mercoledì 17 giugno 2015

Il mio ultimo articolo

Velocemente, qui a pagina 7 trovate l'articolo che ho scritto per l'edizione Estate 2015 della Newsletter della Sierra Vista Food Co-op... e ovviamente non potevo non parlare del mio "percorso verso il triathlon" anche li'!
                                        

p.s.: chissa' se riuscite a trovare l'errore di spelling... colpa del copri-tastiera in lattice che mi fa "scivolare" le dita... :)

lunedì 15 giugno 2015

Dalla cacca può nascere un fiore, da una crisi, un'atleta.

E' giunto il momento di fare un annuncio pubblico, perché non posso più procrastinare ne' tenere segreta una decisione che posso definire per me epica... anche se poi davvero così segreta proprio non e': oltre ad averlo annunciato di persona o virtualmente ad alcune persone, chi segue i miei deliri quotidiani su Facebook e presta attenzione a quanto scrivo, non può non essersi posto qualche domanda... dai insomma, all'improvviso scrivo cose che sarebbero state improbabili anche solo quattro mesi fa... bici da corsa? Scarpe da corsa? Vasche in piscina? Wait, what? La Moky che si allena? Ma quando?
Insomma bando alle ciance...  non sto più nella pelle e ve lo dico: mi sto allenando per fare il mio primo triathlon!!! :)

Finalmente posso condividere con tutti questa mia "pazzia", posso dire a tutti quanto sono felice, quanto sono orgogliosa e raccontarvi la mia esperienza e il mio progresso!
A dire il vero questo annuncio dovrebbe essere un po' impostato, perché così a freddo sembrerebbe proprio che sono a caccia di complimenti, e non lo sono (ma se li fate, li accetto volentieri... ;-) ).  Decisioni così solitamente non nascono dal nulla, non e' mai "così per sport" che una come me sceglie di intraprendere un'attivita' sportiva intensa, e una che richiede un impegno fisico e mentale particolare come il triathlon.

Avevo accennato in uno dei (pochi) post di quest'anno che durante il periodo natalizio appena trascorso, per la precisione il giorno prima di Natale, ero venuta a conoscenza di alcune informazioni inaspettate che hanno sconvolto il mio mondo e hanno (ri)portato a galla tutte le insicurezze che mi avevano fatto compagnia durante i primi 27 anni della mia vita, stendendo un velo scuro su di essa.
I dettagli non sono importanti, quello che e' importante e' che ho trascorso un paio di mesi circondata da una densa nebbia mentale, cercando di capire il perché, quale senso avesse questa situazione... andando avanti alla cieca, perché comunque non e' che come genitore uno ha una scelta, no?, tra lacrime e sconforto, rabbia e tristezza, incapace di trovare una direzione che mi facesse uscire da questo tunnel di autocommiserazione in cui mi trovavo, non per mia scelta. Qui si dice "shit happens", la merda succede. OK, gotcha. Ma cosa si fa quando capita?

Diversi amici blogger e/o conosciuti grazie al blog, mi sono stati vicini (Tiziana, Titti, Luciano, Davida, Cecilia, Marco... se mi sono dimenticata qualcuno, e' solo perche quei 2+ mesi sono ancora in qualche modo offuscati), dandomi qualche suggerimento come e quando potevano, interessandosi... vi ringrazio tanto, pubblicamente. Con Letizia, conosciuta anche lei attraverso il blog, ricordate? ho avuto l'opportunità di parlarne di persona...  Ho apprezzato la vostra presenza, anche se siete lontani, immensamente. Vi sono in debito.
Ma era una situazione da cui dovevo uscire da sola.

La mia fortuna e' che sono una persona fondamentalmente positiva, una problem solver (così mi ha descritta ultimamente il preside della nostra scuola media), una che di fronte alle crisi, cerca di trovare una soluzione.
Apro una parentesi veloce per dire che scelgo questo termine per descrivermi, positiva, perché sono diventata consapevole, invecchiando, dell'alone malevolo che circonda la parola "ottimista", con cui mi sono auto-descritta da sempre: vorrei distanziarmi dall'immagine dell'ottimista che, almeno in certi "circoli" più sofisticati, viene spesso considerato uno che ha perso il contatto con la realtà. Un idiota insomma, secondo alcuni.
Invece uso la parola "positiva", perché personalmente la associo immediatamente al simbolo "+", che simboleggia crescita, progresso, andare avanti...  l'opposto di quanto fa un'idiota, secondo me.
Consideriamo il classico esempio del bicchiere mezzo pieno/vuoto: la differenza tra una persona ottimista ed una positiva e' che mentre quella ottimista vede soltanto il bicchiere mezzo pieno, trascurando il fatto che e' senza dubbio anche mezzo vuoto, quella positiva riconosce entrambe le realtà e, consapevole della possibilità che il bicchiere possa svuotarsi completamente, interviene attivamente per trovare una soluzione che consenta se non il riempimento totale del bicchiere, magari l'uso razionale della sostanza in questione, per farla durare più a lungo.
La persona positiva sa, o cerca di ricordarsi anche quando pensa di non sapere più niente (come nel mio caso), che anche nelle situazioni più dure da accettare, quelle più disastrose o tristi, esiste quello che qui molto liricamente viene chiamato silver lining, la fodera argentata che ricopre tutto, o quasi: anche quando questa fodera e' così sottile che si deve fare uno sforzo sovrumano per trovarla, noi che viviamo con il bicchiere mezzo pieno in mano non cediamo allo sgomento, ma continuiamo a cercarla, fiduciosi: come Pollyanna, noi persone incurabilmente positive riconosciamo che la merda puzza si', ma che anche concima da dio, quindi continuiamo a spalarla, con la molletta al naso, sapendo che prima o poi da questa merda nascera' un fiore.

Ho brancolato nel buio per un po', sono state settimane particolarmente difficili, perché oltre a dovermi confrontare con una situazione cui ero impreparata, ho fatto fatica a riconoscermi, semi-affogata come ero nella mie lacrime piene di rabbia, negatività e vittimismo.
Per fortuna alla fine ho dato alla positività la possibilità di riprendere nuovamente il comando della mia vita, e ho cominciato a formulare un piano di uscita da questo tunnel.

La prima cosa che ho fatto e' stata riconoscere il fatto che pur sentendomi vittima, ero comunque anche io almeno parzialmente responsabile per come la situazione si era venuta a creare, ergo stava anche a me cambiare in qualche modo.
Mi e' stato detto che "Poteva andarmi peggio" e finalmente ho realizzato che era vero, sarebbe potuto andarmi molto peggio e così, arrivato l'anno nuovo, ho deciso che l'unico modo per sconfiggere la depressione che mi avvolgeva, era quello di prendere la decisione di impegnarmi in qualcosa di fisicamente difficile, qualcosa di assolutamente al di fuori della mia zona di conforto, qualcosa che mi avrebbe reso fiera di me stessa e ridato la confidenza nelle mie capacita' che sentivo di aver perso.

E cosi' mi e' tornata in mente un'idea che avevo considerato quando c'eravamo trasferiti qui a Sierra Vista nel 2007, idea che era stata scartata molto velocemente, considerato che ero rimasta incinta a sorpresa praticamente un anno dopo il trasloco... come si chiamava? Ah, ecco: Hummingbird Triathlon, il Triathlon del Colibri' di Sierra Vista.

Il modulo di iscrizione (le iscrizioni si aprono il 1 luglio, sarò la prima a farlo!!)

Ho così preso la decisione, verso la fine di febbraio: mi sarei allenata per l'Hummingbird Triathlon di questa estate! Boom!
Senza sapere niente del triathlon, e praticamente poco o nulla delle 3 discipline sportive coinvolte,  ho iniziato ad allenarmi, mettendo alla prova il mio corpo, il mio cuore e il mio cervello.

Sono poco più di 3 mesi che mi alleno tutti i giorni con un solo giorno di riposo, solitamente la domenica.
E sono felice, FELICE, felice.
La trasformazione fisica e' evidente, la nota la gente che mi conosce e la noto anche io, non fosse altro perché mi sono rimessa capi d'abbigliamento (principalmente calzoncini corti) che erano anni decenni che non riuscivo più ad abbottonare senza creare il famigerato muffin top... si' insomma, la ciccetta che esonda dal giro vita di chi indossa gonne e pantaloni credendosi di 2 taglie in meno di quello che e' in realtà...
Ma e' stata la trasformazione mentale quella più sbalorditiva: anzitutto, la nebbia e' sparita. Svanita -poof!- non ho più tempo ne' voglia di soffermarmi su una situazione brutta, ho bisogno di tutte le mie energie quando mi alleno no? Altro che anti-depressivi, ho sperimentato personalmente il potere che l'esercizio fisico ha sulla psiche umana! Io, che non sono mai stata un'atleta, che non ho mai partecipato a nessuno sport (a parte sporadicamente e senza nessun vero interesse), io che non ho mai gareggiato in nessun evento sportivo, non solo mi alleno adesso tutti i giorni col sorriso sulle labbra, e conto di farlo fino al 22 agosto (data del triathlon), ma sto già pensando a quale altro triathlon vorrei partecipare dopo (sto persino seriamente considerando il triathlon di Bardolino l'estate prossima...)
Io, che non sono mai stata un'atleta, ho trovato uno sport che mi piace fare e che voglio continuare a fare finche' non potrò più farlo.
Io, che non sono mai stata un'atleta, mi trovo a quasi 49 anni a dire, con orgoglio e un mega-sorrisone, "I am an athlete", sono un'atleta. Wow. E ogni volta che lo dico o lo penso, mentalmente mi sembra alzare il dito medio al mondo, a chi le donne di mezza eta' le vede relegate solo in casa a leggere fotoromanzi e pulire i pavimenti. O ad aspettare che i figli tornino a casa da scuola o lavoro... o magari a fare da babysitter ai nipoti.
Forse solo chi ha superato una certa eta può capire la soddisfazione.

Questo post vuole essere un'incitazione a tutti, ma soprattutto alle donne che più che gli uomini tendono ad accontentarsi dello status quo, e vivere in situazioni stagnanti e deprimenti perché, anche quando fanno schifo, offrono il conforto dell'abitudine (il solito vecchio mito che chi lascia la strada vecchia...).
Accontentarsi non fa mai bene,  vivere nella tristezza e' orribile, l'ho provato per un paio di mesi ed e' stata un'esperienza che non auguro a nessuno (se non ai miei peggior nemici... ); non aspettate di trovarvi in una crisi per verificare se siete forti, per capire quale sia il vostro livello di resistenza e resilienza, per affinare le vostre capacita e talenti! E' importante identificare una meta che avete sempre sognato di raggiungere, qualcosa di difficile, qualcosa di straordinario, qualcosa che sembra un'utopia, e cominciare a fare i primi passi per raggiungerla!

Se questa quasi 49enne, madre di 4 figli, fisicamente poco idonea, che non si e' mai allenata prima può farcela, può fare un triathlon (anche uno a distanza ridotta come lo sprint triathlon di Sierra Vista), niente e' impossibile.
Soprattutto se state attraversando un periodo difficile, un momento particolarmente duro, ripescate quel sogno che avevate nascosto nel cassetto, togliete la polvere che lo ricopre, riscoprite voi stesse e chi siete veramente, e accettate la sfida di realizzare qualcosa che non avreste mai pensato di poter fare prima, qualcosa che vi fa paura ma vi eccita nello stesso tempo. Fate un passetto, poi un altro, finche' non avrete realizzato quello che fino a ieri sembrava un'utopia.

Dovessi rappresentare il progresso della mia preparazione atletica con un grafico della curva di apprendimento, si vedrebbe una curva molto accentuata in salita, perché sono partita da un livello che posso solo definire sotto la media delle schiappe. Forse per questo, i miglioramenti sono stati praticamente immediati.
Mo' vi racconto...


DAL DIVANO AL TRIATHLON

Anzitutto, per chi non sapesse cos'e' un triathlon, si tratta una gara di resistenza che consiste di 3 segmenti (nuoto, bici e corsa) in diverse distanze, completati senza nessuna pausa di riposo tra uno e l'altro, a parte la transizione tra una disciplina e quella seguente. Il triathlon più conosciuto, ed una delle gare più dure per un atleta, e' l'Ultra Distance, e di queste l'Ironman e' certamente il nome/marchio più riconosciuto: nel triathlon ultra (come l'Ironman), ad una bella nuotata, solitamente in mare o oceano, di 2,4 miglia (3,86 km), segue una biciclettata di 112 miglia (180,25 km) cui segue, tanto per gradire, una maratona, una bella corsettina di 26,2 miglia (42,2 km). l'Ironman più famoso ed ambito e' quello originale, che da quasi 40 anni si tiene ogni anno in ottobre a Kona, sulla Big Island in Hawaii.
Solo a scrivere questi numeri, le mani hanno iniziato a sudarmi...
Esistono centinaia di Ironman in giro per gli US e il mondo, e altre centinaia di gare a distanza ridotta, come l'half-ironman, mezzo ironman, conosciuto anche come 70.3 che rappresenta la distanza in miglia totale della gara; Olympic distance, un triathlon un po' più corto, e poi lo sprint triathlon, il triathlon più corto.
Vi immagino tutti a bocca aperta per lo stupore, quindi vi rassicuro subito: l'Hummingbrid Triathlon e' uno Sprint Triathlon, che di tutti i tipi di triathlon e' quello più da seghe (e diciamocelo!): le distanze sono minime, una frazione dell'Ironman, pensate che i triatleti seri fanno gli sprint come allenamento! Si tratta di nuotare per 800mt (solitamente in piscina), pedalare per 13 miglia (21km), e poi correre per 3,2 miglia (5km). Una robetta da poco... se sei già un atleta. Se invece, come me, sei poco più di un couch potato, si tratta di una meta fattibile certo, ma spaventosamente dura da raggiungere.
Soprattutto alla mia veneranda eta'. :)

Inizialmente, dopo aver preso la decisione che mi sarei allenata per partecipare all'Hummingbird Triathlon (che fortuna avere un triathlon qui in città!!) ed averla annunciata a J, la mia intenzione era quella di non dirlo a nessun altro, perché avevo paura, una paura tremenda di non farcela, di fallire e sputtanarmi. Poi J ha iniziato a dirlo ad amici "Did you know that Monica is training for a triathlon?" Dapprima ho minimizzato "I'm just trying, I'm not sure...".
E inizialmente non avevo nessuna direzione precisa, solo un piano di allenamento trovato gratis su uno dei tanti siti per triatleti in erba che esistono (questo in particolare ha diversi training plans e una caterva di articoli e video per i tri-rookies come me), e davvero non ero sicura che ce l'avrei fatta.

Era la fine di febbraio, e per un paio di settimane, seguendo appunto uno dei training plan gratuiti e poco dettagliati, ho iniziato a nuotare (poco), pedalare (poco soprattutto perché usavo pantaloncini da corsa, quindi senza l'imbottitura necessaria per evitare vesciche) e "correre", o meglio, camminare il più velocemente possibile, perché correre era troppo duro. Ci penso e mi rendo conto che avevo tutta l'ingenuita' del principiante che non sa bene cosa stia facendo.
Fortunatamente J, che da quando ha perso peso corre ogni tanto, mi ha suggerito di comprare The No Meat Athlete Triathlon Roadmap: The Plant-Based Guide to Conquering Your First Triathlon, un ebook/programma creato da Matt Frazier insieme a Susan Locke: lui e', appunto, il No-Meat Athlete (l'"Atleta Senza Carne", la "mente" dietro il blog farcito di suggerimenti, idee, podcast, etc. per atleti veg*ni e non, come ad esempio questi per triatleti principianti), un maratoneta professionista vegan, lei una triatleta vegan, ed e' una bibbia per chi come me, vuole affrontare il primo triathlon, e lo fa da vegan (secondo me il programma e' eccezionale per qualsiasi principiante, che sia vegan o no).
Questo libro e' una guida dettagliata, con informazioni e consigli su tutto, dal tipo di equipaggiamento necessario per allenarsi e gareggiare, a come mantenere la bicicletta in ottime condizioni, a come cambiare la gomma (cosa che spero di non dover mai fare), consigli sull'alimentazione pre e post allenamento, etc. Include anche interviste con alcuni triatleti vegan famosi, come Brendan Brazier e Rich Rollche tra l'altro avevo incontrato un paio d'anni fa, ed oltre ad essere un ultra-atleta (perché il triathlon non e' abbastanza, questo ha inventato nel 2010 con un amico triatleta disabile e anche lui vegan, Jason Lester, la Epic 5, che consiste in 5 Ironman Triathlon in 5 giorni su 5 isole in Hawaii...) e' anche, cosa che non guasta mai, un pezzo di gnocco da infarto. Ed e' mio coetaneo.
Non mi credete? Beccatevi 'ste foto allora!

4 chiacchiere, perche non potevo saltargli addosso....
"You, sir, are one hot tamale!"
Eh.
                                                              
Ma lo vedete il mio sorriso? :)

Doppio eh.

madonnagesu'
Secondo la rivista "Men's Fitness", Rich e' "One of the 25 fittest men in the world".
Scusate se e' poco...
Ho così iniziato ad allenarmi religiosamente l'8 marzo (la Festa delle Donne, sara' una coincidenza?), seguendo il piano serio e dettagliato di No Meat Athlete , e sapete cos'e' successo? Con ogni allenamento, mi rendevo conto che, porcodinci, forse forse non ero proprio morta, forse questo corpo di mezz'età aveva ancora qualcosa da dare, e sotto gli strati di madre e moglie, esisteva ancora una persona fisicamente capace di sfidarsi e vincere paure e insicurezza.
E cosi ho iniziato ad annunciarlo senza paura anche io a diversi amici, e ogni volta che pronunciavo le parole, dentro di me si rafforzava la convinzione di aver preso la decisione giusta.

E le lacrime sono finite, sono finalmente uscita dal tunnel di negatività, che e' diventato solo un ricordo che cerco di non ricordare.
E ho scoperto cosi il silver lining di cui parlavo sopra, perché quello che mi e' successo a dicembre e' stato alla fine "solo" un campanello di allarme, mi ha risvegliato dal torpore in cui mi trovavo e mi ha fatto rinascere. Una triatleta, ragazzi.
Chi l'avrebbe mai immaginato? Io no.

MY GOAL SETTING WORKSHEET

Parte della guida al triathlon e' il Goal Setting Worksheet, un modulo per "inquadrare" i propri obiettivi, in cui esprimere nero su bianco le motivazioni dietro le proprie decisioni, in questo caso quella di partecipare a un triathlon. E' una parte integrante dell'allenamento perché avere chiaro in mente lo scopo per cui si fa qualcosa di intenso e impegnativo, di cui e' facile perderne la motivazione, e' fondamentale per aver successo.
Queste sono alcune delle domande: "Perché stai facendo un triathlon? Cosa significa per te? Come migliorerebbe la tua vita se tu facessi un triathlon? Come sembreresti e ti sentiresti ce tu fossi un triatleta vegetariano? Chi ispireresti? Cosa succederebbe se non lo facessi? Chi ti supportera'? Come lo renderai ufficiale? Qual'e' il tuo vero goal? >> cerca di essere preciso"

Ho scritto: " Sto facendo il triathlon per dimostrare a me stessa che posso essere in forma, un' atleta come altre atlete. Voglio far vedere a tutti che una donna vegan di quasi 50 anni e madre di 4 figli può farlo. Voglio dimostrare che la dieta vegan (specialmente come la mia, senza grassi/olio etc) e' LA dieta per atleti."
Per quanto riguarda l'ufficializzazione della decisione: "Voglio scrivere un post sul blog." :)
Il mio vero goal... inizialmente era "Finire la gara".
Mi sembrava un goal scarsino, ma ero così impaurita... Ora che e' un po che mi alleno, e' diventato "Finire non ultima nella mia categoria  - donne 40-49 anni -, e questo goal e' sicuramente più badass (o duro) perché non solo competerò con donne più in forma ed allenate di me quasi sicuramente, ma senza nessun dubbio saranno quasi tutte donne di quasi 10 anni in meno! Ma hey, io lo dico lo stesso!
Ultimo goal, che non ho scritto ma importante anche se profondamente superficiale, e' che ho la scusa perfetta per indossare la tri-suit, l'uniforme speciale per il triathlon. Che ho ovviamente comprato non appena ho potuto...
p.s.: sulle fotomodelle e' tutta un'altra cosa, manco a dirlo...

La mia posa badass con la tri-suit

La mia learning curve, sport per sport

IL NUOTO

La verita' e' che non sono mai stata una nuotatrice, tutt'altro: sono cresciuta con un estremo disagio intorno a piscine, laghi e mare: mia madre era terrorizzata dall'acqua, infatti non credo di averla mia vista passare il limite del ginocchio quando si andava al mare, quindi sono quasi certa che mi abbia trasmesso una certa paura per le masse di acqua. In seconda elementare, mi sembra, i miei genitori, forse consci di questo mio disagio, mi avevano iscritto ad un corso di nuoto alla piscina Argelati vicino a casa forse attraverso la scuola, non ricordo, ma odiavo le lezioni, erano noiose e in più avevo sempre paura, così ad ogni lezione avevo sempre qualche scusa per non entrare in acqua, principalmente mal di pancia.

Più grandina avevo scoperto che con maschera e pinne riuscivo a nuoticchiare, e stranamente non  affogavo! Questo mi aveva dato un po' di indipendenza e la possibilità di divertirmi anche io quando si andava quelle 2 settimane a cuocere e sguazzare sull'Adriatico. Le volte che andavo in piscina con gli amici, ero quella che saltellava e giocava dove si toccava e che ogni tanto, sempre con un molta di ansietà si buttava nella parte più profonda, con il bottone "panico" sempre pronto ad essere schiacciato.
Deve essere una costante nella mia vita, anche per il nuoto c'e' voluta un'esperienza negativa per darmi la motivazione giusta e imparare a nuotare: avevo 26 anni e durante la (mitica) vacanza al Club Med, il gruppetto di amici che si era creato aveva deciso di andare a fare una nuotata fuori dalla caletta del club. Ovviamente io, senza maschera e pinne ad aiutarmi, ero dovuta rimanere come un cucu' in spiaggia ad aspettare che tornassero. Non mi e' piaciuta per niente la sensazione di non essere alla pari con gli altri, l'idea di rimanere sola mentre gli amici andavano a divertirsi insieme... quel giorno ho deciso di imparare a nuotare, e di farlo in modo da darmi una certa indipendenza e sicurezza. E così ho fatto: ho iniziato ad osservare altre persone nuotare ed ho iniziato ad imitarle (come coordinavano la respirazione con il movimento delle braccia, ad esempio) finche non sono riuscita a farlo anche io con discreta naturalezza, seppur non con la confidenza di chi e' nato pesce (Violet ad esempio).
Per tanti anni e' stato sufficiente, poi quando abbiamo costruito la piscina in giardino, ho avuto l'opportunita' di fare molta pratica, migliorare un po' la tecnica di respirazione, lo stile ed acquisire una certa dimestichezza, anche se vi confesso che probabilmente da qualche parte nascosto c'e' sempre il bottone "panico" pronto ad essere schiacciato!
Tutto ciò per confermare che, come tanti altri novelli triatleti di cui ho letto le storie, anche per me nuotare era qualcosa di difficile, cui avrei dovuto lavorare sopra con particolare enfasi.

Quando ho iniziato a nuotare come parte dell'allenamento per il triathlon, cosa che faccio nella piscina comunale (perché farlo nella mia piscina e' un'impresa ridicola, visto che e' lunga 10 metri, quindi per farmi gli 800mt necessari devo fare 40 laps, 40 giri di vasca, e vi lascio immaginare a contarli, anche con l'orologio/timer da triathlon), mi aspettavo un allenamento noioso, duro, ma il piano di allenamento e' disegnato in modo tale da rendere ogni sessione impegnativa quanto basta.
Il mio primissimo allenamento consisteva in una serie di swimming drills, esercitazioni ripetitive per inculcare la forma e la tecnica corretta per le bracciate, calci, respirazione, etc. + 500mt suddivisi in 10 set da 50m, intervallati da un minuto di riposo, seguiti dal defaticamento.
Siccome figuratevi se riesco a ricordarmi, mentre cerco di nuotare, la sequenza dei vari esercizi che devo fare, ho adottato questo sistema molto tecnologico di scrivermeli sul dorso della mano con uno Sharpie, un pennarello di quelli indelebili..
Questo esempio e' della prima settimana di aprile, suddivisi tra riscaldamento con esercitazioni, allenamento vero e proprio e defaticamento, un totale di 650mt.


Siccome alla fine della parte in acqua, ci aspetta quella in bici e poi la corsa, nel triathlon oltre alla forma corretta e' importante imparare a nuotare in modo efficiente, cercando di conservare energia e potenza, soprattutto nelle gambe, di cui avrò necessita per le prossime parti della gara.
Ho scoperto che mi piace nuotare tantissimo, non mi annoio, la mente e' libera di andare dove vuole e non ci crederete perché non ci credevo nemmeno io, ma mi rilasso!! Anche quando nuoto 1 chilometro o più (in circa 40 minuti, che include i 10 secondi di riposo tra un lap giro di vasca di 50mt. e l'altro, dio come sono tosta!!), esco che non so come spiegarlo, ma non sono nemmeno stanca. Boh. Forse sono nata pesce anche io, ma non lo sapevo!


IL CICLISMO

Ho ricevuto la mia prima bicicletta per Natale 1970. Avevo 4 anni,  e il motivo per cui mi ricordo con precisione la data e' perché "babbo natale" aveva nascosto la suddetta bicicletta (che volevo tanto) dietro a un sacco di carbone, siccome ero notoriamente "cattiva" (piccolo avviso a genitori presenti e futuri: quello che a voi puo' sembrare uno scherzetto divertente, per un bambino di 4 anni e' un'esperienza traumatizzante e tristemente indimenticabile).
Mi e' sempre piaciuto andare in bicicletta, ma quando sono diventata troppo grande per la graziellina ricevuta nel '70, avendo i miei paura per la mia incolumità, ho dovuto aspettare fino al liceo per tornare a pedalarne una di mia proprietà (ne ho vinta una rosa carinissima, non mi ricordo bene a quale lotteria). E quando questa mi e' stata rubata, ho dovuto aspettare qualche anno finche' mi sono comprata una mountain bike e una bici da città; amavo entrambe moltissimo e usavo una per avventurarmi per le stradine attorno al naviglio (la versione cittadina di Indiana Jones, nella mia mente) e con l'altra andavo quando potevo al lavoro, quando lavoravo in centro a Milano... Ok, altra confessione: lo ammetto, io ero una di quelle cicliste  pazze che in città salgono e scendono dai marciapiedi, e che la maggior parte di concittadini in auto (o moto) odiano profondamente.. a mia discolpa, non e' che Milano fosse (magari lo e' diventata negli ultimi 20+ anni) bike-friendly, una città molto facile da percorrere in bici.. non so se avete presente le cazzo di piastrellone che risaliranno all'epoca medievale che pavimentano le strade in centro, cui aggiungiamo le maledette rotaie del tram, le macchine parcheggiate lungo tutti i marciapiedi... Se fossero esistite piste ciclabili da casa mia al centro, le avrei usate volentierissimo, evitando gli smadonnamenti miei e, non oso immaginare, quelli dei vari automobilisti che sono sicura di aver fatto incazzare alla grande.
Tutta un'altra storia qui negli US.
Quando vivevo in California, non avendo la patente americana prima e, pur avendola fatta dopo, non avendo le risorse per un'altra vettura, finche' non e' nato Chris usavo una bellissima (o così mi sembrava) Huffy ibrida (mountain bike che e' usabile anche su strade normali) comprata da Target, quindi per definizione non esattamente di gran qualità, per andare ovunque: al supermercato, in palestra...  mi facevo persino le 15 miglia tra casa nostra e la base di Point Mugu per andare a vedere mio marito giocare a pallavolo nei vari tornei intramural oppure, che figata se ci ripenso, andavo in bici fino alla base per pranzo con un paio di panini, e da li' si andava con la sua macchina in spiaggia a Malibu, che si trova a 10 minuti. Poi mi rifacevo le 15 miglia in bici per tornare a casa. Insomma, la mia esperienza con le varie biciclette che ho avuto, nonostante un inizio traumatico (il sacco di carbone), e' legata a ricordi  belli, sicuramente più piacevoli di quelli legati al nuoto.

Prima di trasferirci qui, ho regalato la mia vecchia e fedele Huffy alla mia vicina, perché ero passata ad usare una bici da sentiero che mio marito aveva comprato ad una garage sale per $30 dollari, ma che era risultata troppo piccola per lui: una Mongoose che peserà circa 30 libbre, che andava bene per gironzolare qui, su strade e sentieri di deserto e montagna, così per divertimento e leisure.
E' stata con questa Mongoose che ho iniziato ad allenarmi per il triathlon, e mi sono subito resa conto che non era la bici adatta per una gara su strada: pedalavo come una maledetta e non riuscivo a superare le 10 miglia all'ora, se non in discesa... insomma, anche se si e' delle schiappe in partenza, e' importante nel corso di un programma di allenamento, essere in grado di vedere i propri miglioramenti, verificare i propri progressi, e con la bici non adatta diventa difficile. Ma le bici da corsa costano... una entry level, una da principianti che abbia una buona performance costa diverse centinaia di dollari, e così ero molto esitante. Ma J ha insistito, e con parte dei soldi che ci sono tornati dalla dichiarazione dei redditi, siamo andati in un negozio di biciclette, dove mi hanno "misurato" e poi fatto provare diverse biciclette...  ma appena l'ho vista, me ne sono innamorata... e l'ho comprata, la mia Dolce, my sweet ride che amo e adoro, e che mi fa sentire una regina a due ruote, mi fa sentire forte e veloce (lo so che non lo sono, lasciatemi scrivere come mi sento...)
E poi, peserà 1/3 dell'altra, ed e' una differenza che noto tantissimo!
Eccola qui:
Notate il manubrio rosa. Questa e' classe!! 

Il nome Dolce non gliel'ho dato io!! Si chiama proprio così!

Qui in un momento di effusioni tra noi due....

Questa e' la mia prima bici da corsa e, pur non avendo ancora aggiunto i pedali clipless, quelli a a gancio (prossimo acquisto, probabilmente post-gara), ho dovuto  comunque imparare ad andarci, perché e' molto diversa dalle altre biciclette che ho usato: anzitutto non avendo sospensioni come le MTB e le ibride, e avendo ruote "sottili" oltre ad essere super-leggera (e' in alluminio con ruote di carbonio, credo si dica così in italiano), e' molto più "dura" e inoltre e' molto sensibile, ogni leggerissimo movimento del polso ad esempio, risulta in un movimento della bicicletta, ma voi che siete esperti lo sapete già. Scendere e salire sono leggermente diversi e inoltre la posizione e' meno comoda di quella che si ha pedalando sulla Graziella con cesto davanti e campanello. visto che si e' più o meno sempre chinati per favorire l'aerodinamica. Fortunatamente, essendo una bicicletta disegnata per donne, e' comunque comoda: dal sellino che e' fatto apposta per appoggiare le nostre parti anatomiche più sensibili in modo da creare meno frizione possibile, al telaio che ha le varie distanze tra pedali e sellino, sellino e manubrio, etc. che tengono in considerazione che il corpo femminile e' generalmente verso da quello maschile... salirci e' un piacere!
Mi sono poi comprata dei calzoncini da ciclista (che hanno una bella imbottitura che dovrebbe evitare la "nascita" di vesciche la dove non batte il sole), un paio di jerseys, di magliette da ciclista (con le tasche sulla schiena per extra bottiglie e snack), e ora potete anche chiamarmi Coppi (o  meglio, Hillary Biscay, una incredibile triatleta vegan, che vive a Tucson e allena atleti che vogliono partecipare ai triathlon più duri, come Ironman. Il mio sogno e' di partecipare ad uno dei suoi camp... prima o poi...)
Nonostante la bici da corsa abbia migliorato la mia performance (grazie anche al libro Every Woman's Book of Cycling di Selene Yaeger), so di essere ancora molto lenta e di commettere errori come ad esempio, tirare su le spalle quando faccio più fatica (in salita, o se devo pedalare più forte), ma ne sono cosciente e comunque nei prossimi 2 mesi cercherò di concentrarmi in acquisire una maggiore velocità.

LA CORSA

Se il nuoto non e' mai stata un'attivita' naturale per me, e se il ciclismo e' sempre stato uno sport per me dal valore prettamente funzionale più che competitivo, io e la corsa non siamo mai andate d'accordo. Mai.
Non esagero, l'idea di correre senza un motivo (per l'amor di dio, se mi avesse inseguito un orso bruno mentre passeggiavo per le montagne, non ho nessun dubbio che avrei iniziato a galoppare come Mennea) mi lasciava esterrefatta. Ho sempre guardato chi fa jogging o comunque corre per più di 2 minuti di seguito con un miscuglio di ammirazione e odio, perché non ho mai capito il piacere che uno prova nel correre. Sapeste quante persone mi hanno detto che quando corrono ricevono questo "rilascio di endorfine", a me e' sempre sembrata una tortura e non ho mai capito come uno possa provare piacere nella propria tortura.
Iniziare a corre per il triathlon e' stata per me la parte più difficile e più dura, e la parte della gara che mi preoccupava di più. 
Prima di iniziare a seguire il training plan di No Meat Athlete, con la scusa di portare Kudo a fare un giro lungo, ho iniziato a portarlo sul sentiero nel deserto che da casa mia va fino al recinto della base, 4+ miglia,  intervallando una camminata veloce a sporadici scatti di corsa di 30 secondi. Vi giuro che ad ogni scatto, nel giro di pochi secondi avevo il cuore che mi scoppiava in gola. Questo per dirvi quanto fossi lontana fisicamente e mentalmente dall'idea di correre per più di 30 secondi. Not good.
Quando poi ho deciso di iniziare ad allenarmi seriamente, il solo pensiero di dover correre per 5 chilometri, anche senza considerare la nuotata e pedalata precedenti, mi causava un attacco di iperventilazione.
Ma io sono una che quando si mette in mente qualcosa, non demorde. E avevo una confidenza assoluta nel training plan.

Il mio primo allenamento di corsa e' stato questo: alterna 1 minuto di corsa a un passo facile in cui riesci a mantenere una conversazione con 4 minuti di camminata, per un totale di 20 minuti. Cosa vi dicevo? Pura tortura: chi cazzo vuole conversare mentre corre? Io certo no. 
Ma martedì 10 marzo (marcato sul calendario, eh?) ci sono riuscita, sono riuscita a correre per 1 minuto, per 4 volte. Sono arrivata a casa ansimando, ma con il cuore ancora al suo posto. Qual'e' stata a differenza? Penso sia stato il fatto che avessi una meta da raggiungere e l'idea di  mantenere un passo easy and conversational. Ve l'ho già scritto che questo libro e' la mia bibbia, vero?!
Mi sono poi decisa a comprare delle scarpe da corsa nuove, delle Asics in super-sconto nel negozio sportivo locale, visto che le mie cominciavano a mostrare segni di usura, dopotutto le avevo comprate, per caso, prima della vacanza in Italia, nel 2007. 
E poco per volta, con ogni allenamento miracolosamente ho iniziato ad apprezzare il semplicissimo atto di correre. Sono passata da correre con gran fatica 1 minuto, a correre per 45 minuti, senza fretta certamente, con una cadenza moderata, sempre cercando di mantenere un passo che mi consenta una conversazione (tra l'altro, ci sono volte che davvero parlo da sola anche quando corro...)

Ed e' successo che non odio più correre, anche se qualche residuo esiste sempre visto che ogni volta che devo correre, c'e' una vocina nella testa che mi suggerisce calorosamente di starmene a casa. Ma quando corro, mi piace, sorrido persino. Non so se questo e' l'endorphin release di cui mi parlano tutti gli amanti della corsa, ma so che sono contenta di correre.

Chi l'avrebbe mai immaginato? 


Quando racconto della mia evoluzione atletica alle persone che conosco e anche a chi non conosco,  la reazione e' quasi sempre la stessa: that's so inspiring! E spero che davvero, in qualche modo questa mia esperienza possa servire da ispirazione a qualcun altro. Ognuno di noi e' capace di atti eccezionali, solo pero' se siamo capaci di cercare una meta che ci consenta di esserlo. 
Fatemi sapere se anche voi avete trovato un'ispirazione all'eccezionalità. :)

Non vedo l'ora di raccontarvi della gara!!

p.s.: ho letto recentemente questa "poesia" di Benjamin Elijah Mays, uno dei mentori di Martin Luther King Jr. e uno dei critici più diretti della segregazione prima dell'avvento del movimento per i diritti civili, ed e' come se fosse stata dedicata a me... e io la ri-dedico a chiunque si trovi in un momento di crisi.
XOXO

The tragedy of life doesn't lie in not reaching your goal.
The tragedy lies in having no goal to reach.
It isn't a calamity to die with dreams unfulfilled,
but it is a calamity not to dream. . .
It is not a disgrace not to reach the stars,
but it is a disgrace to have no stars to reach for.
Not failure, but low aim is sin.
La tragedia della vita non e' non raggiungere la tua meta.
La tragedia e' non avere una meta da raggiungere.
Non e' una sventura morire con dei sogni non realizzati,
ma e' una sventura non sognare...
Non e' una disgrazia non raggiungere le stelle,
ma e' una disgrazia non avere stelle da raggiungere.
Non il fallimento, ma un obiettivo basso e' peccato.

mercoledì 8 aprile 2015

Transgender: come Kristin Beck mi ha aperto gli occhi e il cuore verso una realtà che non conoscevo.

Se vivete negli US penso ve ne sarete accorti anche voi: un po' sottovoce, ma una nuova battaglia civile sta avvenendo in questo momento, ovunque ci giriamo troviamo i segni innegabili di questa spinta sociale e mediatica inarrestabile... e' una sorta di "guerra in sordina" che viene combattuta su molti fronti sociali, tra le forze del progresso e dell'uguaglianza civile e quelle del bigottismo e del fondamentalismo religioso, per dare pari diritti non solo alle donne e uomini omosessuali, ma a tutte le categorie incluse nella sigla LGBTQ, anche a quelle che sono da sempre tenute un po' ai margini dell'arcobaleno, a parte nelle Pride Parades; proprio negli ultimi mesi su riviste, show televisivi popolari e seguitissimi (Grey's Anatomy vi dice qualcosa?), notiziari, concorsi canori... ovunque ci giriamo, troviamo riferimenti ad una di queste categorie in particolare, e parlo ovviamente dell'ultima lettera, la lettera T. 
Mi riferisco alle persone Transgender.

Questo e' un post che scrivo e riscrivo da mesi, giuro, e' passato così tanto tempo da quando ho scritto le prime parole che all'epoca Bruce Jenner era ancora conosciuto solo per essere il patrigno un po' babbione delle onnipresenti sorelle Kardashian, Laverne Cox non era ancora stata nominata per un Emmy per il suo ruolo in Orange Is The New Black, e l'idea che il presidente degli Stati Uniti menzionasse le persone transgender in un suo discorso State of the Union era solo un'utopia...

Ma la miccia e' innescata, i tempi sono maturi, ed e' venuto il momento di mettere da parte i pregiudizi, i preconcetti nati da informazioni arcaiche ed inesatte, le opinioni basate non su ricerche scientifiche come questa (siamo ancora agli inizi, e quanta strada c'e' ancora da fare!) ma al meglio su ideologie religiose così bigotte che dovrebbero farvi vergognare di essere cristiani (o buddisti, o ebrei o di qualsiasi altra religione vi professiate), al peggio su barzellette stantie divertenti quanto un'unghia incarnata. E' giunta l'ora di aprire mente e cuore e imparare a conoscere ed accettare nella nostra società i tanti, tantissimi esseri umani che hanno sofferto e soffrono discriminazioni, ingiustizie, violenze quotidiane perché non corrispondono al canone tradizionale di identificazione sessuale "maschio/femmina" cui siamo abituati, e con la loro presenza ci sfidano ad una visione del gender/genere, che va al di la' del sistema binario che ci e' stato trapanato nel cervello da società, cultura, religione per secoli.

E' una conversazione che va fatta al di la' dei sensazionalismi, delle donne con la barba e degli uomini con la figa (dio, chissà chi arriverà al mio blog adesso!) che fanno certo scalpore e audience, ma spesso non fanno altro che perpetuare stereotipi negativi. 
E' una conversazione che va fatta con tutti, anche con le persone più giovani, anche con i bambini, al livello che possono comprendere e cui possono essere interessati, ovviamente, perché gender dysphoria, la disforia di genere e' documentabile e diagnosticabile nei bambini sin da eta' pre-kindergarten (prima dei 5 anni), e se amiamo i nostri figli, se abbiamo un cuore anche per quelli degli altri, non possiamo rimanere aggrappati ad idee che sono sbagliate non solo dal punto di vista medico, psicologico e scientifico ma anche e soprattutto, quello umano. Tra l'altro, fino ad un paio di anni fa, negli Stati Uniti almeno, la disforia di genere era chiamata gender identity disorder, disordine di identità di genere, ed era come tale classificato come una malattia mentale. Fortunatamente questa nomenclatura e classificazione sono state superate e cambiate recentemente, togliendo almeno dal punto di vista medico ufficiale lo stigma che ogni diagnosi relativa alla salute mentale comporta. Yey, un passo in avanti!!

Vorrei con questo post, se possibile, farvi capire che le sproloquiate ignoranti di personaggi al limite del ridicolo come Adinolfi e affini, vanno combattute con l'informazione, in quanto sono da considerarsi non valide sotto tutti gli aspetti in cui possono essere considerate. Perché l'ignoranza genera ignoranza, l'ignoranza nutre paure e crea vittime. Tutte le discriminazioni hanno radici nell'ignoranza e nella paura, e l'unico modo per combatterle e' informarsi con serieta' e apertura mentale. 

Vorrei riuscire a darvi delle informazioni utili che possano aiutarvi (come hanno aiutato me , visto che tutto ciò che conoscevo in merito era legato al fenomeno dei viados nei viali di Milano e altre città, quindi era poco e negativo) a conoscere meglio una categoria di esseri umani che per tanto, tantissimo tempo (eccetto in alcune culture come quella dei nativi americani ad esempio, in cui le persone dal doppio spirito - two-spirits sono venerate ed onorate perché portatrici, appunto dei due spiriti, femmina e maschio) sono stati fraintesi, derisi, marginalizzati, discriminati e perseguitati, ed ogni volta che hanno provato ad uscire alla luce del sole, fuori dai locali gay o dai confini del personaggio/macchietta comica, entro cui sono tollerati solo perché oggetto di risate e fonte di intrattenimento, hanno incontrato disprezzo, rifiuto e violenza. E le battutacce zotiche di chi non sa, e ha paura.

Vi starete chiedendo, forse, quali siano le motivazioni dietro questo mio interesse e passione, del perché voglio far parte di questa "battaglia" globale, pur nel mio piccolo...

Il motivo principale e' Kristin Beck.

                         Kristin Beck - 2014 Mike Jachles photo )

Ho "conosciuto" Kristin Beck nell'estate 2013: stavo surfando senza meta tra i vari canali televisivi, J e Violet erano andati a dormire, gli altri figli erano rinchiusi nelle loro tane, io cercavo qualcosa di interessante da guardare, visto che non ero ancora pronta ad abbandonarmi nelle braccia di Morfeo. Così di passaggio, l'ho intravista e qualcosa nella voce, nello sguardo e nell'atteggiamento di questa donna, che stava parlando con l'intervistatore Anderson Cooper, mi ha fatto fermare sul canale 200, CNN.

Era una voce leggermente profonda, un po' rauca e sensuale nella sua "diversità", non una di quelle voci iper-squillanti o strascico-nasali classiche di molte donne americane, ma una voce calma, misurata, senza inflessioni dialettali pesanti. Anche lo sguardo aveva qualcosa di profondo, e nascosta dietro un make-up leggero, si notava nei suoi occhi una quasi impercettibile nota di tristezza che, combinata alla prontezza del sorriso molto aperto, mi hanno immediatamente accattivata.

Un incontro casuale e virtuale, certo, ma Kristin mi e' entrata nel cuore, me ne sono innamorata subito, e più ho conosciuto la sua storia, più mi sono incuriosita e ne sono rimasta coinvolta emotivamente.

Kristin e' nata nell'estate del 1966 (come me!) in una famiglia di ceto medio-basso di origine nord-europea in upstate New York. Le e' stato assegnato il gender/genere (sesso) maschile, e le e' stato dato il nome Chris (Christopher).
Erano anni di fermento civile, di agitazioni, di manifestazioni e dimostrazioni contro guerre e contro governi, anni di rivoluzione musicale, di ribellione e di cambiamenti…  una realtà lontana anni luce da quella in cui era nato Chris, i cui genitori erano estremamente conservative e fortemente religiosi (prima luterani e poi evangelici). Era una famiglia in cui la Bibbia era la risposta più o meno a tutto.

Sin dai ricordi più indietro nel tempo, Chris rammenta di essersi sempre sentito a disagio nel suo corpo, si ricorda di essersi sempre identificato "dentro" più come bambina, di essere stato interessato più al mondo delle sorelle, ai vestiti con increspature, a mollette e fiocchetti, a smalto sulle unghie, che a quello del fratello … ma considerata l'epoca e la famiglia iper-tradizionalista e fortemente religiosa, non c'era spazio per le domande, per i dubbi. Chris, dopo aver visto la reazione che i primi tentativi di esprimere la sua identità avevano generato in famiglia -"You're a boy, not a girl! Boys don't cry! Pink is a girl color!"- aveva imparato subito a tenere tutto nascosto, tutto imbottigliato, represso, e la sua intera infanzia e adolescenza sono state segnate da questa profonda incongruenza tra il suo corpo e l'anima, evidente nel suo desiderio insopprimibile di voler diventare femmina, di essere come le sorelle, desiderio esternato nelle frequenti preghiere mormorate a Dio di scambiargli il corpo con quello della sorella maggiore, di cui indossava segretamente i vestiti che riusciva a "rubarle". I primi ricordi di questo cross-dressing, momenti nascosti che lo rendevano felice e lo "completavano", risalgono a prima del Kindergarten quindi a prima dei 5 anni, per poi diventare nel corso degli anni un piacere segreto e qualcosa di cui vergognarsi, una parte di se stesso da sopprimere.

Oltre al sentirsi "disadattato" per questa mancanza di allineamento tra il suo corpo e la sua "anima",  Chris per motivi mai capiti, diventa anche il punching bag (letteralmente) del padre, che lo mena frequentemente, accumulando così ai sentimenti di essere "sbagliato" dentro e fuori, di essere diverso, quelli di non essere all'altezza, di non essere degno dell'amore del padre. Un cocktail tristissimo di bassa autostima, inadeguatezza e vergogna che lo accompagneranno per i primi 44 anni della sua vita.

La religione ovviamente (non poteva essere altrimenti, vero?) ha giocato anch'essa la sua parte lurida, particolarmente dopo che i genitori, trasferita la famiglia in Virginia, cominciano a frequentare la chiesa di uno dei pastori più intolleranti e odiosi degli US, Jerry Falwell... si', proprio quello che aveva dichiarato che Tinky Winky, uno dei Teletubbies, era gay, e che aveva affermato che l'AIDS era l'espressione della collera di Dio contro i gay e contro una società che tollera gli omosessuali… gran bella persona davvero, proprio ciò di cui Chris NON aveva bisogno!
Quale fosse il livello del senso di isolamento e di solitudine in cui viveva Chris non e' facile da comprendere… Non solo non c'era nessuno con cui confidarsi, nessuno con cui parlare apertamente senza correre il rischio di essere deriso, come minimo, della discrepanza tra la sua identità interiore e quella esteriore, aggiungiamoci come ciliegina che, secondo gli insegnamenti religiosi ricevuti, Chris per il "suo" Dio era un peccatore, un pervertito, un abominio. La causa di tutti i mali del mondo.

Chris si butta nello sport, nel football, e visto che il padre era il coach della squadra della high school e lui era atleticamente dotato e di una determinazione notevole, riesce a conquistarsi un po' della stima paterna. Ma come adolescente rimane schivo, con pochi amici... cerca di avere una ragazza, ma non si sente mai a suo agio e tutti i tentativi di relazionarsi come maschio con le ragazze, falliscono.

Dopo essersi laureato in scienze politiche e aver intrapreso una carriera come analista a Washington, D.C., su suggerimento di un collega che ne aveva fatto parte anni prima, decide di di arruolarsi nella US Navy, nella marina militare, e di partecipare all'addestramento per diventare un Navy SEAL, il gruppo più elite dei Marines.

Ho scoperto durante la ricerca per questo post che per molte persone transgender, specialmente M to F (Male to Female, da maschio a femmina), una carriera militare serve spesso da copertura non tanto per "gli altri", ma per se stessi, perché far parte di un ambiente altamente virilizzato, in una cultura impregnata di testosterone come quella militare e' quasi una necessita' non solo per mettere alla prova la propria mascolinità e il proprio valore, ma anche perché la vita militare e' così intensa e vissuta sempre in movimento, sempre in azione, sempre testando i propri limiti fisici e mentali, che lascia poco tempo libero per pensare, per piangersi addosso, e in particolare per "rifugiarsi" nella propria identità segreta.
Per Chris si trattava anche di un tentativo estremo di cercare "una cura", di cercare di far sparire questo suo sentirsi profondamente donna, che nessuno avrebbe accettato e che nemmeno lui riusciva a comprendere, a quel punto.

In questo momento le stime danno il numero di transgender in un ruolo attivo nel forze armate americane ad oltre 15 mila individui. Ma devono tenere la loro identità nascosta, perché l'eliminazione della legge Don't Ask, Don't Tell non ha incluso anche le persone transgender. Se includiamo anche i veterani, chi e' "in pensione" (che non significa necessariamente essere un/a vecchietto/a, eh? si può andare in pensione da una carriera militare dopo 20 anni) il numero sale a quasi 150 mila persone! Per fortuna ora, grazie anche a Kristin, il Pentagono e' sempre più vicino ad aprire le porte del servizio militare alle persone apertamente transgender (come già fanno altre forze armate nel mondo, ad esempio quelle australiane, quelle britanniche, quelle israeliane, etc.)

Dopo le 8 settimane di boot camp e il training specializzato per diventare Quarter Master, Chris inizia il training per diventare membro dei Navy SEAL, il cosiddetto BUD/S (Basic Underwater Demolition/Seal): per darvi un'idea, e' il training rappresentato, in modo fittizio ovviamente, nel film G.I. Jane, con Demi Moore… potete farvi un'idea più accurata del tipo di addestramento super-umano cui le reclute sono sottoposte qui. Chris eccelle durante questi 6 mesi di prove fisiche e mentali intensissime, tanto che gli viene riconosciuto il ruolo di Honor Man, un risultato eccezionale per qualsiasi persona, in particolare per uno "come lui".
Chris diventa così ufficialmente un Navy SEAL. I genitori sono finalmente orgogliosi di lui, e lui di se stesso: essere parte di una gruppo speciale, avere una "famiglia" di altri SEAL con cui stabilire anche per necessita' un legame fortissimo, e una carriera al servizio del proprio paese, gli danno una ragione per vivere, e lui si butta in questa professione con tutta l'anima, il corpo e la mente, partecipando in 20 anni di servizio militare a 13 deployments (per 13 volte e' stato inviato all'estero) di cui mi sembra 10 in posizione di combattimento, membro dell'unita' anti-terrorismo chiamata SEAL Team 6 (il gruppo che riuscirà poi a fare il raid nel compound di Osama Bin Laden, per dire), distinguendosi per la sua ingegnosità (diverse sue idee sono state poi implementate fisicamente a beneficio di tutte le forze armate) e per il suo valore.
 Ferito diverse volte, ha ricevuto molte medaglie per valore ed eroismo, incluso il Purple Heart, la Bronze Star con la V e molti altri riconoscimenti.


      Chris Beck con le numerosi decorazioni  - 2011 (da CNN) 

Ma questi 20 anni come SEAL non sono serviti a cancellare la sua identità di donna e, uscito dal militare nel 2011, con 2 divorzi alle spalle, e 2 figli con la prima moglie, ragazzi che quasi non conosce perché nati tra un deployment e l'altro, decide di fare l'azione più coraggiosa della sua vita, e di "uscire" all'aperto come donna, iniziare la sua transizione per fare finalmente combaciare l'esterno con l'interno. 

Libera di essere finalmente se stessa, Chris diventa Kristin, e con un coraggio unico decide di raccontare la sua storia ad una psichiatra che poi si fara' autorizzare a scrivere, molto malamente tra l'altro, un libro (Warrior Princess, la Principessa Guerriero) e che, con una sorta di truffa, togliera' a Kristin ogni diritto di scrivere libri sulla sua vita, lasciandole solo la possibilità di rilasciare interviste o partecipare a documentari (questa situazione e' ancora un po' poco chiara, ma Kristin non riceve un centesimo dalle vendite del libro ed e' molto esplicita sul fatto che on vuole supportarlo o spingerne la vendita). 
Questo libro, per quanto sia "maledetto" per i problemi legali che ha creato a Kristin, riesce pero' a creare molto interesse per la sua storia, e infatti l'intervista con Anderson Cooper su CNN, e la copertura mediatica che ne e' seguita, nasce proprio in seguito ad esso; da quel momento in poi, Kristin, quasi controvoglia, diventa un'attivista per il riconoscimento dei diritti dei transgender non solo in ambito militare (visto che comunque servono e hanno servito nella forze armate ugualmente, ma "in the closet") ma per diritti dei transgender in generale.

Un anno dopo, nel 2014, esce un documentario molto bello e molto toccante dal titolo Lady Valor (prodotto da CNN e disponibile su Netflix e Vimeo, per chi fosse interessato), che ho guardato con le ragazze, in cui Kristin viene seguita da una una telecamera nella sua vita quotidiana, telecamera che la coglie nelle interazioni col padre (che ancora lo chiama Chris e si riferisce a lei con pronomi maschili, ma che ha accettato la sua transizione), con  il fratello e una delle sorelle (la madre e le altre sorelle stavano all'epoca ancora "lottando" contro la sua trasformazione, la madre le aveva persino detto "Ma non potevi essere gay, come tanti?") che adesso ammette di adorare Kristin come sorella maggiore... 
La vediamo con leggings e stivali coi tacchi partecipare al tiro al piattello con padre, fratello e sorella (e dimostrare la sua mira infallibile!), la seguiamo in giro per gli US con il suo cane Bo nel suo camper, durante vittorie e riconoscimenti, nei momenti di gioia con gli amici, e anche i dispiaceri e i dolori, quelli fisici dovuti alle numerose ferite durante le azioni di combattimento, e quelli mentali, dovuti ai suoi demoni personali, di cui riusciamo ad avere un assaggio, ad esempio, quando parla brevemente al telefono con i figli, che ovviamente stanno facendo fatica ad accettarla.... La vediamo scegliere vestiti, mettersi il make-up... gesti normali nella vita di molte donne, che diventano pero' vittorie civili perché fatte da lei di fronte a una telecamera e a un pubblico. 
Una delle parti che mi ha colpito di più e' quando una persona, una donna, venuta a casa sua per un lavoro mi sembra, si rende conto che Kristin e' transgender e le chiede "So now, do you like men or women?" Allora adesso cosa ti piacciono, gli uomini o le donne?
La risposta di Kristin sarebbe da incorniciare nella sua sempicita': "I like people".  Mi piacciono le persone. Boom. Ecco la risposta a tutte le domande: cosa importa il sesso, l'orientamento sessuale, il modo di vestirsi o di presentarsi! Parafrasando Martin Luther King Jr., dobbiamo imparare tutti a giudicare le persone, e ad amarle, per il contenuto del loro cuore.
Oggi Kristin e' candidata al congresso per lo stato del Maryland, e sono sicura che più che mai si trova a combattere contro stereotipi e ignoranza. Spero proprio che vinca (credo che sarebbe la prima rappresentante transgender nel congresso americano) perché oggi più che mai abbiamo bisogno di integrità e coraggio nel governo.


Kristin Beck - Lady Valor

I like people, mi piace la gente, una verità essenziale e schietta, mentre noi siamo così fissati nel cercare di ingabbiare ed etichettare lo spirito umano, metterlo sempre su un binario e limitarne il viaggio... Siamo tutti in qualche modo ancora presi dall'idea che tutto ciò che esce in qualche modo dal sistema binario in cui classifichiamo le persone sia qualcosa di pervertito da evitare, da "curare", certamente inferiore e da ridicolizzare. 
Ma al di la' di questo rigido dualismo che siamo abituati ad usare come metro per misurare una persona, davvero, nel grande schema della vita, in questa nostra ricerca della persona da amare e da cui essere amati, e' davvero così importante sapere se questa persona e' maschio, femmina o quant'altro?
Alla fine Kristin ha un solo desiderio, che esprime durante il documentario diverse volte, che e' poi il desiderio che abbiamo tutti: di vivere la sua vita con dignità ed essere felice. Dice "I'm a human being and I deserve dignity and respect. It would be such a sucky world if we were all the same" Sono un essere umano e merito dignità e rispetto. Il mondo farebbe proprio schifo se fossimo tutti uguali. 
Ci sono una semplicita' e una chiarezza nel suo messaggio, che sono impossibili da negare.

La storia di Kristin Beck e' una storia tipica di molte persone transgender, e ce ne sono tantissime, che per anni hanno dovuto reprimere la loro identità e nascondersi negli armadi, spesso letteralmente, ogni volta che volevano esprimerla, costretti a vivere la vita entro i confini dati da società, cultura e religione e basati solamente sulla loro anatomia.
Ogni giorno su notiziari e programmi televisivi, telefilm, film, siamo testimoni della presenza in mezzo a noi delle persone transgender, spesso purtroppo solo perché vittime di assalti e violenze: secondo le statistiche più recenti, ci sarebbero in questo momento più di 700,000 individui transgender in America, ma un numero esatto e' difficile da ottenere in quanto molti vivono la loro vita da anni stealth, clandestinamente, cioè lontani dalle loro famiglie e da vecchi contatti, senza rivelare a nessuno la loro transizione, e senza che la società se ne accorga; come ad esempio e' successo alla Professoressa Lynn Conway, che ha allineato il suo corpo/genere biologico (maschio) con la sua identità di femmina negli anni '60 e ha vissuto per anni senza che nessuno sapesse che, anagraficamente, questo genio informatico, fosse nato maschio. Potete leggerne la storia incredibile qui (c'e' anche il link in italiano). 

Le probabilità sono elevate che conosciamo tutti almeno una persona che sia transgender, spesso senza che lo sappiamo, ed e' vero che oggi sembra che sempre più persone "di una certa eta'" si dichiarino transgender, ma non si tratta di un segno dell'arrivo dell'apocalisse o la conferma della depravazione del mondo, come le voci più impaurite e ignoranti della societa' vorrebbero farci credere: ringraziamo invece il progresso raggiunto grazie all'impegno e alla dedizione di attivisti come Kristin e dei suoi sostenitori, che hanno reso possibile una maggiore accettazione di una realtà che esiste da sempre, ma nascosta, perché adesso identificarsi come transgender e' leggermente meno pericoloso di qualche anno fa, in quanto certamente esiste più supporto e più informazione.

Informazione e supporto disponibili a tutti, anche a chi, come me, transgender non e'.
Così mi sono buttata nella ricerca, tra articoli, libri, video, e ho imparato tantissimo. 
Senza nessuna presunzione, e nella speranza di non offendere o fare torto a nessuno che sia  transgender, eccovi una sorta di "bigino" veloce per capire meglio i vari aspetti dell'essere transgender e alcune delle sue diverse sfaccettature. Non e' assolutamente completo, ma spero vi dia almeno un'idea della profondità dell'universo nascosto dietro la parola transgender.

GENDER, questo sconosciuto.

Gender e' il termine inglese che significa "genere" e quando lo si usa linguisticamente, ci si riferisce alla classificazione di maschile, femminile e neutro, che in inglese appunto (ed altre lingue) viene attribuita ad oggetti e "cose" che ovviamente non presentano caratteristiche biologiche sessuali (parentesi: provate voi a spiegare ad uno di madrelingua inglese perché la banana e' femmina e il cespuglio e' maschio... insomma l'assegnazione di genere in molti linguaggi e' assolutamente arbitraria...)

Quando parliamo di gender in ambito biologico, generalmente ci riferiamo all'assigned gender (biological gender), il genere assegnato, quello biologico, cioè all'anatomia sessuale evidente alla nascita di ogni individuo, ed e' strettamente binario (con l' eccezione degli individui chiamati "intersex", cioè persone nate con un'anatomia esterna e/o interna che non sono chiaramente definite o che non si adattano a nessuna definizione di genere, spesso per anormalità cromosomiche, o di altro tipo) e, manco fosse scolpito nella roccia come la tavola della legge di Mose', determinerà dalla nursery dell'ospedale all'estrema unzione, il modo in cui una persona verra' identificata, socializzata e limitata, con "l'aiuto" e la pressione esercitata da famiglia, società e dalla miriade di altre influenze esterne che ci marchiano dal momento in cui siamo nati. Il gender biologico diventa lo "stampino" cui dobbiamo tutti adattarci, secondo un copione sociale che ci dipinge di azzurro o di rosa, dimenticandosi dell'infinita varietà dei colori presenti in natura.

Ma il gender e' molto di più di quanto si nasconde sotto boxer o mutandine.

Uno dei fattori più banali e più importanti nella classificazione femmina/maschio degli esseri umani, perché e' il più visibile, e' quello che serve da comunicazione immediata con gli altri membri della società, cioè la gender expression, l'espressione del genere, in altre parole, come ci esprimiamo, come ci presentiamo, il mix di segnali che "lanciamo" verso l'esterno, che include ma non si limita a: quello che indossiamo, il taglio di capelli, l'uso o meno del make-up, il modo in cui ci muoviamo, i giochi che preferiamo, persino l'interesse verso un certo tipo di lavoro/carriera piuttosto che un altro; tutte cose che non hanno niente a che vedere con l'identità di una persona di per se', ma con il livello di "allineamento" che ognuno di noi ha con delle convenzioni sociali fittizie (ma accettate da "tutti"), con delle caratteristiche esterne che la società in cui viviamo ha deciso siano identificative di un genere o un altro. Prendiamo ad esempio una gonna: un vestito o una gonna nella societa' occidentale odierna sono considerati una espressione della femminilità di una persona, così come le scarpe coi tacchi che, a parte alcuni circoli più aperti e come quello della moda, danno il messaggio immediato "femmina".
Spostiamoci geograficamente o nel tempo e vediamo che in alcune parte del medio oriente indossare un caftano e' per gli uomini la norma, oppure nella Francia del Re Sole gli uomini sfoggiavano dei tacchi da giramento di testa.  
Per la maggior parte delle persone, l'espressione del genere si allinea senza troppi problemi con quanto stabilito, ma quando non succede la societa', confusa, reagisce ridicolizzando chi fuoriesce dalle regole, oppure con odio e violenza. Basti pensare agli sforzi che ha dovuto fare il movimento femminista negli ultimi 40/50 anni, per far si' che alle donne fosse consentito presentarsi con identificativi tipici maschili (capelli corti, giacca e pantaloni, ad esempio) senza problemi. Mi ricordo quante volte mia mamma, ma anche mio padre, mi avevano rotto le palle da bambina, perché ho sempre prediletto (almeno da quando ho dei ricordi) indossare capi comodi che mi consentissero ad esempio di arrampicarmi su un albero e appendermi a testa in giu. Ero un "maschiaccio" (che parola negativa!) allora, ma ancora oggi, pur possedendo abiti, gonne e scarpe col tacco, jeans e maglietta rimangono la mia "divisa", l'abbigliamento in cui mi trovo più a mio agio, in cui mi sento più me stessa. Ma anche se scelgo di esprimermi con alcuni tratti esterni che sono considerati più maschili che femminili, questo non mi identifica con un maschio perché IO non mi sento maschio. Mi sono sempre sentita femmina dentro, sono sempre stata attratta da persone del sesso opposto al mio... era come esprimevo il mio genere che metteva in difficoltà a volte la società e i miei genitori. 

Ma il gender e' molto di più di quanto chi ci sta intorno può vedere e notare di noi..

La parte forse più importante del concetto gender si riferisce a ciò che ogni individuo sente di essere internamente. Parlo della gender identity, l'identità di genere che e' qualcosa che non necessariamente coincide con il genere biologico e/o il modo in cui ogni individuo sceglie di esprimersi. L' identità di genere e' qualcosa di interno, di profondamente radicato, ed e' la parte centrale del senso di se' di tutte le persone. Ognuno ripensi a se stesso quando era bambino/a: immaginatevi se qualcuno, un genitore o un insegnante fosse venuto a dirvi no, non sei maschio (o femmina) negando così il genere in cui presumibilmente vi siete sempre sentiti a vostro agio (probabilmente quello biologico)... cosa avreste provato? E' difficile da spiegare e da capire, per chi non e' transgender: si tratta di una condizione di cui per anni (secoli) si e' saputo poco o niente, e che solo oggi viene studiata e considerata scientificamente. Si stanno ancora studiando le possibili cause fisiologiche del "transgenderismo" come condizione biologica di incongruenza tra identità di genere e genere biologico, e diversi studi puntano alla struttura dell'ipotalamo e del sistema nervoso centrale, che si "creano" durante le fasi iniziali della gravidanza, durante il processo di imprinting regolato da ormoni; l'embrione il cui sistema nervoso centrale e' mascolinizzato, da bambino percepirà se stesso come maschio, indipendentemente dall'esistenza di cromosomi xy; se invece il sistema nervoso centrale non viene mascolinizzato a livello embrionico, il bambino percepirà se stesso come femmina, a prescindere dalla presenza dei cromosomi xx.
Di sicuro si sa che l'identità di genere e' forte e insopprimibile, e non e' determinata da un costrutto sociale, da come una persona viene cresciuta, dalla famiglia o dall'ambiente in cui cresce. E non ha niente a che vedere con l'identità sessuale. 

Perché il genere biologico, l'espressione del genere e l'identità di genere di ogni individuo sono assolutamente indipendenti dal suo orientamento sessuale.

Parlavo prima delle "regole" della societa' in cui ci troviamo a vivere e di come siano legate strettamente all'assegnazione del gender biologico e, come gli argini artificiali di un fiume, cerchino di tenere il miscuglio che rende ognuno di noi unico sotto controllo, facilmente identificabile. Una di queste regole, che non ho mai capito perché sia diventata in qualche modo uno dei punti di battaglia di tutte le religioni, o quantomeno di quelle di origine abramitiche, e' l'orientamento sessuale: non importa quale sia il tuo genere biologico, per evitare la collera di dio, o forse quella dei sui seguaci più zeloti,  devi essere attratto da un essere umano (vedete, non parlo di cani o capre...) biologicamente di genere opposto al tuo. Quando questa regola non viene rispettata, secondo pastori, vescovi e altri leader religiosi, pare che dio si incazzi come una biscia e faccia piovere cavallette a destra e manca e, come punizione ai liberali pro-gay di Hollywood, si succhi tutta l'acqua della California!  

Quello che penso dell'omosessualita' e dei matrimoni tra persone dello stesso sesso, del loro diritto di formarsi una famiglia, lo ho già espresso ampiamente qui e in molti altri post (vedi quelli etichettati gay rights), e qui negli US negli ultimi 3 anni sono stati fatti enormi passi in avanti verso la parita' civile, i matrimoni gay sono legali e riconosciuti nella maggior parte degli stati, ma altri stati (notare la locazione geografica... il mid-west e il sud>> Arkansas, Georgia, Kentucky, Louisiana, Michigan, Mississippi, Missouri, Nebraska, North Dakota, Ohio, South Dakota, Tennessee, Texas) rimangono ancorati alla parte sbagliata della storia... Insomma, la battaglia per l'uguaglianza e' lungi dall'essere vinta, quando ancora si discute la legalita', anzi la costituzionalità dei matrimoni tra persone dello stesso sesso non perché esistano ragioni razionali, legali o logiche, ma perché in questi stati, e in Italia, si usa come guida civile una collezioni di libretti/storie scritti 3500 anni fa da un gruppo di uomini che temevano che tutti fenomeni naturali e celesti fossero espressione delle emozioni di un'entita divina (gender asssegnato maschio, ovviamente) che a parer mio sfoggia caratteristiche comportamentali molto simili alla sindrome premestruale della sottoscritta (non chiedetemi dettagli), che invece di essere legate alla fase del ciclo biologico femminile, sono strettamente connesse ai comportamenti sessuali di una specie animale su centinaia di milioni presenti su questo pianeta, l'essere umano: altro che Dio d'amore, questo padre/padrone/creatore/guardone e' un'entità vendicativa, incazzosa e che, ammettiamolo dai, si comporta un po' come un sex-addict, un po' troppo interessata a quello che succede solo le coperte tra gli esseri umani per essere davvero divina... 
Ma divago...
Come potete immaginare, anche parlando dell'orientamento sessuale in riferimento alle persone transgender, non esistono regole: alcune persone transgender, che prima della transizione avremmo considerato omosessuali perché attratte da persone del loro genere biologico/identita biologica, una volta allineato il loro gender biologico e/o espressione di gender con la loro identità, diventano eterosessuali, e viceversa. Joanne Herman, autrice del libro "Transgender explained for those who are not" (Transgender spiegato per chi non lo e') era sposata con una donna, quando ancora era conosciuta come Jeff. Diventata Joanne nel 2002, a quasi 50 anni, e' rimasta attratta dalle donne, in particolare e' rimasta sposata alla moglie di molti anni, diventando a tutti gli effetti una lesbica. E così anche Kristin Beck, perché come dicevo sopra, l'orientamento sessuale e' assolutamente indipendente da tutto il resto che definisce il genere di una persona.

Quindi, riassumendo, il gender e' molto di più che la presenza di un pene o una vagina, del pomo d'Adamo o delle tette. E molto di più del colore che preferiamo indossare o del fatto che ci piaccia giocare con i pentolini o i camioncini...
Per capire bene la complessità e varietà di gender possibili per ogni essere umano, studiatevi bene questa "Genderbread Person" (gioco di parole da "gingerbread man") qui sotto, che conferma come cercare di definire il gender sia come una ricetta, un pizzico di questo, un pizzico dell'altro... 
Se non riuscite a leggere tutte le spiegazioni scritte (sono minuscole..),  questo e' il link...




Transgender BON-TON: ovvero come comportarsi con una persona transgender

Anzitutto, quando ci si riferisce ad una persona transgender, usiamo il pronome che rappresenta l'identità con cui la persona si presenta, quindi ad esempio, parlando di Kristin Beck, ho usato il pronome femminile, perché lei si presenta come donna, si considera donna, e' donna.

Dovessi parlare di Chaz Bono, nato biologicamente femmina (Chastity) da Cher e Sonny Bono, userei "lui", perche' Chaz si presenta come uomo, si considera uomo, e' uomo. Nel caso di persone la cui identita' e' meno chiara, va bene chiedere rispettosamente come questa persona voglia che ci rivolgiamo a lei, se come "lei", "lui" o in qualsiasi altro modo preferiscano. Avevo letto una volta un articolo (italiano) in cui ci si riferiva ad una donna transgender come "lui": l'ho fatto anche io, parlando di Chris, prima della sua transizione, perché pur avendo già un'identità femminile, si presentava come maschio.
Siete confusi? Non siete i soli, ma ricordiamoci che nel dubbio, e' consentito chiedere, se lo si fa rispettando la dignità della persona.
E per favore, cerchiamo di non usare transgender come nome, e' un aggettivo, quindi usiamolo come tale: un uomo transgender, una donna transgender, persone transgender.
Io tendo ad evitare l'uso di termini come trans/tranny e persino transessuale (anche se quest'ultimo e' politicamente/linguisticamente corretto), per il motivo principale che hanno una connotazione negativa al limite dell'insulto.
Quindi vi do la mia benedizione per usare il termine transgender liberamente: si', e' una parola inglese, ma non ha il peso di anni e anni di ingiurie legate ad essa.

Un enorme NO-NO: non e' consentito chiedere alla persona trangender se sia stata operata, "cosa abbia sotto le mutande" o se le tette siano vere o finte... sono domande invadenti, che non faremmo a persone non-transgender, quindi nello stesso modo, nonostante la forte curiosità, comportiamoci in modo educato. Tra l'altro, per molte persone transgender, almeno qui, l'intervento chirurgico di allineamento sessuale e' una procedura non coperta dall'assicurazione sanitaria, quindi rimane qualcosa di irraggiungibile; se poi consideriamo che, proprio per la discriminazione che ancora e' consentita in molti stati, quando una persona si dichiara transgender (vuoi che sia prima della transizione o dopo) le probabilità sono elevate che possa venire licenziata, iniziando così un ciclo di difficoltà economiche che partono dal nel trovare e mantenere un lavoro (vi ricordate quando parlavo dei viados? Per molti transessuali/transgender non e' che la prostituzione sia una scelta, diventa l'ultima spiaggia per sopravvivere...), una casa, etc.
Altre persone transgender poi scelgono di NON fare nessuna operazione perché si sentono sufficientemente a loro agio solo con i cambiamenti impartiti dalle iniezioni di ormoni e dalla possibilità di esprimere esternamente la loro identità, al di la di quello che si nasconde sotto boxer e mutandine (repetita iuvant...)
E mai, MAI... come dite in Italia?, "fare outing" di una persona transgender che non si e' rivelata al mondo come tale!!

I bambini transgender

Ci sono persone, qui come in Italia, che aggrappandosi ad ideologie che, sostengono loro, sono nate dalla loro forte fede e religiosita', perpetuano quanto di meno amorevole e "buono" esiste nelle loro religioni. Si proclamano difensori della civiltà, della libertà d'espressione e della "famiglia naturale",  queste sentinelle dai tanti nomi, ma sono tutti solo dei paladini di ottusità medievali che mi fanno venire i conati di vomito. E sostengono che l'idea del gender sia frutto di non so quale demonio corruttore dell'innocenza dei bambini.
Ma proprio perché i bambini sono innocenti invece, e' vero l'opposto: nella loro purezza i bambini sanno quello che "sentono",  e chi ha figli può confermare, sanno "chi sono" sin da quando hanno circa 2 o 3 anni, cioè da quando finalmente riescono a distinguere la loro esistenza come separata da quella della mamma (o della persona più presente fino a quel momento). Quando si rendono conto di non essere un'appendice del genitore, li' cominciano a dichiarare la loro identità. E per la maggioranza dei bambini, l'identità e' chiaramente in linea con quanto i genitori si aspettano: camion, trenini e spiderman per i maschietti, bambole e cagnolini, principesse e vestitini per le femmine.
Vi ricordate quando parlavo di gender expression? Be' ci sono tanti bambini che se ne sbattono di quello che i genitori gli appioppano e si interessano a giochi o attività o vestiti che sono considerati più un'espressione del sesso opposto. Anche in questo caso, il rosa e l'azzurro sono solo due estremi, io ad esempio giocavo per ore col cicciobello, ma erano sempre avventure nella giungla, sulle montagne, dove i cicciobello era il mio fratellino che io dovevo in qualche modo salvare... insomma tra il rosa e' l'azzurro, esistono 1000 sfumature di grigio...
A volte queste espressioni e queste preferenze cambiano col tempo, a volte no, ma non influiscono sull'identità di genere del bambino.
Ma altre volte, non si tratta solo di una fase, di un periodo in cui bambino vuole giocare con le bambole o una bambina che preferisce indossare i pantaloni alle gonne.
A volte e' una certezza che pur nella sua giovanissima eta', il bambino/a non può smettere di esprimere, di urlare... e se un genitore e' attento e ascolta il proprio figlio, invece delle voci stonate e gracchianti che vengono dai pulpiti delle chiese e templi vari, capisce che si tratta di qualcosa di più profondo di un periodo di confusione...

Cosi' come e' successo a Jazz, che nel 2007 e' stata soggetto di uno special su ABC, condotto dalla mitica Barbara Walters (non lo trovo online ma potete guardare uno special fatto per un canale australiano nel 2009 qui): la prima bambina transgender ad essere sottoposta allo scrutinio pubblico di una nazione che stava appena "scaldandosi" all'idea che gli omosessuali fossero persone normali e non dei pervertiti da mettere al rogo, o il frutto di qualche atto incestuoso tra due diavoli. A 6 anni aveva appena cominciato ad apparire in pubblico secondo la sua identità di femmina. Perché la "fase" in cui questo "bambino" voleva vestirsi continuamente come una bambina, la "fase" in cui correggeva (sin da quando aveva iniziato a parlare) i genitori che dicevano "You're such a  good boy!" dicendo "I'm a girl", non era una fase. Perché una fase per sua natura ha un inizio e una fine. Per Jazz invece era qualcosa che continuava e cresceva ogni giorno. Jazz a 7 anni circa spiega come può cosa vuol dire essere transgender:



Da allora,  Jazz e' rimasta sempre al centro dell'attenzione del pubblico, diventando anche lei un'attivista per la causa della gioventù transgender (ha anche scritto il libro per bambini I Am Jazz) e più recentemente e' stata inclusa dalla rivista Time nella lista dei "Most Influential Teens", una degli adolescenti di grande influenza, e un paio di mesi fa e' stata scelta dalla Johnson & Johnson come la "faccia" che rappresenta la marca Clean and Clear per la nuova campagna nazionale "See the Real Me". E in una mossa che ho applaudito in piedi per diversi minuti, lo stesso canale che produce lo show dei conigli fondamentalisti... dei Duggar, quest'estate manderà in onda un reality con Jazz come protagonista, intitolato All That Jazz  Cosa vi dicevo all'inizio del post? La miccia e' accesa....




Ma Jazz e la sua famiglia non sono sole.
Durante la mia ricerca mi sono imbattuta nella storia di Ryland Whittington. Simile a quella di Jazz, ma dal punto di partenza opposto. La famiglia di Ryland ha creato >> questo video <<, che ogni volta che guardo mi commuove manco stessi tagliando 2 chili di cipolle. Mi sembra giusto che ve lo guardiate anche voi... perché tutta la confusione, magari l'odio, o il disprezzo, il ridicolo che potete provate ancora per le persone transgender, dovrebbe sciogliersi. Se non succede, siete dei mostri.

Un'altra bambina di 6 anni, A.J. ha avuto la fortuna di nascere in una famiglia che, nonostante fosse molto religiosa e politicamente schierata con il partito che e' notoriamente contro i gay (come quella in cui e' nata Kristin), si e' fermata ad ascoltarla e ha avuto il coraggio di cambiare tutto, città, amici etc. per dare alla figlia la possibilità di essere se stessa. Nel video qui sotto la madre, Debi Jackson, racconta la loro storia, la storia della loro bambina, nata nel corpo di un maschio, ma che già a 4 anni diceva "Mom, you know I'm a girl, right? I'm a girl inside"e controbatte con lucidità molti dei commenti e delle critiche che ricevono quotidianamente dalla gente che si imbatte nella sua famiglia. Da non perdere anche questo!



Tanti genitori illuminati ascoltano i propri figli, pensiamo ad Angelina e Brad, che hanno accettato il fatto che Shiloh da anni voglia farsi chiamare John. Oppure alla mamma di Cory, un teenager transgender in Canada, o ai genitori di Kyle... quanti bambini, quanti ragazzi possiamo salvare da una vita di incongruenza e di dolore, riconoscendo il loro diritto di essere chi sono, senza giudizi e pregiudizi?
E' importante riconoscere se un proprio figlio e' transgender da piccolo, perché e' possibile posticipare la pubertà (che porta con se tutti i tratti sessuali secondari che, se non corrispondono all tua identità di gender vera, sono una vera e propria tragedia: seno, curve, barba, pomo d'Adamo, voce bassa, etc.) dando un po' più di tempo prima di iniziare il trattamento ormonale per allineare il gender biologico il più possibile all'identità.... Perché una volta cambiata la voce, ad esempio, non ci sono iniezioni di estrogeno che te la facciano tornare a livelli più "femminili".
E' importante riconoscere, accettare ed aiutare un figlio transgender, e rendere la nostra società inclusiva di tutto lo spettro LGBTQ perché la percentuale di suicidi per le persone transgender supera il 40% (negli US), e considerato che molte famiglie si rifiutano di ascoltarli, si rifiutano di aiutarli ed accettarli, molti ragazzi transgender finiscono per strada, senza casa, senza soldi, senza aiuto, con un corpo che non e' il loro e nessuno che li aiuti o li accetti.
Aggiungiamo al suicidio anche gli atti di violenza perpetrati quasi quotidianamente contro le persone transgender, gli omicidi.... avete mai sentito parlare di "transphobia"? Pare che sia la difesa usata spesso da persone che decidono di ammazzare una persona transgender...
Ignoranza, paura,  discriminazione, violenza. E' un ciclo che dobbiamo interrompere.

Perche' alla fine questa e' vera empatia, questa e' vera compassione, non quella sbrodolata dai pulpiti la domenica, che e' spesso accompagnata da una bella dose di discriminazione e bigottismo. E' quella che consente, anzi promuove il diritto alla dignità, al rispetto e alla ricerca della felicita' di tutti gli esseri umani, a prescindere dal loro gender e dal gender di chi amano.



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Alcune risorse utili per chi vuole approfondire l'argomento (lista che cercherò di tenere aggiornata):

SUL WEB

Transgender in the military Blog

Transgender Kids (Supporto per bambini e adolescenti transgender e le loro famiglie)
Prof. Lynn Conway's Website (informazioni sui transgender e i transessuali, principalmente da M a F)
Transparenthood (esperienze di genitori con figli transgender)
Welcoming Schools (Risorse e strumenti per promuovere l'inclusione e fermare il bullismo nelle scuole)


FILM/DOCUMENTARI/TV

Transamerica (con Felicity Huffman)
Transparent (serie televisiva, prodotta esclusivamente per Amazon Prime)
Lady Valor (con Kristin Beck)
Just Gender (documentario fatto di spezzoni originali e interviste di numerose persone transgender)