischi e mi azzardo a dire che lo abbia fatto per i suoi figli, e per i figli dei suoi figli e tutta la popolazione saudita, per cercare di cambiarne il governo, le leggi assurde. Il progresso non e' mai risk-free.

Sembra proprio che ultimamente il diritto a dire/scrivere quello che uno pensa sia diventato qualcosa da riconquistare, sembra che l'auto-censura debba essere la forza che guida giornalisti, vignettisti, comici…  Mi viene in mente: avete mai visto quell'episodio di South Park in cui c'e' anche raffigurato maometto? Be', su internet non esiste più un'immagine in cui il profeta che non si può raffigurare non sia stata censurata. Guardate qui, si tratta di South Park, ragazzi… SOUTH PARK,  che ha preso per il culo tutti, ma proprio tutti!

La liberta' di opinione e di stampa non valgono solo quando condividiamo tale opinione, quando e' un'opinione popolare, ma anche quando magari e' mediocre, quando offende quando e' cattiva…
Scrivono in molti: attento a come usi la liberta' di parola. Ma cosa vuol dire?
Come devo usarla? Esistono istruzioni per l'uso? Se questo diritto e' garantito, lo uso, dico la mia. Se dico una cazzata, toglietemi l'amicizia su facebook e finisce li'. A meno che non stia istigando alla violenza, sono libera di scrivere quello che voglio, nel bene e nel male. Ad esempio qui il presidente Obama viene preso in giro pesantemente costantemente su certi siti, lo hanno ritratto come una scimmia, e anche peggio, ma l'FBI si muove solo quando esistono minacce sulla sua vita scritte. Perché qui anche battute e immagini ignoranti e offensive persino contro il presidente non costituiscono reato.

Da dove arrivano questi limiti? Chi li determina questi limiti? A me sembra tanto un falso diritto, se ha dei limiti.

Un diritto e' un diritto, non capisco perché debbano esserci limiti, immaginari e immaginati da qualcuno. Ad esempio, il diritto al voto ce l'hanno (o dovrebbero averlo) tutti, anche le persone che uno spererebbe non votassero mai (omofobi, razzisti, ignoranti in generale…). Anche se non sai leggere, puoi votare. Anche se non parli inglese, ma sei americano, puoi votare.

Qualcuno mi ha posto la domanda: com'e' che si puo' fare una satira pecoreccia sulle varie religioni, ma non si possono toccare i neri o gli obesi?
Mmmm… ottima domanda, ma la risposta e' facile: si puo' fare tutta la satira che si vuole su tutto, sui neri, sui gay, sugli obesi, sugli italiani, sui messicani, sui cristiani, sugli ebrei… e sai, al massimo ti becchi una lettera dagli avvocati della lega anti-diffamatoria di turno, magari decine (o centinaia o migliaia, a seconda) di email di dissenso, qualche "vaffanculo"… magari una causa civile o due.
Il tutto serve per continuare la discussione.

La guerra contro l'intolleranza, religiosa o sociale, e vorrei anche dire il progresso passa anche, e soprattutto, attraverso la risata: quando i sudditi si rendono conto che l'imperatore e' nudo, se la fanno sotto dal ridere!
La satira poi, proprio per sua natura ha un carattere immediato e globalmente comprensibile, quindi quale modo migliore per denunciare assurdità o incongruenze se non con un sorriso o una risata?
Ovviamente, la satira può essere usata anche per portare avanti argomentazioni contro il progresso, ideologie intolleranti… ma vi assicuro, non so se capita solo qui in America, di comici seriamente divertenti di destra (conservative) non ce ne sono. Perché sono generalmente incapaci di fare auto-ironia, si prendono sempre terribilmente sul serio, e essere capaci di ridere di se stessi e' fondamentale per chi vuole far ridere gli altri.

Poi c'e' la storia del rispetto, perché, leggo, le vignette di CH sono irrispettose verso le religioni, verso dio, i santi, i profeti (ma non solo, pare abbia pubblicato parecchie vignette anti-razzismo, anti-militare, etc.). E bisogna rispettare la religione, no?

Scrive benissimo Flemming Rose, l'editore del giornale danese di cui ho parlato sopra, in questo suo articolo sul Washington Post del 2006 sul perché ha pubblicato le vignette al centro della crisi quasi globale sviluppatasi tra il 2005/2007:

"But what does respect mean? When I visit a mosque, I show my respect by taking off my shoes. I follow the customs, just as I do in a church, synagogue or other holy place. But if a believer demands that I, as a nonbeliever, observe his taboos in the public domain, he is not asking for my respect, but for my submission. And that is incompatible with a secular democracy."

(Cosa significa rispetto? Quando visito una moschea, mostro il mio rispetto togliendomi le scarpe. Seguo le abitudini, proprio come faccio in una chiesa, sinagoga o altro luogo sacro. Ma se un credente mi chiede che io, un non credente, osservi i suoi tabù in pubblico dominio, non sta chiedendo il mio rispetto, ma la mia sottomissione. E questo e' incompatibile con una democrazia laica.)

In altre parole, e' proprio come quando i rappresentanti al governo americano decidono di togliere i fondi alle cliniche che si occupano della salute delle donne e dove, tra altri importantissime aiuti medici (contraccezione, mammografie, pap test) vengono anche fatti aborti perché e' contro la loro religione. E no, non ci siamo. E tra l'altro, secondo un recentissimo sondaggio, persino nell'America dei fondamentalismi religiosi, la maggioranza di Americani, anche quelli che non sono in favore del prendere in giro una religione, sostengono il diritto di farlo. Interessante.

Siamo fortunati noi in Italia e in America, con il cristianesimo che ha ormai da anni ripudiato la violenza e la coercizione come mezzi per convincere la gente a seguire regole, obbedire leggi e credere nel dio uno e trino. Siamo fortunati perché  ad esempio, se mi ricordo bene uno dei comandamenti e' "non pronunciare il nome di dio invano", e se l'attitudine generale non fosse cosi rilassata, alla fine di ogni orgasmo, ad esempio, avremmo la polizia religiosa alle porte, pronta a prenderci a sassate oppure a buttarci in galera!

Molti che hanno commentato gli eventi lo hanno fatto iniziando con il classico "la violenza non e' mai giustificata, pero'…"  Pero', cosa? O la giustifichi o non la giustifichi. Niente se e niente ma. Mi ricorda tanto quelli che dicono "Non sono razzista (o omofobo), ma…" Oppure il genitore che dice "amo mio figlio e non voglio fargli del male" e poi lo mena perché magari ha spinto un altro bambino (ne avevo parlato nel mio post sulla violenza domestica contro i bambini).
Quel pero' devo dire, mi da' un po' fastidio… e' una parolina che definisce la nostra paura, e' un promemoria importante del perche' la satira e' importante, e del perche' nei regimi totalitari e' assolutamente proibita: perche' consente a chiunque di ridere anche di quello che viene considerato sacro, serio o tabu'.
Nel film The Interview una delle parti più classicamente goliardiche della pellicola tratta il mito che Kim Jong Un non scoreggia ne' produce escrementi, perché  essendo divino, gli mancano i buchi di uscita necessari Ma sappiamo tutti, anche chi il film non lo ha visto, che infatti senz'ombra di dubbio anche dio Kim scoreggia e caga come noialtri umani! Per i nordcoreani Kim Jong Un e' dio che non scoreggia, per noi e' un personaggio ridicolo.

La risata e' potente, e qui mi viene in mente Harry Potter, quando nel terzo libro il Prof. Lupin insegna a lui e ai suoi compagni di classe come combattere contro le proprie paure (rappresentate dai Boggart, non so se e come sia stato tradotto in italiano). Mi scuso se non siete dei potterhead anche voi, ma comunque l'unico modo per sconfiggere la paura e' con la risata, e in particolare dando a ciò che ci fa' più paura degli attributi ridicoli. Che e' esattamente quello che fa' la satira, quello che hanno fatto i vignettisti di Charlie Hebdo, i vignettisti di Jyllands-Postem, etc.

In altre parole, se crediamo alla libertà di opinione e di stampa, quando qualcuno la minaccia severamente, la prima cosa da fare, se sei un vignettista o un comico, e' proprio quella di mettere chi la minaccia alla berlina. E di provocare. Questo e' il tuo lavoro, altrimenti avresti potuto fare il giornalista normale (ma anche li', tante paure da affrontare…) oppure per un lavoro tranquillo in un giornale, avresti potuto diventare un necrologista... Penso che per un comico o uno che fa' del sarcasmo e della satira la sua professione, sia quasi un istinto.

Soprattutto se considero che, almeno qui in America, la satira e' (e faccio riferimento ad un sito legale) "l'uso di umorismo, ironia, esagerazione or ridicolo per esporre e criticare la stupidita' o le immoralita' della gente, particolarmente nel contesto della politica contemporanea e altri temi d'attualità'",
mi sembra che quanto viene pubblicato da Charlie Hebdo rifletta la definizione americana di satira al 100%.
Sinceramente, ho la netta sensazione che dio, qualsiasi nome gli vogliamo dare, se ne sbatta altamente di quanto pubblicato su un giornale di un pianeta tra le decine di miliardi di pianeti sparsi dentro miliardi di galassie in un universo di cui non riusciamo nemmeno a comprenderne la grandezza.

Chiunque voglia farsi rispettare e far rispettare le proprie idee utilizzando la paura, non potrà mai avere ragione, per me. MAI.

E quando blog, giornali e altri mezzi di comunicazione si sottopongono all'autocensura per paura, abbiamo perso un po' tutti.

Finisco con questa vignetta che trovo divertentissima.
Spero non si offenda nessuno <>

Cari atei, ancora una volta, devo dirlo, state facendo un ottimo lavoro a non commettere nessun atto di terrorismo. Continuate così!  Con affetto, Dio