lunedì 20 ottobre 2014

Il Festival d'Autunno all' Amerind Museum

Metto da parte l'argomento razzismo, almeno temporaneamente. Ne riparlero' di sicuro, sappiatelo.

Intanto voglio condividere con voi un pomeriggio molto bello, quello di sabato appena trascorso, che quasi non succedeva.
Settimana scorsa le scuole d'obbligo erano chiuse per la pausa autunnale, così abbiamo cercato di fare qualcosa insieme alle ragazze, ma a parte un paio di giretti locali che includono shopping e cibo, le ragazze ormai sono un mattone, per farle venire con noi dobbiamo trascinarle, quindi spesso le lasciamo a casa per evitare lo sforzo. Violet invece e' sempre entusiasticamente pronta a tutte le "avventure" che proponiamo, e ce la godiamo sapendo che non durerà per sempre il fatto che voglia accompagnarci nelle nostre mini-avventure ed escursioni.

Avendo scoperto che sabato c'era il Festival d'Autunno all'Amerind Museum, a mezz'oretta da casa, avevo espresso il desiderio di andarci, desiderio che e' stato subito accompagnato dal solito sguardo che dice "devo venire anche io?" di mio marito. Si tratta di uno dei musei dedicati alla promozione e comprensione dei popoli nativi delle Americhe, attrazione che, in 7 anni che siamo qui, non avevamo mai visitato, quindi avevo deciso che questo festival era l'occasione giusta per farvi visita. Così con Violet pronta all'avventura, ci siamo andati, un po in ritardo visto che abbiamo dovuto aspettare che J tornasse dalla palestra. Il Festival iniziava alle 10, noi siamo arrivati alle 12:30, perdendoci l'invocazione Apache e un paio di altri musicisti… Ma poco importava, perché siamo stati compensati da un pomeriggio indimenticabile.

Anzitutto, la localita' e' incantevole:



In mezzo al Texas Canyon, caratterizzato da enormi massi depostati uno sopra l'altro come da un bambino gigante, circondati da una natura selvaggia e incantevole, esplorabile attraverso i numerosi sentieri,  sorgono i vari edifici che costituiscono il museo, costruiti tra gli anni '30 e gli anni '60.
Il museo contiene un'ottima collezione di artefatti nativi, scoperti durante scavi sponsorizzati dal museo (prima che diventasse museo) tra gli anni '30 e '80 in Arizona, New Mexico e Messico, ed altri donati da collezionisti.
Il museo organizza continuamente eventi, per me interessantissimi ed unici, come corsi di tessitura Navajo oppure di ceramica Apache, viaggi in zone archeologiche in Messico e Arizona, tutte attività cui adorerei partecipare… un giorno quando saro' ricca e libera di impegni famigliari.
Di sicuro so che dovremo tornarci per esplorare meglio il museo, perché sabato ci siamo ovviamente concentrati su quanto succedeva all'esterno.
Queste sono solo un paio di immagini dall'interno del museo:




Il festival consisteva in diversi banchetti di arti native, diversi di gioielli, alcuni a prezzi abbordabili (io mi sono comprata 2 paia di orecchini carinissimi dalla jewelry maker Priscilla Nieto che appartiene al Pueblo di Santo Domingo in New Mexico, vicino ad Albuquerque); molto bello e interessante il banco dell'artista Shelden Nunez-Velarde, un Apache Jicarilla (una tribù del nord New Mexico) che porta avanti l'arte della sua trisnonna, creando vasi a scopo utilitario e non, secondo l'arte della ceramica Apache, usando argilla ricca di mica, che spiega il nome di quest'arte Jicarilla Apache Micaceous Pottery

Shelden Nunez-Velarde mentre spiega il processo di creazione della ceramica, dalla raccolta dell'argilla micacea, alla creazione del pezzo,  fino alla cottura in fuochi enormi fatti all'esterno. Sul suo sito potete vedere diverse foto dell'intero processo.
Alcuni esempi di vasi di ceramica micacei, che hanno la caratteristica di essere shiny grazie alla mica, appunto. I vasi possono essere usati sui fornelli e al forno, e l'anno prossimo me ne compro uno.

Altri esempi di ceramica Apache (non micacea) e gioielli.



C'era il banchetto del Casino Hon-Dah, che distribuiva i soliti souvenir gratis, e che mi piacerebbe visitare, non per il gioco d'azzardo, ma per gli eventi che vengono organizzati…

Siamo in America, la gente qui magna sempre, quindi c'erano anche un paio di bancarelle che vendevano indian fry bread, la classica frittella indiana, solitamente cosparsa di zucchero a velo, oppure usata per fare gli indian tacos, ripieni di carne, fagioli, chili peppers e altre verdure. Inutile dirvi le dimensioni non solo delle persone in fila per comprare questo cibo, ma anche quelle dei nativi che lo vendevano… Ormai ci siamo abituati, qui in America, e le persone obese quasi non le notiamo più, ma voglio menzionare il fatto che 1 nativo su 5 soffre di diabete e che gli adolescenti nativi sono la categoria demografica che dimostra la crescita più grossa di diabete mellito. I nativi americani, come tante popolazioni indigene, ad esempio gli Hawaiiani, hanno messo da parte la loro tradizione culinaria ed assimilato quella americana moderna, basata sull'abuso di carne e formaggio, degli ultimi 30 anni. E' molto triste, e' certamente peggio di qualsiasi epidemia che esiste in questo momento.
Ma sara' anche questo argomento di un prossimo post, penso.

Per nostra fortuna, c'era anche un food truck dove abbiamo potuto prendere un paio di burritos fatti solo con una tortilla ripiena di fagioli, verza e pomodori crudi e salsa (quella messicana, non italiana!).

Il sole era abbagliante e faceva un caldo, vabbe' siamo in Arizona... ma tutto ciò non ha minimamente rovinato l'esperienza che stava per iniziare, quando la melodia incantatrice di un flauto indiano ha iniziato a trasportarci in un altro mondo, un mondo di comunione col pianeta, un mondo dove esiste la consapevolezza che tutto e' connesso con tutto.

Abbiamo così conosciuto Tony Duncan, un flautista nativo e campione (5 volte) di hoop dance, la danza dei cerchi, originariamente una danza dei nativi del Pueblo di Taos, New Mexico, ma che ora e' parte della tradizione di tutte le tribù native. Con Darrin Yazzie alla chitarra acustica (Navajo Dine' nato Chinle, AZ) e Jeremy "Dancing Bull" (dal Nord Dakota) alle percussioni, formano gli Estun-Bah, nome che significa, in Apache, "per la donna", riferimento al fatto che originariamente il flauto era usato per "catturare" l'attenzione della donna e dimostrarle, suonando la più bella canzone che riusciva, il rispetto che aveva per lei, e sono un gruppo piuttosto famoso tra chi ascolta questo tipo di musica (e dovremmo tutti!
Tony Duncan, specialmente, ha danzato alla Casa Bianca, al David Letterman Show e quest'estate con i fratelli, anche loro hoop dancers, ha partecipato al Festival "Spirito del Pianeta" che si tiene a Chiuduno in provincia di Bergamo, esperienza di cui ha brevente parlato durante l'esibizione sabato.
Tony e' meta' Apache della tribu di San Carlos in Arizona da parte del padre, e meta' Harikara/Hiadatsa/Mandan in North Dakota da parte materna (ci sono più di 500 tribù registrate negli US e altre 500 circa in Canada), e' nato e cresciuto in Arizona e il padre, che costruiva e suonava il flauto, gli ha insegnato a suonare quando aveva 10 anni. Musicalmente parlando, gli Apache sono gli unici ad usare flauti costruiti con canne di fiume (cane river flutes), mentre gli altri nativi usano flauti di legno, più durevoli ovviamente ma meno "dolci" e delicati come suono.
Gli Apache, diversamente da altre tribù che vivono in Arizona come i Tohono O'odham, hanno una tradizione nomadica e sono famosi per essere principalmente guerrieri, sempre pronti a saccheggiare altre tribù (non più ovviamente!), infatti Tony ci raccontava che suo padre, quando era triste o giù di morale, gli diceva "be Apache!" sii Apache! Cochise e Geronimo erano Apache, e la loro storia e' per sempre connessa con questa zona dove vivo, e i loro sforzi per cacciare i soldati e vari cercatori d'argento e di fortuna sono leggendari.

Questo e' un pezzo del primo brano, tradizionale, che ha suonato da solo:

video


Poi hanno iniziato a suonare insieme, chitarra, flauto e percussione.
Giuro che e' come se fossi stata colpita da un fulmine, e all'improvviso riuscissi a sentire la musica non solo con le orecchie, ma col cuore, anzi con tutte le cellule del corpo. Non so come spiegarlo, amo la musica, ne ascolto di tutti i tipi e apprezzo musiche di tanti stili diversi, ma questa musica mi ha "fatto vibrare", mi ha fatto sentire con tutto il corpo. Immagino che capiti a tutti, prima o poi. Per me e' stata la prima volta, la prima volta almeno in cui sono stata cosciente che stesse succedendo. Forse e' stato anche il trovarci proprio sul suolo "sacro" di altri popoli, e forse e' stato che ogni canzone era preceduta dalla spiegazione del suo significato, della sua storia, mai banale devo aggiungere, ma e' stata un'esperienza unicamente spirituale, dove ho provato un'unione tra corpo e spirito inaspettata e nuova.

Questo sotto e' il primo brano e include la musica e la prima hoop dance, danza dei cerchi.
Mi scuso anticipamente, per prima cosa perche' non vedevo un tubo per via del sole e con la mia macchinetta fotografica tremolavo come se avessi il Parkinson's, ma poi anche perché verso la fine non so come mi sia presa l'idea di girare la macchina fotografica, quindi spero non vi venga il torcicollo guardando questo video. Vale la pena comunque.



Qui potete ascoltare la canzone Singing Lights, ispirata dalla leggenda Apache di come sono state create le stelle. Durante i primi 5 minuti, potete far pratica del vostro inglese ascoltando la storia di come Tony e suo padre vanno alla ricerca delle migliori canne per costruire i flauti, e poi la leggenda stessa..

Questa sotto e' la danza Hunt of the Buffalo, fatta da un altro rappresentante dei Navajo, Brandon Sanchez del New Mexico


Brandon Sanchez, che indossa i regalia, l'abbigliamento tipico Navajo.

Un altro paio di canzoni che ho videato sono Spirit of Mother Earth e, sorpresa sorpresa, Violet, che Tony Duncan ha scritto dedicandola alla moglie,  anche lei Violet, seguita da un'altra Hoop Dance! Ovviamente, Violet era assolutamente estasiata dalla dedica!

Dopo una pausa per bere acqua a litrate e mangiare un altro burrito, siamo stati deliziati dalle favole native raccontate da Violet Duncan, la moglie appunto di Tony, il flautista. Violet e' della tribu Cree in Alberta, Canada, ed e' una raccontastorie bravissima e bellissima. Cosi' bella che qualche anno fa ha anche vinto Miss Indian Nation, l'equivalente di Miss Italia, solo che le partecipanti vengono "grigliate" da giudici che sono anche "elders", gli anziani di varie tribù e devono essere intelligenti oltre che "belle". Anche lei e' una danzatrice e hoop dancer, e la potete vedere, insieme al marito e al cognato nel video di Nelly Furtado "Big Hoops".

Le favole per i nativi sono lezioni di vita, e vengono modificate e modernizzate a seconda dell'audience. Uno dei protagonisti di tutte, o quasi, le favole native e' Trickster, spesso identificato con un coyote o un leprotto, oppure un procione in altre tribù, sempre pronto a fare qualche scherzo o imbroglio e sempre finendo nei pasticci.

Questo e' il video con la storia di come Trickster ha perso gli occhi, raccontata da Violet Duncan e qui potete ascoltarne la fine, perche' mi stava finendo la batteria ….



La mia Violet ascoltava rapita, e ora continua a chiederci quando "l'altra Violet" verra a raccontarci favole a casa nostra!

Violet Duncan, raccontastorie straordinaria

Le due Violet

Abbiamo ovviamente comprato un paio di cd's degli Estun-Bah (che potete anche trovare su iTunes o Amazon) e il libro scritto dalla principessa indiana (ormai la chiamiamo così…) intitolato When We Dance.
Siamo tutti e 3 così entusiasti che pensiamo di andare al Red Mountain Eagle Pow Wow, che si tiene l'1 e il 2 novembre a Scottsdale, ed e' uno dei migliori nel sud-ovest, con più di 400 danzatori dagli US e Canada.
Vi terro' aggiornati.


p.s. educativo: La parola APACHE e' pronunciata "APACI", non "apash" o "apasce", e NAVAJO si dice "NAVA-HO' " con l'accento sulla "o". Ci tengo ai miei lettori, non fatemi fare figuracce se doveste mai venire da queste parti…. (mi ricordo una coppia italiana anni e anni fa, quando eravamo in viaggio fuori San Francisco che ci disse "domani andiamo a visitare "IOSEMAIT"… Mio marito mi aveva guardato con uno sguardo allucinato… "Yosemite", gli avevo dovuto spiegare che cosa intendevano questi poverelli, perché si pronuncia "IOSEMITI", con accento sulla "e").                                                                                                          

lunedì 29 settembre 2014

Quando il razzismo ti aspetta dietro la porta accanto: The Sequel (ovvero vale la pena chiarirsi, sempre)

Vi ricordate della mia vicenda col marito razzista della mia amica?
Se non ve la ricordate, questo e' il post in cui descrivevo l'altamente sgradevole pomeriggio di più di 9 mesi fa, in cui il marito della mia amica L. si era rivelato una delle persone più ignoranti e razziste con cui abbia mai avuto a che fare personalmente, creando così una situazione difficile: preservare la mia dignità e quello in cui credo, e per evitare future conversazioni evitare lui e famiglia, quindi a tutti gli effetti tagliare non solo i miei ponti con la mia amica, ma anche quelli di Violet con la sua figlia, oppure continuare a frequentarli facendo finta di niente.

Ovviamente avevo scelto la prima opzione, ormai un ponte in più o uno in meno...

Ancora oggi, quando ripenso a quel pomeriggio, mi sconvolge non solo il pensiero che esistano persone di tale ignoranza (e che procreino!), ma anche il fatto di essermi comportata un po' da codarda, scegliendo la fuga invece del confronto (ho persino richiesto alla segretaria della scuola di mettere Violet in una classe diversa della figlia)… proprio io, che non sopporto le persone che agiscono e parlano alle spalle, mi sono trovata a fare la la stessa cosa.
Ma considerando che il marito e' armato e secondo me, leggermente instabile, ho preferito la dipartita silenziosa, piuttosto che rischiare di trovarmi nel mezzo di un'altra discussione inutile (never argue with stupid) e finire per fare quello che dentro di me avrei voluto davvero, e cioè dirgli esattamente quello che pensavo di lui. Difficile dire ad una persona che le sue idee ti fanno vomitare e sono la disgrazia dell'umanità, senza offenderla personalmente e magari scatenarne le ire.

Tutto procedeva tranquillamente secondo il mio piano vigliacco, finche' 2 settimane fa ricevo questa email:

Hi Monica,  It's L.  I don't know if this email is going to come out correctly.  
But I hope it does, because I miss you. If I have done anything to offend you, I truly did not mean to.  I didn't think we had parted badly when we had the political conversation with R., but it's the last time I saw you and I was hoping that wasn't the case.  But if you were offended or felt like we "ganged" up on you I apologize from the bottom of my heart.

I was hoping we would've gotten together sooner knowing that Violet and S. are in the same school.  And I was hoping that when we moved you would've said something to me.  But speaking to my sister and gripping that I miss you, she said well maybe you were waiting for me to tell you that we moved and that your feelings are hurt that I didn't tell you which furthered the feeling of you being offended.


Either way I don't like having this feeling of something bad between us.  Now if you feel we've grown apart, I understand and will be sorry we did.  But hope if we bump into each other I can still say "Hi." .

If you want you can text me or call me back.
- L.

Ciao Monica. Sono L. Non so se questa email uscira' correttamente. Ma lo spero, perche' mi manchi.
Se ho fatto qualcosa per offenderti, davvero non era la mia intenzione. Non pensavo ci fossimo salutate malamente quando avevamo fatto la conversazione politica con R. (il marito - n.d.M.), ma e' stata l'ultima volta che ti ho visto e speravo che questo non fosse il caso. Ma se ti sei offesa, o se ti sei sentita come se ci fossimo coalizzati contro di te, ti schiero scusa dal profondo del mio cuore. 
Speravo che ci saremmo potute trovare prima, sapendo che Violet e S. sono nella stessa scuola. e speravo che quando ci siamo trasferiti (hanno traslocato a giugno in un'altra casa nella zona - n.d.M.)tu mi avresti detto qualcosa. Ma parlando con mia sorella e colpita dal fatto che mi manchi, lei ha detto che forse tu ti aspettavi che ti avessi detto che c'eravamo trasferiti e che i tuoi sentimenti sono feriti perché non te l'ho detto, che a sua volta ha aumentato il tuo sentirti offesa.
In ogni caso non mi piace avere questa sensazione che ci sia qualcosa di brutto tra di noi. Ora se ti senti che ci siamo allontanate, capisco e mi dispiace che sia successo. Ma spero che se dovessimo incontrarci per caso, posso ancora dirti "Ciao".
Se vuoi puoi mandarmi un messaggio o chiamarmi.
L.                


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Bel messaggio, vero? Bello e accorato… tant'e' che io mi sono detta: e ora? Cosa rispondo? 
Di fronte ad una persona che si espone e che mi parla col cuore in mano, almeno in apparenza, devo rispondere onestamente, provare a spiegarle cosa ho provato e farlo cercando di non offendere le sue opinioni pur difendendo le mie; con tatto spiegarle la mia posizione, senza attaccare il marito e metterla sulla difensiva, ma anche senza compromettere quello in cui credo profondamente.

Non e' stato facile: avete presente camminare su un filo?

Ho cosi' iniziato a scrivere una risposta, cercando di esprimere quello che avevo provato e che provavo, e anche quello che volevo ho scritto e riscritto, tagliato e incollato, una fatica immane… 

Ho invitato anche Emily a leggere la bozza e dirmi cosa ne pensava (sia a lei che a Vivian conoscevano tutta la storia): in tutte le differenti versioni del mio messaggio, riuscivo a comunicare bene il mio pensiero, finche' non arrivavo alla chiusura, perché visto il suo approccio assolutamente nonconflittuale, non volevo finire questa lettera con una dichiarazione di guerra. Il mio intento iniziale, quello di proteggere me stessa e soprattutto proteggere Violet da ideologie razziste e bigotte, rimaneva forte ma mi sembrava giusto offrirle l'occasione di spiegarsi, visto che lei per prima l'aveva data a me.
Alla fine ho deciso che la cosa migliore era dare a lei l'opportunità di decidere cosa fare, come si dice qui "to put the ball in her court": in altre parole, questa e' la mia posizione, decidi tu.

Alla fine, dopo tanto editing, questa e' l'email che le ho inviato, a mio modesto parere quasi un capolavoro di "diplomazia intransigente":

Hi L.,
thank you so much for writing this. It has taken me some time to reply to your message, because while I need to explain what happened, I'm trying to do it with consideration to your opinions, as I truly valued your friendship and that of our girls.

First let me tell you that I have missed you as well but you are right: after the "conversation" we had a few months ago, which I wouldn't call "political" as I felt it was more like a weird quasi-apology of racism, I went home flabbergasted. I had never before being confronted by such prejudices from people I personally knew.

I'm going to be honest, I was really upset, I couldn't reconcile what I knew about you with all those awful ideas and stereotypes... no, I didn't really think that you guys "ganged up" on me, because you didn't say one word during the entire time R. and I were talking, so I was actually hoping that perhaps you were silently disagreeing with your husband, just like sometimes I do with mine.

Everybody has a right to their own opinions, I understand this and I respect it, but when these opinions are harmful to minorities, I find it really hard to ignore them and pretend all is normal. They become the elephant in the room. 

In hindsight, I made the mistake to take the bait and perhaps antagonize R., while I should have just grabbed any excuse, and leave as soon as the "all blacks have something wrong in their brain" idea was brought up. But I felt the need to somehow "defend" my black friends and all the people who do not have something wrong in their brain but just so happen to have a skin of a darker shade.

I understand we all have different (political) views, but in this case, it was beyond a political disagreement.
I truly believe that there are no racial hierarchies, that not one race is better than the other, and I don't believe for a second that there is something inherently or genetically flawed in any race, and that is what I want my kids to learn and live by. This is kind of one of my core beliefs, actually.

I would like to get together again, but I feel a bit uncomfortable, and especially I feel protective of Violet, in case any of those views are passed on to your kids: maybe you would feel the same if someone said to you that all South Americans and people of South American descent were inferior, or lazy or had something wrong in their genes.  
I'm not sure what to do.  
What do you suggest?


Monica



Ciao L., ti ringrazio tanto per avermi scritto. Mi ci e' voluto un po' di tempo per rispondere al tuo messaggio perché, mentre ho bisogno di spiegare cosa e' successo, sto cercando di farlo tenendo in considerazione le tue opinioni, visto che ho apprezzato la tua amicizia e quella delle nostre figlie.

Anzitutto lasciami dire che mi sei mancata anche tu ma hai ragione: dopo la "conversazione" che abbiamo avuto alcuni mesi fa, che non chiamerei "politica" , visto che mi e' sembrata più una semi-apologia del razzismo, sono tornata a casa a bocca aperta. Non mi era mai capitato prima di venire confrontata da tali pregiudizi da persone che conosco personalmente.

Devo essere onesta, ero davvero sconvolta, non riuscivo a riconciliare ciò che sapevo di te con tutte quelle terribili idee e stereotipi… no, non ho pensato che vi foste coalizzati contro di me, perché tu noi hai detto una parola durante tutto il tempo in cui R. ed io parlavamo, quindi io speravo che tu fossi silenziosamente in disaccordo con tuo marito, così come faccio talora io. 

Ognuno ha diritto alla propria opinione, lo capisco e lo rispetto, ma quando queste opinioni sono nocive alle minoranze, trovo molto difficile ignorarle e far finta che tutto sia normale. Diventano l'elefante in salotto.

In retrospettiva, ho commesso l'errore di abboccare e forse oppormi a R., mentre avrei dovuto trovare una scusa qualsiasi ed andarmene non appena l'idea che "tutti i neri hanno qualcosa di sbagliato nel cervello" e' stata introdotta. Ma ho provato il bisogno di "difendere" in qualche modo i miei amici "neri" e tutte le persone che per caso hanno la pelle di una gradazione più scura.
Capisco che abbiamo tutti diverse opinioni (politiche), ma in questo caso si tratta di qualcosa oltre al disaccordo politico.
Credo davvero che non esistano gerarchie razziali, che non esista una razza migliore di un'altra, e non credo per un istante che esista qualcosa di inerentemente o geneticamente difettato in nessuna razza, e questo e' quello che voglio che imparino i miei figli e che lo vivano. Questo e' tipo una delle mie convinzioni essenziali.
Mi piacerebbe che ci trovassimo ancora, ma mi sento un po' a disagio, e specialmente mi sento protettiva nei confronti di Violet, nel caso alcune di queste opinioni venissero passate alle tue figlie: forse anche tu proveresti le stesse cose se qualcuno ti dicesse che tutti i sud americani e i discendenti di sud americani sono inferiori, o pigri o hanno qualcosa di sbagliato nei loro geni. (il marito e' cileno n.d.M.)

Non sono sicura di cosa fare.
Tu cosa suggerisci?
Monica

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La sera seguente (sabato) mi e' arrivata la sua email di risposta:

Thank you so much for your insight Monica. I did keep myself out of the conversation on purpose.  1) because I don't like politics - I feel like I really never get the whole story about what the government is doing so I won't go out of my way to read what's going on like R. does. So when he starts talking politics I keep one ear open. 

But I thought maybe you thought I was in support of everything Rob was saying, I'm not but 2), I have mixed feelings about the other subject. 

Like you I don't think that any one race is superior to another and I surely am not teaching that to my children. And to be honest with you I don't even really remember that part of the conversation. I kinda tune-out R. when he gets to talking that way because, I've found, there is no true discussion with him. But I will say we as a society are doing something wrong when there is a majority of one race that is violent towards themselves and towards everyone else and they are making up the majority of our jail system and live off the government. 

I wish I knew how to help, but it doesn't seem like (them, as a majority) want help. That they don't want better lives for themselves other than selling drugs and being in gangs.  Now I know that sounds racist and it is. But at the same time I look at individuals and what's inside not the outside and I love it when I see someone succeed "against-all-odds". Maybe I'm not making sense. It be easier if I were talking with you. I hope we can get together sans R. and discuss whatever you'd like, You do know me, I am not a bigot.  I'm very open-minded to things and have an east spirit when it comes to other peoples opinions. I wish everyone could just get along!

I hope we can meet and have lunch together and just put this behind us and laugh at the absurdity that conversation was!!.   

Hope to hear from you soon.

L.

Ti ringrazio tanto per la tua perspicacia, Monica. Mi sono tenuta fuori dalla conversazione apposta per due motivi. 1) perché non mi piace la politica - mi sembra che non si riesca mai avere una storia completa di cosa stia facendo il governo, quindi non faccio uno sforzo extra per cercare di capire cosa stia succedendo, come fa' R. Così quando comincia a parlare di politica, ho solo un orecchio aperto. 2) Ho sentimenti contrastanti sull'altro argomento. Come te, non pensi che una razza sia superiore ad un'altra e sicuramente non insegno questo alle mie figlie. E ad essere onesta con te, non mi ricordo nemmeno quella parte della conversazione (perché evidentemente aveva solo un orecchio aperto  n.d.M.) In pratica smetto di ascoltare R. quando comincia a parlare in quel modo perché mi sono resa conto che non si può discutere con lui. Ma ti dirò che noi come società stiamo facendo qualcosa di sbagliato quando c'e' la maggioranza di una razza che e' violenta verso se stessa e verso tutti gli altri e che costituisce la maggioranza del nostro sistema carcerario e che vive di sussidi del governo. Vorrei sapere come aiutare, ma non sembra che loro, la maggioranza, voglia aiuto. Che non vogliano una vita migliore per se stessi a parte vendere droga e essere in una gang. Ora so che questo sembra razzista e lo e'. Ma nello stesso tempo guardo l'individuo  e cosa c'e' dentro e non fuori e amo quando vedo qualcuno che ce la fa' "contro ogni speranza". Forse quanto dico non ha senso. Sarebbe più facile se stessi parlando on te. Spero che ci possiamo trovare senza R. e discutere qualsiasi cosa tu voglia. Mi conosci, non sono una bigotta. Sono molto aperta ad altre idee e ho uno spirito serene quando si tratta delle opinioni di altre persone. Vorrei che tutti andassero d'accordo!
Spero che ci possiamo incontrare e pranzare insieme e semplicemente dimenticarci di questo e dire all'assurdità che e' stata quella conversazione.
Spero di sentirti presto.
L.



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Penso proprio di chiamarla più tardi e magari andare a pranzo insieme in settimana, visto che siamo entrambe "sfigliate" fino alle 14:30. 
Non so nemmeno se varrà la pena, ma forse cercherò di di darle un corso accelerato di storia coloniale, sia europea che americana, appellandomi alla sua umanità: non possiamo certo risolvere noi singolarmente l'immenso problema della violenza tra giovani afro-americani, ma non ci vuole un genio per realizzare che e' naive aspettarsi che un'intera etnia che e' stata per secoli sottoposta ad invasioni, rapimenti, torture, stupri, schiavitù e in generale, considerata inferiore e schiacciata da un'altra etnia, all'improvviso diventi fiduciosa e confidente nel governo fatto di persone che, per la maggioranza, appartengono proprio all'etnia che li aveva schiacciati… soprattutto quando le opportunità sono ancora minori, quando l'accesso all'educazione (istruzione) e' reso quasi impossible da una società che continua a valutare diverse gradazioni di colore della pelle in modo diverso. 
Basta pensare a quello che e' successo recentemente a Ferguson, dove un adolescente nero senza nessun'arma e con le mani alzate, e' stato assassinato da un poliziotto… certo non voglio fare la buonista, fare il poliziotto e' un mestiere difficile non c'e' dubbio, ma spiegatemi perché in Texas, ed altri stati, gruppi di bianchi possono andare in giro armati fino ai denti, per dimostrare il loro diritto di portare armi (pistole, fucili e armi automatiche), mentre un ragazzo di 18 anni disarmato viene falciato mentre ha le mani azate.

Al di la' del contesto storico e sociale che forse le manca, solo per il fatto che L. ha voluto cercare di capire e di chiarire, la sua amicizia vale la pensa di essere salvata, secondo me.
Perché di persone così nella mia vita, disposte a comunicare e dialogare e magari anche esporsi nella loro vulnerabilità e imperfezione, ne ho trovate pochissime.


Se vi interessa approfondire l'argomento (della violenza tra i giovani neri, americani e non), questo articolo spiega bene perché, nonostante il numero di atti violenti (rapina, omicidi, stupri, etc.) tra i giovani afro-americani sia sceso negli ultimi 25 anni, dietro le statistiche che mettono i neri sia in America che in altri paesi in testa alla classifica come esecutori di atti di violenza ci sono 5 motivazioni importanti. Penso sia un articolo che tutti dovrebbero leggere, perché la soluzione ad un problema di violenza, creato dalle violenze causate da una maggioranza che anche inconsciamente, si ritiene migliore, si può risolvere solo comprendendo la nostra responsabilità come membri della società per un passato violento, un passato di segregazione ed oppressione, ed eliminando i pregiudizi e gli ostacoli che chi vive in una pelle più scura vive quotidianamente, pregiudizi e ostacoli che noi, che siamo "più chiari" non sappiamo nemmeno che esistano.









mercoledì 24 settembre 2014

A cosa servono le mani

Diverse settimane fa, Valeria ha scritto un post che ha scatenato in me un'ondata di reazioni e ricordi… in questo post racconta alcune sue esperienze durante la sua recente vacanza in Italia.
Leggo:

"Qualche giorno fa un mio contatto fb scrive qualcosa su un comportamento sbagliato di un bambino nei confronti della madre e tutti i suoi contatti hanno deliberato che l’unica soluzione e’ lo schiaffo. Una generazione di picchiatori. Non riesco a capire come un adulto possa alzare le mani su un bambino, per definizione indifeso, senza considerare quel gesto violento, senza considerarlo un abuso, come possa poi guardarsi allo specchio senza farsi schifo.
Qualche settimana fa ero in un locale all’aperto, era tardi, circa mezzanotte. Arriva una coppia, il figlio dorme nel passeggino, ma la musica ad alto volume lo sveglia quasi subito. Comincia a piangere, la mamma letteralmente gli ordina di mettersi il ciuccio e chiudere gli occhi, lui piange piu’ forte e lei con un gesto delle mani gli fa capire che se avesse continuato, lo avrebbe picchiato.
E mi sento lontana anni luce."

Non e' questo il primo post in cui Valeria paragona i genitori italiani che incontra quando torna in visita in Italia con i genitori che ha incontrato/incontra a L.A.: apprezzo molto la sua opinione perché lei, che vive a Los Angeles da 11 anni, diversamente da me tollera gli Stati Uniti e gli americani (pur apprezzandone alcune delle diversità positive), subisce la distanza geografica e culturale con l'Italia come se fosse l'effetto collaterale di una medicina amara, e vive la dicotomia dell'espatriato come una ferita che non si può cicatrizzare. 
Quello che nota e' che i genitori italiani sono più propensi non solo all'uso delle mani per disciplinare i figli, ma anche all'uso frequente di etichette e nomignoli denigratori, che non hanno nessuno scopo se non quello di far evaporare l'autostima dei figli. Come in quest'altro post la cui frase finale e' uno schiaffo virtuale al modo di pensare di tanti genitori, italiani di sicuro ma non solo: "E con buona pace del mio amore per l’Italia, penso che un paese che parla cosi’ ai bambini, e’ un paese che ha poche speranze per il futuro."

Non voglio commentare se sia vero o meno che in Italia i genitori siano generalmente più maneschi o più calunniatori nei confronti dei figli di quelli americani, perché essendo americana e filo-americana, potrei essere tacciata anche giustamente di partisanship, di essere prevenuta... ma nella mia esperienza di 21 anni di vita qui, di cui 19+ da mamma, non ho mai visto un genitore usare toni derogatori o usare le mani con la stessa frequenza, nonchalance e tacita approvazione di chi e' testimone casuale, che ho visto e vissuto personalmente in Italia. 
Generalmente qui si tratta di violenze/maltrattamenti nascosti, la cui esistenza, se scoperta, diventa competenza dello stato, del Department of Child Safety (conosciuto comunemente come CPS, Child Protective Services): la violenza sui bambini in ambito famigliare quando viene portata alla luce del sole (e sotto la lente di ingrandimento dei social media) viene denunciata e generalmente punita. O come minimo apre un dibattito intenso.

Prendiamo ad esempio quello che sta succedendo in questo momento qui: Adrian Peterson, uno dei running back dei Minnesota Vickings (una delle posizioni del football più prestigiose e remunerate) qualche giorno fa e' stato accusato di aver picchiato (abusato) il figlio di 4 anni (quattro, eh?) perché il bambino aveva spinto uno dei fratelli giù dalla moto parte di un videogioco. Adrian, da bravo papa' cresciuto in Texas a suon di whupping, di menate da parte dei genitori, armatosi allora di uno switch, un ramo (si', proprio un bel rametto cui ha tolto le foglie), dopo aver tirato giù i pantaloni al bambino, lo ha "disciplinato" una ventina di volte, e lo ha fatto così bene che quando e' tornato a casa dalla mamma, il bambino e' stato subito portato dal pediatra (la distribuzione famigliare non e' chiara, ma penso che Peterson abbia diversi figli con diverse donne) che, quando lo ha visto, ha dovuto chiamare la polizia/servizi sociali.  
Queste sono alcune delle foto fatte dai servizi sociali:


Tra le varie ferite, oltre a quelle che vedete nelle foto sulle gambe, ce ne erano diverse simili sui testicoli ed anche su mani, braccia e polsi. Ferite da autodifesa insomma.
Tutto questo e' successo a fine maggio. 
Con lentezza, finalmente a settembre e' arrivata l'accusa di maltrattamento/abuso da parte dello stato del Texas contro Peterson e agli inizi di ottobre, Peterson tornerà in tribunale per il processo. Nel frattempo la contea in Minnesota, dove Peterson vive, sta cercando di limitare i contatti tra l'amorevole padre e il bambino, che durante l'intervista con la polizia, ha detto che il papa' tira anche pugni in faccia e, oltre a rami e verghe, usa spesso anche le cinture, di cui ha una vasta collezione nell'armadio Ah, ha persino una whooping room, una stanza per le botte. Lovely.

Ora, non mi voglio soffermare sulla reazione patetica della squadra e della NFL, la lega nazionale di football, che inizialmente lo avevano sospeso per una domenica, e che solo dopo la minaccia della perdita di sponsor hanno realizzato che forse sospenderlo per una sola giornata non era abbastanza e che avrebbero dovuto quantomeno applicare al loro giocatore una misura disciplinaria proporzionale al modo vergognoso con cui lui aveva disciplinato il figlio, sospendendolo così indefinitivamente (ma con paga… )
L'indignazione pubblica ha dato il peso che si merita ad una vicenda allucinante, se pensiamo che siamo nel 2014 e non nel 1800, e dopo gli sponsor che hanno minacciato (e uno lo ha fatto) di cancellare il contratto con i Vikings e con la lega, anche il governatore del Minnesota si e' fatto sentire sollecitando la sospensione. C'e' da aggiungere che il caso di Peterson si somma ad altri casi che si stanno dipanando contemporaneamente e che coinvolgono diversi giocatori professionisti colti in flagrante o denunciati per maltrattamenti e abusi verso figli/fidanzate/mogli/compagne vari, anche questi casi che le squadre/lega avevano cercato di coprire in un primo momento, ma che invece, grazie a giornali/media curiosi ed assetati di audience, sono stati scaraventati giustamente di fronte all'opinione pubblica…

… voglio concentrarmi invece sulle reazioni suscitate da questo caso, dove un padre il cui lavoro e' quello di spingere, correndo, dei panzer incazzati di 150 kg l'uno tutto il giorno, ha deciso , per insegnare ad un figlio di 4 anni a non spingere i fratelli e fare il prepotente, di picchiarlo usando un ramo: c'e' stato chi, inorridito da questa violenza verso un figlio/bambino, ha accusato Peterson di essere un cattivo genitore, e poi ci sono stati quelli (tanti…) che lo hanno pubblicamente difeso citando tradizioni culturali, religiose, etniche, oppure l'indebolimento della figura del genitore che vuole essere amico più che genitore, e chi più ne ha, più ne metta  … 
Una discussione che sta mettendo in luce una cultura di violenza contro i nostri figli così pervasiva e internazionalmente diffusa, che c'e' da stupirsi che, come specie, non ci siamo ancora annientati.

Sono interessanti da notare i punti di "difesa" usati da Peterson durante le interviste con la polizia e attraverso il suo avvocato, a giustificazione del suo violento attacco contro il figlio, perché sono esattamente le stesse giustificazioni usate da quanti, americani, italiani e sapessi leggere altre lingue, immagino di qualsiasi altra nazionalità, credono fermamente che picchiare/sculacciare/alzare le mani contro i figli funzioni come metodo educativo e disciplinare:
  1. la sua intenzione non era quella di far male al figlio, ma di insegnargli una lezione. Di disciplinarlo insomma. 
  2. prima di sculacciare i figli, lui comunque gli parla, gli spiega cosa hanno fatto di sbagliato. 
  3. se il figlio avesse pianto, lui si sarebbe reso conto che stava andando troppo pesante. (In altre parole, la colpa per le ferite multiple sanguinanti  e' del bambino.)
  4. non si era accorto, durante la "sessione educativa", che il ramo usato si "avvolgeva" intorno alle cosce del bambino, causando così più danni di quelli che solitamente, dice lui, vengono lasciati durante uno switching, una pestata con una verga/ramo
  5. per lui sculacciare (usa il termine whooping) fa' parte del suo ruolo di genitore, e pur scusandosi per aver fatto più male di quello che intendeva (che cosa intendeva fare comunque con un ramo?), lui continuerà a disciplinare i figli nello stesso modo, anche se probabilmente senza lo switch, perché   "I know how being spanked has helped me in my life.” Lui sa che l'essere stato picchiato lo ha aiutato nella vita. 
Ognuna di queste giustificazioni parte dalla premessa che alzare le mani contro un figlio sia diverso da alzare le mani contro chesso', un collega cui dovete spiegare per la centesima volta come fare qualcosa o il room mate che beve la bottiglia di vino che avevate messo da parte per un'occasione speciale, o l'amico che esce con la vostra ex-ragazza, l'estraneo che vi pesta i piedi, o il vicino con la musica a tutto volume. Certo, anche in questi casi, potreste benissimo prendere un ramo da un albero del giardino e insegnare loro una lezione, ma il risultato sarebbe molto probabilmente una denuncia con arresto, magari accompagnata da un occhio nero. E se viveste qui in America e' altamente probabile un vostro futuro come dimostrazione umana di groviera. 
Ma non e' assolutamente diverso, e' lo stesso atto, fatto solo contro una persona che non può difendersi, non solo perché e' fisicamente più piccola, ma perché in questa relazione col genitore, il figlio ha perso il diritto di essere protetto. Perché comunque un adulto e' protetto dalla legge e ha il diritto di difendersi dalla violenza di un altro adulto. Un figlio invece no. Fosse stato un estraneo a marchiare con un bastone il bambino, nessuno avrebbe messo in dubbio che si tratta di abuso (pensate che un altro figlio di Peterson di 2 anni e' stato ucciso dal boyfriend della madre del bambino un anno fa …) 
I nostri figli, di cui dovremmo essere i primi difensori, possono diventare il nostro punching bag, e tutti fanno spalluccia e anzi, applaudono, perché e' così che si disciplinano i figli che sbagliano. E perché, come una tradizione perversa che si passa da padre in figlio, "anche io sono stato picchiato, e mi ha fatto tanto bene".

E questa, fatevelo dire da una che e' stata "sculacciata" e che ha brevemente sculacciato, e' una stronzata colossale.

Premessa importante: voglio bene a mia mamma, ai miei genitori, quello che sto per raccontare fa' parte della mia infanzia, mi ha influenzato profondamente, e non posso purificare la mia esperienza e trasformarla in qualcosa che non e'. Ho tantissimi ricordi belli che mi hanno aiutata ad accettare quelli che vorrei dimenticare, quelli che preferirei non avere. Come sempre nella vita non possiamo cambiare quello che ci capita, le carte che ci sono state distribuite, quello che possiamo fare e' affrontarlo con coraggio, ed imparare dalle avversità ad essere diversi e migliori. E spezzare il ciclo di violenza.

Mia madre era la disciplinaria di casa e io ero quella che, penso, la disturbavo/provocavo/facevo arrabbiare di più, certamente più spesso delle mie sorelle. E' un talento, eh? non ce l'hanno mica tutti… Mia mamma mi suonava come un tamburino e il suo target preferito era il mio posteriore. I miei ricordi sono in generale piuttosto sfocati (per fortuna), non saprei dirvi se venivo sculacciata tutti i giorni o meno, pero' mi ricordo benissimo di come la sua faccia si trasformava quando era pronta all'attacco alla disciplina/punizione, e io sapevo senz'ombra di dubbio che avevo combinato qualcosa di sbagliato: le labbra le si contraevano un po' a culo di gallina, qui si dice pucker up ma non mi viene in mente se esiste un termine simile in italiano, come se stesse per darmi un bacio (ha ha!), e così facendo le si allungava un po' il mento, mentre il suo corpo intero si contraeva come una corda di chitarra… sapevo allora che stavano per arrivare. Quando si trasformava, avevo paura di mia madre. In casa si usavano eufemismi tipo darmi le to'-to', dal suono che accompagnava le battute "to', to', to'". Io ero convinta che non ci fossero altre alternative e che in fondo, me le meritassi tutte. 
Solitamente usava la mano nuda, mi ricordo di una sola volar che abbia ha usato uno strumento, il battipanni che mi aveva lasciato un bell'ematoma, pero' la mano la sapeva usare bene… 
Un evento cruciale e' successo quando avevo circa 10 anni: mi ero arrabbiata con mia mamma non mi ricordo bene per cosa, e avevo deciso di scappare di casa, un desiderio che ho avuto spesso specialmente durante l'adolescenza. Ovviamente, prima di scappare di casa, mi sono presa quelle due cosine che mi sarebbero servite nella mia"nuova vita". Una di queste era la scatolina in cui mettere l'apparecchio che portavo tutto il giorno. Questo particolare e' importante perché da' un contesto temporale al mio ricordo.
E dove si scappa a 10 anni? Nel parcheggio dietro casa, "nascosta" dietro una macchina, duh! Non chiedetemi perché . E' la logica ferrea di ogni decenne.
Mia madre mi poteva vedere dal balcone al quinto piano, ma io non lo sapevo, dopotutto ero una bambina. 
Lei dopo un po' e' scesa, mi ha afferrato e mi ha praticamente tirato/fatto marciare fino a casa a colpi di sberle sul didietro. Dal parcheggio, alla nostra scala e poi i cinque piani in ascensore, e' un bel tragitto, soprattutto se fatto al ritmo di sculacciate. Se qualcuno aveva visto, nessuno e' intervenuto, ma d'altronde si tratta di 40 anni fa, non era certamente l'unica a comunicare la sua frustrazione e disappunto con le sberle. 
Mia mamma era sicuramente stanca, con una bambina di 2 anni circa cui stare a dietro oltre a me e all'altra mia sorella, non ho nessun dubbio; ma la sua reazione al mio exploit di bambina e' stata esagerata, non credo che debba spiegarlo a nessuno… Questo cocktail di stanchezza, frustrazione e rabbia mi ha sbrindellato le mutande. Per non parlare poi del colore delle mie chiappe, che era cambiato da rosa a viola.
Francamente non mi ricordo che lezione avrei dovuto imparare, pero' mi ricordo benissimo di aver giurato che me ne sarei andata di casa prima o poi, quando avrei potuto. Cosa che ho poi fatto, almeno temporaneamente, una decina d'anni dopo. 
E' stato da allora una rapporto in discesa, quello con i miei, specialmente mia mamma, una relazione molto difficile e complicata. Non sono mai riuscita ad avere un rapporto disteso, di confidenza e fiducia con loro, finche' non sono andata a vivere per conto mio (vabbe', col mio ragazzo). Si e' poi normalizzato e livellato tutto quando sono andata a vivere in California e mi sono sposata. 

Non la giustifico, ma la capisco, anzi c'e' voluto che mi sposassi e avessi figli per capire quanto sia difficile navigare nel mare fatto di amore infinito e frustrazioni che e' l'essere genitore, cercando di stare a galla durante frequenti tempeste, nella speranza di non sbagliare, ma sbagliando sempre e comunque.
Ho sempre pensato che i miei avessero fatto del loro meglio con noi figlie, ma capisco adesso che ho 4 figli, che fare del proprio meglio non basta: va bene se devi preparare una torta, ma e' un limite quando parliamo della responsabilità che abbiamo nei confronti dei figli.
Col tempo ho capito che fear-based parenting che mi era stato indirettamente insegnato attraverso le tante sculacciate, questo basare il proprio lavoro di genitore sull'essere temuti dai figli forse andava bene 100 anni fa, ma e' assolutamente disfunzionale oggi.

Per molti anni, inclusi i primi anni in cui sono diventata madre, anche io, come Peterson e tutti quelli che sono a favore della violenza (intesa come "ogni atto o comportamento che faccia uso della forza fisica (con o senza l’impiego di armi o di altri mezzi di offesa) per recare danno ad altri nella persona o nei suoi beni o diritti" - Treccani) perpetrata contro i figli, giustificavo le sculacciate e sberle ricevute per 3 motivi principali: 
  1. mi meritavo quelle botte, visto che probabilmente avevo una boccaccia e "rispondevo" e facevo tutto quello che non dovevo fare. 
  2. anche mia madre era probabilmente cresciuta a suon di schiaffi, e usava gli strumenti che aveva imparato a casa, utilizzando i modelli che aveva ricevuto. Quindi non era colpa sua di per se'.
  3. alla fine tutte quelle battute mi sono state utili, perché sono cresciuta "bene". 
Quello che mi disgusta di più e' che il discorso del "meritarsi" una sberla e' anche supportato da chi usa la bibbia come libro supremo di tutte le scienze, inclusa la pedagogia. Organizzazioni come Focus On The Family, nata 40 anni fa con l'intenzione di promuovere idee conservatrici e il modello tradizionale della famiglia (in altre parole, niente sesso fino al matrimonio, matrimonio ovviamente solo tra un uomo e una donna, adozioni solo per coppie eterosessuali sposate, preghiera nelle scuole, insegnamento del creazionismo, sculacciare come forma positiva di disciplina… avete capito i tipi, no?) continuano a giustificare lo spanking, ovvero la sculacciata, come forma di disciplina necessaria. Che dire poi dei seguaci delle dottrine di Michael e Debi Pearl, autori del vendutissimo libro To Train Up a Child (e di loro seguaci ce ne sono centinaia di migliaia qui, se non milioni, tra cui i famosi Duggar, che suggeriscono questo libro nel loro sito, tra le "risorse per genitori") in cui raccomandano l'uso di una bacchetta, il rod of training, anche su bambini di 6 mesi. 
Vi invito, se non avete appena mangiato, a leggere questo articolo della merda umana pastore Pearl (e si', perché ovviamente e' un pastore cristiano) in cui con un turbinio di citazioni bibliche a supporto, vi spiegherà la differenza tra castigo e punizione, vi spiegherà come e perché bisogna usare la bacchetta per "castigare" i figli anche di 6 mesi (leggasi "pestarli con un bastone", proprio come Dio ci castiga quando usciamo dalla sua gloria; a proposito di questo rod of training, in un'intervista Mr. Pearl suggerisce che un'ottima "arma" da usare coi figli consiste di un tubo idraulico flessibile di mezzo cm di diametro, che può essere facilmente arrotolato e tenuto in tasca, pronto in ogni momento, e il cui materiale fa male ma e' soffice abbastanza da non lasciare segni sul muscolo o sulle ossa.) 

Con la bibbia in mano, tutte queste persone a favore delle punizioni corporali - ok, castighi - sostengono che sculacciare un figlio come castigo non e' un abuso, in quanto dovrebbe essere fatto a mente fredda, con forza ma non eccessivamente, e' un castigo che deve "pungere, ma non fare male". Lasciamo stare che la differenza tra "punizione" e "castigo" esiste solo nella loro mente distorta da versetti biblici scritti millemila anni fa, quando i sacrifici umani erano ancora considerati ok e si seguiva legge del taglione, ma non ci vuole una laurea in psicologia per capire che l'uso di rami/bastoni/battipanni/mani poteva forse andare bene quando la bibbia e' stata scritta, ma oggi che sappiamo che i bambini hanno la possibilità di imparare e confrontarsi col mondo esterno molto più che nel passato, questi metodi di punizione/castigo creano il risultato opposto, a lunga scadenza. La violenza genera violenza, e i figli imparano più osservandoci, come ci comportiamo quando comunichiamo con loro e con il resto del mondo che con mille sberle.
Altri continuano la loro apologia della violenza contro i figli evidenziando come i bambini insopportabili, quelli che testano la pazienza e l'udito di tutti, sono i figli di genitori che non usano punizioni corporali, e citando situazioni che abbiamo vissuto tutti, dove i bambini sono out of control,  raccontano di bambini che urlano buttandosi a terra nei supermercati, che spingono gli amici giù dallo scivolo, mentre i genitori inutilmente li rincorrono implorando "devi rispettarmi, ti ho detto di smetterla". E di genitori così ne abbiamo incontrati tutti, al parco giochi, al ristorante e persino quando ci si ritrova nel gruppo esteso famigliare. Mia sorella ad esempio, ha avuto un figlio che e' stata incapace per anni di guidare. Quando lo aveva portato in Italia la prima volta, quando aveva due anni, i miei erano rimasti esterrefatti perché i lei e il marito gli lasciavano fare tutto, senza mai intervenire con fermezza. L'altra sorella, quella che vive in Italia, quando ancora mi parlava mi aveva detto a proposito di nostro nipote "se quello era mio figlio, giuro gli avrei dato uno sberlone". Chissà se ora che anche lei ha 2 figli suoi, ha mantenuto la promessa… 
Questo per dirvi che e' vero, ci sono genitori che sono dei molloni coi figli, come appunto mia sorella, ma non perché non li menano quando si comportano in modo improprio, ma perché invece di guidarli, questi genitori hanno frainteso il loro ruolo, hanno lasciato il timone in mano ai figli. Hanno scelto una via d'uscita, invece di accettare la responsabilità di dare ai figli una direzione da seguire,  
"Menarlo o mandarlo alla deriva" non sono mica le uniche alternative per crescere un figlio. Sono di sicuro i metodi dei genitori più pigri, quelli più facili.  
Ma non ci sono scorciatoie quando si cresce un figlio. Lo so, perché le ho provate anche io, e non funzionano.

Chris ha ricevuto qualche sculacciata quando era piccolo, e si ricorda bene della volta che gli ho lanciato, mancandolo ovvio, un pettine. O era una spazzola? Whatever. 
Dopo ogni sculacciata, mi ricordo che mi sentivo un verme, mi immaginavo con la faccia trasformata, magari anche a me veniva il mento lungo e la bocca a culo di gallina… Ma continuavo a pensare che non ci fossero alternative, quando un figlio "si comporta male", bisogna fargli capire chi comanda, e lo si può fare solo accompagnando alle parole una pacca. Che male c'e' vero?

Ho smesso di sculacciarlo dopo che un'estranea in un ristorante dove ero andata sola con Chris ed Emily che aveva pochi mesi, mi ha sentito sgridarlo in italiano… Di sicuro aveva schiacciato tutti i pulsanti giusti e di sicuro io ero super-stanca, avendo un bambino di nemmeno 4 anni e una di pochi mesi. Sono anche sicura che non dovevo essere qualcosa di bello. Questa signora deve essersi spaventata per Chris, mi si e' avvicinata e mi ha guardato negli occhi e mi ha detto "I don't know what you do in your country, but in this country, we don't talk to children like that." Non so cosa tu faccia nel tuo paese, ma in questo paese, non parliamo così ai bambini. 
E' stata una doccia fredda, e ne avevo bisogno. Mi sono spaventata tantissimo e abbiamo finito di pranzare in velocità, aspettandomi l'arrivo della polizia o del CPS.
Vorrei potervi dire che l'istinto di alzare le mani e' evaporato quel giorno, ma non e' stato così: mi trovo ogni giorno a combattere contro me stessa e contro l'idea di "pungere" i miei figli quando non si comportano come dovrebbero (secondo me), ora non tanto usando le mani ma la lingua. 
Ne parlo con i miei figli ora che sono più grandi, della mia fatica quotidiana di essere una madre fair, aperta e disponibile ad ascoltarli… e loro me lo dicono, me lo fanno notare quando sbaglio. E non vi sto nemmeno a dire quante volte mi scuso. Perché così come stanno crescendo loro, sto crescendo anche io come madre, spero.  Ci aiutiamo a vicenda in questo viaggio, che non finirà con me o con loro, ma continuerà con i loro futuri figli, se ne avranno.

Non ho nessuna credenziale psicologica o pedagogica ovviamente, se non la mia esperienza, sia da figlia che da madre, ma vorrei comunque offrirvi alcuni suggerimenti, alcune idee che mi hanno aiutato nei momenti difficili, una sorta di 12 Passi per il genitore che sta per oltrepassare il limite (sono solo 5 per vostra fortuna…), per il genitore che magari vuole cambiare metodo lasciando da parte il rod of training, o la mano nuda:

  • nei momenti di maggiore frustrazione o di lotta o rabbia con una figlia (o figlio), fate l'opposto di quello che vorreste fare istintivamente. Ad esempio, quando vi verrebbe voglia di urlare o alzare le mani, abbracciatela e ditele "ti voglio bene". La situazione si calmerà immediatamente e sarà più facile parlare e ragionare. E questo funziona sia con figli piccoli che con figli grandi
  • il "time out", il periodo di isolamento dato ai figli per calmarsi e ripensare alle loro azioni, non e' solo per i figli: una pausa per riflettere e pensare a come agire, a cosa dire e' fondamentale anche per i genitori (accompagnati magari da un bicchiere di pinot grigio… scherzo!). Spesso una pausa di 10 secondi e' sufficiente per fermare il treno di emozioni che potrebbero portare all'uso delle mani
  • non etichettare i figli, non importa quanto ripetano lo stesso errore o quanto frustrati voi siate con un certo loro modo di fare! Non fateli vergognare. Immaginate di essere voi dalla parte ricevente di "Sei sempre pigra!" "Sei stupido!"  "Sei grassa!" Vi dico qual era la mia di etichetta:  i miei erano molto creativi e durante la mia adolescenza, siccome secondo loro ero sempre triste (e immagino lo fossi anche, principalmente a casa, ovvio… e poi comunque quanti adolescenti conoscete che non siano lunatici e imbronciati almeno un po'?) mi avevano appioppato il famoso nomignolo "Gufon Face". Quanto l'ho odiato e soprattutto quanto ho odiato il fatto che la loro fonte di ridicolo era la mia fonte di umiliazione.
  • il rispetto e la fiducia non sono strade a senso unico: per riceverli, bisogna darli. Nello stesso modo, se vuoi essere ascoltato dai figli, devi imparare ad ascoltarli. Il che non vuol dire cedere a ricatti e richieste, vuol dire solo che diamo validità ai loro sentimenti, che e' molto importante.
  • sbagliare e' parte della nostra condizione umana, e va bene così, sia per noi che per i nostri figli. L'importante e' chiedere scusa sinceramente.

Credetemi, non e' facile cambiare, non e' facile interrompere il ciclo di violenza che si impara da piccoli. 
Ma e' possibile, basta davvero volerlo, ed essere umili abbastanza da riconoscere di essere imperfetti e voler migliorare. Non c'e' bisogno di picchiare nessuno per essere ascoltati, anche se in certe situazioni verrebbe proprio voglia di farlo (su, su, non mentite: quante volte avreste voluto usare un bastone per disciplinare l'impiegata dell'anagrafe che vi sbaglia il documento o quello delle poste che si muove con la velocità  di uno bradipo-zombie?)  Ricorrere alla violenza, sia essa provocata e meritata o meno, e' un segno di fallimento, comunque lo vogliate imbellire, farlo benedire dal pastore di turno o coprirlo di pailettes e gloria postuma.

Ogni volta che ho alzato una mano verso mio figlio e non era per dargli una carezza, ho fallito nel mio ruolo di genitore. 
Ogni volta invece che ho alzato una mano verso uno dei miei figli e gli ho dato una carezza e non una sberla, ho vinto una battaglia. E siamo tutti migliori per questo.

Violet e' tornata a casa un paio di giorni fa con questo "lavoro" fatto in classe. E' appeso al muro, per ricordarmi a cosa servono le mani.



Vi lascio con la bellissima poesia di Dorothy Law Nolte (ho anche il libro…) Qui la traduzione.





p.s.: un ottimo libro che mi ha aiutato tanto e' Men Are From Mars, Women Are Form Venus…Children Are From Heaven di John Gray. E' stato tradotto in italiano, e lo trovate qui