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martedì 1 settembre 2015

La cronaca del mio primo triathlon.

Volevo intitolare questo post: I'm friggin' awesome, ma poi mi sembrava troppo... pero' fatemi gongolare un po' perché ce l'ho fatta: sabato 22 agosto ho partecipato - e finito - al mio primo triathlon (ne avevo parlato qui, ricordate?) l'Hummingbird Triathlon di Sierra Vista!

Che esperienza stupenda, mi ha lasciato di un eccitato e un carico che non provavo da tanto; e' stato sicuramente uno degli eventi più significativi della mia vita e ora mi e' rimasta una sorta di acquolina in bocca, il desiderio di rifarlo... non so se avete mai provato a saltare su un trampolino...  ecco ho provato un po' la stessa sensazione di quando rimbalzi e ti sembra di volare, ma poi rimbalzi un'altra volta e vai ancora più in alto che ti sembra di toccare il cielo.

E' stato facile? No, certo. Ma avendo passato gli ultimi 8 giorni post-gara senza allenarmi a causa di un raffreddore che probabilmente aveva aspettato che tensione e adrenalina si dissipassero per attaccarmi alla grande, e che mi ha impedito di respirare normalmente obbligandomi a vivere in simbiosi con la scatola di fazzoletti, ho capito quanto sia importante per me questo sfogo fisico, questo mettermi alla prova e spingermi, che faccio quotidianamente, queste ore in cui sono sola con me stessa, la mente libera. E' come se avessi trovato un grande amico, e questo amico sono io, che sudo e ansimo felice.
Ieri ho finalmente ricominciato ad allenarmi, e ho riprovato quelle sensazioni di energia e potenza che uno può provare solo quando spinge i propri limiti fisici, oltre ai confini da cui pensa di essere arginato. Ho corso per 2 miglia, poco piu' di 3 km, al ritmo di una canzoncina che era in repeat nel cervello e che suonava così "I'm a fucking triathlete, I'm a fucking triathlete,  I'm a fucking triathlete..." un jingle non proprio raffinato lo so, ma che non solo mi ha aiutato con efficacia a mantenere una cadenza decente nella corsa (la frequenza più alta per me finora, 170 passi al minuto) ma che e' diventato il mio peana, il mo canto di guerra e celebrativo, quello che mi ricorda chi sono e di cosa sono capace.

So che non state più nella pelle, e allora vi racconto come e' andata.

Vi avevo lasciati nel mezzo del mio training, che mi aveva portato da assolutamente incapace di correre un minuto senza entrare in iperventilazione, nuotare ritmicamente per una vasca e persino pedalare una bici senza cestello davanti, a triatleta in erba, forse ancora un po' esitante volendo proprio guardare, ma in grado di completare tutte e 3 le discipline... separatamente.

Gli ultimi 2 mesi pre-gara sono dedicati ad intensificare l'allenamento (spingere la velocità, per un certo numero di minuti, per allenare il corpo ad usare il sistema anaerobico e non solo quello aerobico), e simulare il percorso e le condizioni della gara. Tutte cose piuttosto tecniche, di cui so poco o niente, anche in questo caso io sono quella che ditemi quello che devo fare e lo faccio. Ma c'e' un segreto (non e' proprio un segreto) dietro agli allenamenti per il triathlon, ed e' praticamente che non basta correre per miglia e miglia, o nuotare vasche dopo vasche e pedalare per ore, alla stessa velocità.. bisogna abituare il proprio corpo non solo alla resistenza fisica, ma ad essere capace di usare efficacemente il glicogeno nei momenti (ce ne saranno almeno una decina anche nello sprint triathlon) in cui il sistema aerobico non e' abbastanza.  Siccome come ho scritto sopra, ci capisco poco pure io, se vi interessasse approfondire, ci sono decine di articoli online in merito, tra cui questo, che mi pare spieghi meglio (decisamente meglio) il tipo di allenamento richiesto e le sue motivazioni.

Nel frattempo anche J, mio marito, si era fatto convincere (ma da chi? Lui dice che sono stata io a chiederglielo, ma se mi ricordo bene, ogni volta che gli dicevo "Ho corso/nuotato/pedalato per xyz minuti" lui diceva "Ah, potrei farlo anche io" al che gli rispondevo "E fallo, no?" Non mi sembrava esattamente che lo avessi spinto, ma fa niente) a farsi prendere dalla triathlon-mania, e aveva cominciato ad allenarsi pure lui, ma ovviamente, essendo uomo ed essendo una testa di  avendo il suo orgoglio, lo ha fatto senza seguire nessun training plan, fidandosi invece del famoso allenatore Adminchia M. Aveva così cominciato a macinare miglia riducendosi sempre ad uno straccio grondante, nonostante il suo livello generale di condizionamento fisico fosse migliore del mio, visto che sono più di 3 anni che va in palestra 5 volte alla settimana. Vabbè che lui e' uno di quegli uomini che solo a pensare di correre comincia a sudare, ma non mi sembrava il sistema migliore.
Intanto sottolineo che io ero ancora injury-free,  senza infortuni e considerata la mia eta' e il cambiamento fisico cui mi ero sottoposta, era un ottimo record.

Arriva anche il mio compleanno, arrivano i 49, celebrati con questa meravigliosa torta fatta dalla nostra amica Alaine di Green Heart Bakery in Tucson (una cosa da sbrodolamento: Lemon-Berry Cake, una morsicata di paradiso... e si, e' vegan, fatta con farine integrali, senza grassi aggiunti, resa dolce grazie al succo d'ananas... se mi ricordo bene, ho sussurrato "oh my god" quando l'ho assaggiata...)

Orgasmica!

e finalmente arriva anche agosto, il mese della gara...  le ultime 3 settimane di preparazione... e come vuole la sfiga, lunedì 3 agosto, primo giorno di scuola e il ritorno della mia "libertà", arrotolando la coperta della piscina per farmi una nuotatina da sola, mi tiro un muscolo o una cosa importante della parte bassa della schiena. FUCK-FUCKITY-FUCK!!!
Dolore a parte (immediatamente facevo fatica a camminare), ero di un furioso che non vi sto nemmeno a dire: immaginatevelo, incazzata nera col fumo che mi usciva dalle orecchie, a 19 giorni dalla gara per cui mi sono fatta il mazzo da marzo, senza mai mancare un allenamento... e nemmeno riesco a camminare.

Il tutto con appunto l'inizio della scuola (che comporta sempre grandi manovre tra shopping di quello che richiedono gli insegnanti, eventi a scuola per conoscerli questi insegnanti nuovi, riunioni varie... ) e con la visita del fratello di J (si', quello che e' sposato con mia sorella maggiore con cui preferisco, per la mia sanità e integrita' personale, non avere nessun contatto da diversi anni) + figlio imminente... Ancora oggi quando ci penso, mi viene una rabbia: e' stato un incidente, ovvio, ma sembrava proprio che l'universo volesse mandarmi un messaggio. O forse qualcuno da qualche parte del pianeta stava aspettando che il karma colpisse me, per avere il suo momento di goduria shadenfreudesca.

Dopo un paio di giorni di dolore intenso, grazie anche a Sant'Ibuprofen, San Ben Gay e SantoYoga, ho ricominciato a sentirmi ancora umana e, nonostante camminare mi desse ancora fastidio, ho ricominciato a nuotare (in sospensione acquea e senza impatto muscolo-scheletrico, ero una sirenetta, giuro!), poi ho provato la bici e finalmente, una settimana dopo il mio boo-boo, sono riuscita anche a tornare a correre. Poco e piano, ma correvo. Questo a meno di 2 settimane dalla gara.
Contemporaneamente, mentre io ero ferma a casa, mio marito continuava ad allenarsi, e va bene, e a "vantarsi" dei suoi tempi e delle sue distanze. Tornava a casa dalla corsa e diceva "Tonight I ran 6 miles". Fanculo a te e alle 6 miglia, pensavo io. "This morning I swam a 1500" Te e i tuoi 1500 metri potreste anche affogare, guarda. Soffrivo, in silenzio, nell'animo, non solo nel corpo.

Il sabato prima della gara, ho deciso di andare a testare il percorso della parte "di terra" della gara (quella in acqua sarebbe stata fatta nella piscina dove mi alleno, quindi non avrebbero dovuto esserci problemi), ed e' stato un bene perché mi sono resa conto che il percorso da fare sulle 2 ruote prevedeva praticamente poco terreno piatto, con circa 5 miglia di leggera discesa che al ritorno sarebbero diventate 5 miglia di leggera salita. Eh!

Con l'avvicinarsi della gara abbiamo iniziato finalmente a preoccuparci di dettagli tecnici piccoli ma importanti, ad esempio come trasportare le 2 bici al luogo dell'evento: pur essendo in città, l'idea di impilare le due bici (tra l'altro, J aveva deciso di affittare una bici da corsa proprio per il triathlon, visto che la sua ibrida lo rallentava parecchio, e volevamo evitare di rovinare nel trasporto una bici da $2000) una sopra l'altra nel pulmino non ci piaceva.
Cosi con la solita procrastinazione che ci caratterizza, ci siamo trovati a far installare un gancio da traino per poter attaccarci un portabiciclette, il lunedì prima della gara. Ovviamente, il primo gancio installato era quello sbagliato, perché e' così la vita. Alla fine tra madonne e santi vari (miei) e svariati fucks/cunts/assholes (di J), siamo riusciti ad avere un porta-biciclette pronto, giovedì 20 agosto. La gara era, appunto, sabato.

Venerdi, il giorno prima della gara, e' stato dedicato al riposo e allo strafocarsi di carboidrati, per riempire le "scorte" di glicogeno, cosa che abbiamo fatto entrambi con gioia.
Poi ci siamo concentrati a preparare l'elenco di quanto ci sarebbe servito per la corsa, o meglio, per preparare l'area della transizione, cioè dove si cambia da una disciplina all'altra. Tra le cose varie da portare, sia J che io volevamo usare i nostri cronografi per controllare la nostra performance a fine gara: il mio e' un Garmin Forerunner 310XT, fatto per il triathlon, che consente di controllare non solo i tempi dei 3 sport, ma anche diversi parametri in ognuno di essi. Fino a quel momento, nell'opzione "triathlon", io avevo registrato solo la bici e la corsa, visto che quello era il mio allenamento "brick". Per la gara, mi sono premurata di aggiungere anche il nuoto, così da essere pronta e preparata.
Avevamo tutto pronto, colazione, borsa per la zona cambio, tutto perfetto.

La gara sarebbe iniziata alle 6, con diversi scaglioni di nuotatori a seconda del tempo annunciato per completare l'intera distanza. Il check-in sarebbe iniziato alle 5, quindi noi, con l'agitazione tipica di triatleti novelli, decidiamo di mettere l'allarme alle 4 io e 4:30 lui, doppio allarme per essere sicuri.
Ovviamente, non dormo una cippa, o se dormo, e' un sonno leggero,  perche quando suona il mio allarme ero gia sveglia. Nessuno dei due ha voglia di alzarsi, e così rimaniamo in letto, in quel dormiveglia strano, aspettando che suoni il suo di allarme. Dopo un po' decido di alzarmi, e meno male che lui mi chiede che ore sono. Controllo il cellulare e dico, senza propriamente registrare l'informazione "Sono le 5:38".
LE CINQUEETRENTOTTO???
Avete presente nei cartoni animati, quando un personaggio corre così veloce che svanisce lasciandosi dietro solo una nuvoletta di polvere? Ecco, così eravamo noi quella mattina.
Non so nemmeno come abbiamo fatto a farcela,so che NON abbiamo fatto la colazione che avevamo organizzato: per fortuna c'erano in casa le ultime 2 energy bar e una banana nel cooler di mio marito. NON ci siamo lavati ne' deodorati, tanto avremmo comunque battuto ogni livello di puzza ascellare umana.
**  WARNING ** TOO MUCH INFORMATION ** Saltate il paragrafo seguente se preferite continuare ad avere di me un'opinione pura, quasi sacra.
NON sono riuscita a svuotarmi per bene come faccio ogni mattina, cosa che temevo e che si e' ovviamente avverata, e anche peggio, perché quando si diventa vegan se c'e' un sistema che funziona sempre da dio, e' il sistema digestivo. Ma roba che voi non-vegani non vi potete immaginare, cioè 3 o 4 volte al giorno, a volte anche di più. E uno dei motivi per cui volevo alzarmi presto era proprio quello di perdere quelle tot di libbre in bagno. E invece...
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Con una velocita', che non mi sarei mai aspettata da lui, J ha installato il portabiciclette su cui ha caricato entrambe le bici.
Fortunatamente, a quell'ora di sabato mattina non c'e' nessuno o quasi per strada e così siamo riusciti ad arrivare, vi ripeto ancora, non so bene come, alla partenza alle 5:55.
Gia sudati, ovviamente.
Per fortuna noi eravamo entrambi nel secondo scaglione ad entrare in piscina, quindi abbiamo avuto tutto il tempo per preparare la nostra area di cambio, io sono riuscita ad andare in bagno (yeaaaaa), e ho avuto anche l'opportunita' di osservare gli altri concorrenti, un gruppo assortito di uomini, donne e ragazzini, alcuni dal Messico, e mentre alcuni li vedevi, erano atleti seri o semi-professionisti, altri erano li probabilmente per mettersi alla prova come me. C'erano alcune bici dai costi da capogiro, e c'era anche chi usava la propria mountain bike... insomma, non essendo un triathlon sanzionato dall'associazione americana di triathlon (USAT), era proprio una gara aperta a tutti, un momento per la comunità per ritrovarsi.
E infatti abbiamo incontrato una nostra conoscente, Melinda, che ha 78 anni e con il marito (medico in pensione) sono entrambi vegan da diversi anni ed ha partecipato a numerosi triathlon e competizioni, ed era anche lei nel nostro scaglione in acqua (vi anticipo che, a 78 anni, ha finito la gara circa 40 minuti dopo di me!!)
Ho visto il dentista pediatrico dove porto i miei figli, diversi insegnanti del nostro distretto, uno dei membri del consiglio "comunale"...

Il primo scaglione e' entrato in acqua alle 6 puntuali. Dopo 17 minuti uscivano già le prime persone (ci siamo guardati... il mio tempo migliore e' sempre stato 21 minuti circa...).
Poi e' arrivato il nostro turno: 2 persone per corsia, io ero nella corsia 2, J nella 8. A condividere la corsia con me c'era una donna sui 30 un po' in carne, ma non vuol dire niente: durante i miei allenamenti sono stata sorpassata sia in acqua che in bici da delle donne che non avevano esattamente un fisico atletico.. Non succede spesso nella corsa, perché li' il peso extra non e' supportato dall'acqua o da un macchinario come la bici. Mi aspettavo quindi di essere stracciata, ma ero pronta e concentrata.

Decido di preparare il cronografo per la partenza, e mi rendo conto di aver commesso un errore idiota, quando avevo cambiato la sua impostazione per la gara: quando ho aggiunto il nuoto alla bici e alla corsa, l'ho fatto alla fine quindi il cronografo ora era settato per una gara bici/corsa/nuoto. E fanculo anche li'....
Non appena mollo l'idea di cronometrarmi,  ci avvisano di entrare in acqua, suona la tromba della partenza e... VIA!

omygod omygod sto gareggiando... it's the real thing... non e' piu' un allenamento, non e' più una prova...
Subito cerco di rilassarmi per entrare nello stato d'animo e nel ritmo per completare le 16 vasche  (avanti e indietro) in un tempo decente, uno stato quasi di trance che mi prende quando nuoto. La tipa nella mia corsia, invece, parte a tutta birra e mi supera subito, e io penso che non e' allenata nel modo giusto, e si brucerà presto. Infatti, già alla seconda vasca, la intravedo con la coda dell'occhio che sta nuotando a dorso, una delle tecniche suggerite per non fermarsi e continuare a muoversi quando si e' stanchi in un triathlon. La passo e la ripasso non so nemmeno più quante volte, e quando la ragazzina all'inizio della vasca mi dice che mi mancava una vasca per finire, spingo e aumento la forza e il numero di scalciate e finisco. Mi tiro su e sento che la gente applaude e fischia (lo fanno per tutti quelli che finiscono la loro fase di nuoto) e vedo che mio marito e' uscito dalla piscina nello stesso momento...
J esce dall'acqua
photo credit: Chris


... esco dalla piscina (edificio) e vado alla transizione, praticamente assieme a J. Metto calze, scarpe e casco (più facile a dirsi che a farsi, quando sei bagnato, eccitato, stanco...), mangio un paio di datteri che avevo in un sacchetto, prendo la bici e inizio la parte a pedali della gara (l'Hummingbird e' un triathlon non "formale" quindi non esiste una linea di demarcazione per il salire/scendere dalla bici), lasciando J nell'area cambio, a grugnire e cercare di infilarsi calze e scarpe sulle pinne sui piedi, taglia 47.

J esce da T1
photo credit: Chris


Pedalo pedalo, e ad ogni incrocio c'e' una pattuglia della polizia o dello sceriffo e due o 3 officers, che dirigono il traffico, ci salutano e incoraggiano. Io saluto tutti, ringrazio tutti, e pedalo. Mi sembra di essere inarrestabile!
Verso il secondo miglio (di 13), dopo aver superato una donna che porella, spingeva come una matta su una mountain bike, vengo superata da mio marito, che non rivedo finche' non arrivo al punto in cui il percorso cambia e si ritorna per la stessa strada, probabilmente ha un vantaggio di 10 minuti su di me. Oh well.
Come ho scritto sopra, il ritorno del percorso e' praticamente tutto in salita, ma non so se e' l'adrenalina o l'eccitazione, comunque io continuo a spingere, mantenendo il mio distacco con le persone che avevo superato all'inizio.
Ri-saluto gli stessi poliziotti dell'andata, che continuano a farci da cheerleader (so che e' comune in tutti i triathlon e altre gare qui, dove e' un continuo "You're doing great" o "Good job" e che, sinceramente a me fa tanto piacere sentire; mi chiedo se e' la stessa cosa anche in Italia), e finalmente finisco anche la fase bici.
Non ci credo, sono quasi alla fine... quasi, perché ho ancora 5 km di corsa da fare.

Via casco, via bici, mi metto il cappellino (a quel punto, saranno state le 8 e il sole cominciava a picchiare) e inizio a correre... o almeno penso di correre, perché la realtà e' che le gambe mi sembrano dei tronchi di baobab radicati sul posto.

Esco da T2 pronta a correre
photo credit: Chris

Inizio la corsa
photo credit: Chris

Is my butt that big?
photo credit: Chris



Noto subito che, a differenza della parte sulle due ruote, dove per 13 miglia ho incontrato pochi altri partecipanti, una volta sui due piedi, il percorso era molto più affollato, con tanti che alternavano la corsa alla camminata... sono stata subito superata da un'altra donna, ma ho mantenuto un buon passo, e verso meta' percorso vedo, da lontano, una cosa nera che mi sembra... e' possibile? Può davvero essere... mio marito?
Si', era proprio mio marito che si vedeva, era proprio sfranto: pianissimo, ma correva ancora (ha corso fino alla fine!), e dopo qualche minuto sono riuscita a superarlo gridandogli ovviamente, un bel "So long, sucker!" (Addio, babbeo!), ma a parte questo mio gesto ignobile e poco sportivo, tra di noi concorrenti che ci si incrociava e superava, era un continuo "You're doing great!" "Stay strong!" "You're almost there!" Sicuramente la parte mentale e' importante quasi quanto quella fisica.
L'ultimo chilometro e' stato contemporaneamente duro ed esilarante... arrivata a cento metri dall'arrivo, tra la gente che gridava e suonava la campanella per indicare che stava per arrivare un finisher, ho spinto per l'ultima volta e ho attraversato la linea d'arrivo. 


Ancora pochi passi...
photo credit: Chris
Finished! Davanti al tavolo dove vengono registrati i tempi di arrivo per chiedere il mio tempo...
photo credit: Chris

Il mio tempo? 1:52:59, ben al di sotto delle 2 ore e 15 minuti cui miravo!! Certo, non un tempo da record, ma... HO BATTUTO J DI 7 MINUTI!!  E alla fine sono queste le soddisfazioni della vita.

I tempi di arrivo

L'arrivo di J
photo credit: Chris
L'offerta dell'acqua..
photo credit: Chris

Oldies, but goldies...
photo credit: Chris

Abbiamo aspettato per quasi 2 ore, finche' hanno finito tutti, per vedere se uno dei 2 avesse vinto una medaglia (data ai primi tre classificati di ogni categoria) e ho avuto la sorpresa di ricevere la medaglia come seconda classificata nella categoria "Female 40-49".


La mia prima medaglia!!



I'm friggin' awesome!
photo credit: Chris


Poi ho scoperto che eravamo solo in 3 in questa categoria (ma dove siete, donne tra i 40 e i 49?), quindi avrei preso una medaglia anche se ci avessi messo 3 ore per finire... pero' ho battuto la terza classificata per 41 SECONDI, mentre la donna che e' mi ha battuto lo ha fatti di 31 MINUTI!!
Mio marito, povero, non aveva manco mezza possibilità di avere una medaglia: tutti gli uomini della sua categoria hanno finito con almeno 20 minuti di anticipo..

Ho conosciuto l'atleta che ha vinto, Bobby Gonzales, che e' uno semi-professionista, vive in El Paso, Texas, ed e' venuto qui solo per allenarsi. Ha finito la gara in 1:04:47. Ha la stessa eta' di mio marito (54 anni) ma compete in triathlon dal 1986. La donna che ha vinto ha finito in 1:21:10, e penso che sia sui 30 anni.

L'anno prossimo (sto già pensando all'anno prossimo, vedete?) faro parte del gruppo 50-59, dove quest'anno le donne hanno avuto dei risultati molto migliori del mio...
Come si dice qui: I've got my work cut out for me, ho tanto duro lavoro di fronte a me.

Intanto, penso proprio di partecipare ad una 5K run sabato con un paio di amiche...

Cosa posso dirvi di più? Sono una triatleta davvero. Una triatleta vegan, per di più.
I'm friggin' awesome.



mercoledì 17 giugno 2015

Il mio ultimo articolo

Velocemente, qui a pagina 7 trovate l'articolo che ho scritto per l'edizione Estate 2015 della Newsletter della Sierra Vista Food Co-op... e ovviamente non potevo non parlare del mio "percorso verso il triathlon" anche li'!
                                        

p.s.: chissa' se riuscite a trovare l'errore di spelling... colpa del copri-tastiera in lattice che mi fa "scivolare" le dita... :)

lunedì 15 giugno 2015

Dalla cacca può nascere un fiore, da una crisi, un'atleta.

E' giunto il momento di fare un annuncio pubblico, perché non posso più procrastinare ne' tenere segreta una decisione che posso definire per me epica... anche se poi davvero così segreta proprio non e': oltre ad averlo annunciato di persona o virtualmente ad alcune persone, chi segue i miei deliri quotidiani su Facebook e presta attenzione a quanto scrivo, non può non essersi posto qualche domanda... dai insomma, all'improvviso scrivo cose che sarebbero state improbabili anche solo quattro mesi fa... bici da corsa? Scarpe da corsa? Vasche in piscina? Wait, what? La Moky che si allena? Ma quando?
Insomma bando alle ciance...  non sto più nella pelle e ve lo dico: mi sto allenando per fare il mio primo triathlon!!! :)

Finalmente posso condividere con tutti questa mia "pazzia", posso dire a tutti quanto sono felice, quanto sono orgogliosa e raccontarvi la mia esperienza e il mio progresso!
A dire il vero questo annuncio dovrebbe essere un po' impostato, perché così a freddo sembrerebbe proprio che sono a caccia di complimenti, e non lo sono (ma se li fate, li accetto volentieri... ;-) ).  Decisioni così solitamente non nascono dal nulla, non e' mai "così per sport" che una come me sceglie di intraprendere un'attivita' sportiva intensa, e una che richiede un impegno fisico e mentale particolare come il triathlon.

Avevo accennato in uno dei (pochi) post di quest'anno che durante il periodo natalizio appena trascorso, per la precisione il giorno prima di Natale, ero venuta a conoscenza di alcune informazioni inaspettate che hanno sconvolto il mio mondo e hanno (ri)portato a galla tutte le insicurezze che mi avevano fatto compagnia durante i primi 27 anni della mia vita, stendendo un velo scuro su di essa.
I dettagli non sono importanti, quello che e' importante e' che ho trascorso un paio di mesi circondata da una densa nebbia mentale, cercando di capire il perché, quale senso avesse questa situazione... andando avanti alla cieca, perché comunque non e' che come genitore uno ha una scelta, no?, tra lacrime e sconforto, rabbia e tristezza, incapace di trovare una direzione che mi facesse uscire da questo tunnel di autocommiserazione in cui mi trovavo, non per mia scelta. Qui si dice "shit happens", la merda succede. OK, gotcha. Ma cosa si fa quando capita?

Diversi amici blogger e/o conosciuti grazie al blog, mi sono stati vicini (Tiziana, Titti, Luciano, Davida, Cecilia, Marco... se mi sono dimenticata qualcuno, e' solo perche quei 2+ mesi sono ancora in qualche modo offuscati), dandomi qualche suggerimento come e quando potevano, interessandosi... vi ringrazio tanto, pubblicamente. Con Letizia, conosciuta anche lei attraverso il blog, ricordate? ho avuto l'opportunità di parlarne di persona...  Ho apprezzato la vostra presenza, anche se siete lontani, immensamente. Vi sono in debito.
Ma era una situazione da cui dovevo uscire da sola.

La mia fortuna e' che sono una persona fondamentalmente positiva, una problem solver (così mi ha descritta ultimamente il preside della nostra scuola media), una che di fronte alle crisi, cerca di trovare una soluzione.
Apro una parentesi veloce per dire che scelgo questo termine per descrivermi, positiva, perché sono diventata consapevole, invecchiando, dell'alone malevolo che circonda la parola "ottimista", con cui mi sono auto-descritta da sempre: vorrei distanziarmi dall'immagine dell'ottimista che, almeno in certi "circoli" più sofisticati, viene spesso considerato uno che ha perso il contatto con la realtà. Un idiota insomma, secondo alcuni.
Invece uso la parola "positiva", perché personalmente la associo immediatamente al simbolo "+", che simboleggia crescita, progresso, andare avanti...  l'opposto di quanto fa un'idiota, secondo me.
Consideriamo il classico esempio del bicchiere mezzo pieno/vuoto: la differenza tra una persona ottimista ed una positiva e' che mentre quella ottimista vede soltanto il bicchiere mezzo pieno, trascurando il fatto che e' senza dubbio anche mezzo vuoto, quella positiva riconosce entrambe le realtà e, consapevole della possibilità che il bicchiere possa svuotarsi completamente, interviene attivamente per trovare una soluzione che consenta se non il riempimento totale del bicchiere, magari l'uso razionale della sostanza in questione, per farla durare più a lungo.
La persona positiva sa, o cerca di ricordarsi anche quando pensa di non sapere più niente (come nel mio caso), che anche nelle situazioni più dure da accettare, quelle più disastrose o tristi, esiste quello che qui molto liricamente viene chiamato silver lining, la fodera argentata che ricopre tutto, o quasi: anche quando questa fodera e' così sottile che si deve fare uno sforzo sovrumano per trovarla, noi che viviamo con il bicchiere mezzo pieno in mano non cediamo allo sgomento, ma continuiamo a cercarla, fiduciosi: come Pollyanna, noi persone incurabilmente positive riconosciamo che la merda puzza si', ma che anche concima da dio, quindi continuiamo a spalarla, con la molletta al naso, sapendo che prima o poi da questa merda nascera' un fiore.

Ho brancolato nel buio per un po', sono state settimane particolarmente difficili, perché oltre a dovermi confrontare con una situazione cui ero impreparata, ho fatto fatica a riconoscermi, semi-affogata come ero nella mie lacrime piene di rabbia, negatività e vittimismo.
Per fortuna alla fine ho dato alla positività la possibilità di riprendere nuovamente il comando della mia vita, e ho cominciato a formulare un piano di uscita da questo tunnel.

La prima cosa che ho fatto e' stata riconoscere il fatto che pur sentendomi vittima, ero comunque anche io almeno parzialmente responsabile per come la situazione si era venuta a creare, ergo stava anche a me cambiare in qualche modo.
Mi e' stato detto che "Poteva andarmi peggio" e finalmente ho realizzato che era vero, sarebbe potuto andarmi molto peggio e così, arrivato l'anno nuovo, ho deciso che l'unico modo per sconfiggere la depressione che mi avvolgeva, era quello di prendere la decisione di impegnarmi in qualcosa di fisicamente difficile, qualcosa di assolutamente al di fuori della mia zona di conforto, qualcosa che mi avrebbe reso fiera di me stessa e ridato la confidenza nelle mie capacita' che sentivo di aver perso.

E cosi' mi e' tornata in mente un'idea che avevo considerato quando c'eravamo trasferiti qui a Sierra Vista nel 2007, idea che era stata scartata molto velocemente, considerato che ero rimasta incinta a sorpresa praticamente un anno dopo il trasloco... come si chiamava? Ah, ecco: Hummingbird Triathlon, il Triathlon del Colibri' di Sierra Vista.

Il modulo di iscrizione (le iscrizioni si aprono il 1 luglio, sarò la prima a farlo!!)

Ho così preso la decisione, verso la fine di febbraio: mi sarei allenata per l'Hummingbird Triathlon di questa estate! Boom!
Senza sapere niente del triathlon, e praticamente poco o nulla delle 3 discipline sportive coinvolte,  ho iniziato ad allenarmi, mettendo alla prova il mio corpo, il mio cuore e il mio cervello.

Sono poco più di 3 mesi che mi alleno tutti i giorni con un solo giorno di riposo, solitamente la domenica.
E sono felice, FELICE, felice.
La trasformazione fisica e' evidente, la nota la gente che mi conosce e la noto anche io, non fosse altro perché mi sono rimessa capi d'abbigliamento (principalmente calzoncini corti) che erano anni decenni che non riuscivo più ad abbottonare senza creare il famigerato muffin top... si' insomma, la ciccetta che esonda dal giro vita di chi indossa gonne e pantaloni credendosi di 2 taglie in meno di quello che e' in realtà...
Ma e' stata la trasformazione mentale quella più sbalorditiva: anzitutto, la nebbia e' sparita. Svanita -poof!- non ho più tempo ne' voglia di soffermarmi su una situazione brutta, ho bisogno di tutte le mie energie quando mi alleno no? Altro che anti-depressivi, ho sperimentato personalmente il potere che l'esercizio fisico ha sulla psiche umana! Io, che non sono mai stata un'atleta, che non ho mai partecipato a nessuno sport (a parte sporadicamente e senza nessun vero interesse), io che non ho mai gareggiato in nessun evento sportivo, non solo mi alleno adesso tutti i giorni col sorriso sulle labbra, e conto di farlo fino al 22 agosto (data del triathlon), ma sto già pensando a quale altro triathlon vorrei partecipare dopo (sto persino seriamente considerando il triathlon di Bardolino l'estate prossima...)
Io, che non sono mai stata un'atleta, ho trovato uno sport che mi piace fare e che voglio continuare a fare finche' non potrò più farlo.
Io, che non sono mai stata un'atleta, mi trovo a quasi 49 anni a dire, con orgoglio e un mega-sorrisone, "I am an athlete", sono un'atleta. Wow. E ogni volta che lo dico o lo penso, mentalmente mi sembra alzare il dito medio al mondo, a chi le donne di mezza eta' le vede relegate solo in casa a leggere fotoromanzi e pulire i pavimenti. O ad aspettare che i figli tornino a casa da scuola o lavoro... o magari a fare da babysitter ai nipoti.
Forse solo chi ha superato una certa eta può capire la soddisfazione.

Questo post vuole essere un'incitazione a tutti, ma soprattutto alle donne che più che gli uomini tendono ad accontentarsi dello status quo, e vivere in situazioni stagnanti e deprimenti perché, anche quando fanno schifo, offrono il conforto dell'abitudine (il solito vecchio mito che chi lascia la strada vecchia...).
Accontentarsi non fa mai bene,  vivere nella tristezza e' orribile, l'ho provato per un paio di mesi ed e' stata un'esperienza che non auguro a nessuno (se non ai miei peggior nemici... ); non aspettate di trovarvi in una crisi per verificare se siete forti, per capire quale sia il vostro livello di resistenza e resilienza, per affinare le vostre capacita e talenti! E' importante identificare una meta che avete sempre sognato di raggiungere, qualcosa di difficile, qualcosa di straordinario, qualcosa che sembra un'utopia, e cominciare a fare i primi passi per raggiungerla!

Se questa quasi 49enne, madre di 4 figli, fisicamente poco idonea, che non si e' mai allenata prima può farcela, può fare un triathlon (anche uno a distanza ridotta come lo sprint triathlon di Sierra Vista), niente e' impossibile.
Soprattutto se state attraversando un periodo difficile, un momento particolarmente duro, ripescate quel sogno che avevate nascosto nel cassetto, togliete la polvere che lo ricopre, riscoprite voi stesse e chi siete veramente, e accettate la sfida di realizzare qualcosa che non avreste mai pensato di poter fare prima, qualcosa che vi fa paura ma vi eccita nello stesso tempo. Fate un passetto, poi un altro, finche' non avrete realizzato quello che fino a ieri sembrava un'utopia.

Dovessi rappresentare il progresso della mia preparazione atletica con un grafico della curva di apprendimento, si vedrebbe una curva molto accentuata in salita, perché sono partita da un livello che posso solo definire sotto la media delle schiappe. Forse per questo, i miglioramenti sono stati praticamente immediati.
Mo' vi racconto...


DAL DIVANO AL TRIATHLON

Anzitutto, per chi non sapesse cos'e' un triathlon, si tratta una gara di resistenza che consiste di 3 segmenti (nuoto, bici e corsa) in diverse distanze, completati senza nessuna pausa di riposo tra uno e l'altro, a parte la transizione tra una disciplina e quella seguente. Il triathlon più conosciuto, ed una delle gare più dure per un atleta, e' l'Ultra Distance, e di queste l'Ironman e' certamente il nome/marchio più riconosciuto: nel triathlon ultra (come l'Ironman), ad una bella nuotata, solitamente in mare o oceano, di 2,4 miglia (3,86 km), segue una biciclettata di 112 miglia (180,25 km) cui segue, tanto per gradire, una maratona, una bella corsettina di 26,2 miglia (42,2 km). l'Ironman più famoso ed ambito e' quello originale, che da quasi 40 anni si tiene ogni anno in ottobre a Kona, sulla Big Island in Hawaii.
Solo a scrivere questi numeri, le mani hanno iniziato a sudarmi...
Esistono centinaia di Ironman in giro per gli US e il mondo, e altre centinaia di gare a distanza ridotta, come l'half-ironman, mezzo ironman, conosciuto anche come 70.3 che rappresenta la distanza in miglia totale della gara; Olympic distance, un triathlon un po' più corto, e poi lo sprint triathlon, il triathlon più corto.
Vi immagino tutti a bocca aperta per lo stupore, quindi vi rassicuro subito: l'Hummingbrid Triathlon e' uno Sprint Triathlon, che di tutti i tipi di triathlon e' quello più da seghe (e diciamocelo!): le distanze sono minime, una frazione dell'Ironman, pensate che i triatleti seri fanno gli sprint come allenamento! Si tratta di nuotare per 800mt (solitamente in piscina), pedalare per 13 miglia (21km), e poi correre per 3,2 miglia (5km). Una robetta da poco... se sei già un atleta. Se invece, come me, sei poco più di un couch potato, si tratta di una meta fattibile certo, ma spaventosamente dura da raggiungere.
Soprattutto alla mia veneranda eta'. :)

Inizialmente, dopo aver preso la decisione che mi sarei allenata per partecipare all'Hummingbird Triathlon (che fortuna avere un triathlon qui in città!!) ed averla annunciata a J, la mia intenzione era quella di non dirlo a nessun altro, perché avevo paura, una paura tremenda di non farcela, di fallire e sputtanarmi. Poi J ha iniziato a dirlo ad amici "Did you know that Monica is training for a triathlon?" Dapprima ho minimizzato "I'm just trying, I'm not sure...".
E inizialmente non avevo nessuna direzione precisa, solo un piano di allenamento trovato gratis su uno dei tanti siti per triatleti in erba che esistono (questo in particolare ha diversi training plans e una caterva di articoli e video per i tri-rookies come me), e davvero non ero sicura che ce l'avrei fatta.

Era la fine di febbraio, e per un paio di settimane, seguendo appunto uno dei training plan gratuiti e poco dettagliati, ho iniziato a nuotare (poco), pedalare (poco soprattutto perché usavo pantaloncini da corsa, quindi senza l'imbottitura necessaria per evitare vesciche) e "correre", o meglio, camminare il più velocemente possibile, perché correre era troppo duro. Ci penso e mi rendo conto che avevo tutta l'ingenuita' del principiante che non sa bene cosa stia facendo.
Fortunatamente J, che da quando ha perso peso corre ogni tanto, mi ha suggerito di comprare The No Meat Athlete Triathlon Roadmap: The Plant-Based Guide to Conquering Your First Triathlon, un ebook/programma creato da Matt Frazier insieme a Susan Locke: lui e', appunto, il No-Meat Athlete (l'"Atleta Senza Carne", la "mente" dietro il blog farcito di suggerimenti, idee, podcast, etc. per atleti veg*ni e non, come ad esempio questi per triatleti principianti), un maratoneta professionista vegan, lei una triatleta vegan, ed e' una bibbia per chi come me, vuole affrontare il primo triathlon, e lo fa da vegan (secondo me il programma e' eccezionale per qualsiasi principiante, che sia vegan o no).
Questo libro e' una guida dettagliata, con informazioni e consigli su tutto, dal tipo di equipaggiamento necessario per allenarsi e gareggiare, a come mantenere la bicicletta in ottime condizioni, a come cambiare la gomma (cosa che spero di non dover mai fare), consigli sull'alimentazione pre e post allenamento, etc. Include anche interviste con alcuni triatleti vegan famosi, come Brendan Brazier e Rich Rollche tra l'altro avevo incontrato un paio d'anni fa, ed oltre ad essere un ultra-atleta (perché il triathlon non e' abbastanza, questo ha inventato nel 2010 con un amico triatleta disabile e anche lui vegan, Jason Lester, la Epic 5, che consiste in 5 Ironman Triathlon in 5 giorni su 5 isole in Hawaii...) e' anche, cosa che non guasta mai, un pezzo di gnocco da infarto. Ed e' mio coetaneo.
Non mi credete? Beccatevi 'ste foto allora!

4 chiacchiere, perche non potevo saltargli addosso....
"You, sir, are one hot tamale!"
Eh.
                                                              
Ma lo vedete il mio sorriso? :)

Doppio eh.

madonnagesu'
Secondo la rivista "Men's Fitness", Rich e' "One of the 25 fittest men in the world".
Scusate se e' poco...
Ho così iniziato ad allenarmi religiosamente l'8 marzo (la Festa delle Donne, sara' una coincidenza?), seguendo il piano serio e dettagliato di No Meat Athlete , e sapete cos'e' successo? Con ogni allenamento, mi rendevo conto che, porcodinci, forse forse non ero proprio morta, forse questo corpo di mezz'età aveva ancora qualcosa da dare, e sotto gli strati di madre e moglie, esisteva ancora una persona fisicamente capace di sfidarsi e vincere paure e insicurezza.
E cosi ho iniziato ad annunciarlo senza paura anche io a diversi amici, e ogni volta che pronunciavo le parole, dentro di me si rafforzava la convinzione di aver preso la decisione giusta.

E le lacrime sono finite, sono finalmente uscita dal tunnel di negatività, che e' diventato solo un ricordo che cerco di non ricordare.
E ho scoperto cosi il silver lining di cui parlavo sopra, perché quello che mi e' successo a dicembre e' stato alla fine "solo" un campanello di allarme, mi ha risvegliato dal torpore in cui mi trovavo e mi ha fatto rinascere. Una triatleta, ragazzi.
Chi l'avrebbe mai immaginato? Io no.

MY GOAL SETTING WORKSHEET

Parte della guida al triathlon e' il Goal Setting Worksheet, un modulo per "inquadrare" i propri obiettivi, in cui esprimere nero su bianco le motivazioni dietro le proprie decisioni, in questo caso quella di partecipare a un triathlon. E' una parte integrante dell'allenamento perché avere chiaro in mente lo scopo per cui si fa qualcosa di intenso e impegnativo, di cui e' facile perderne la motivazione, e' fondamentale per aver successo.
Queste sono alcune delle domande: "Perché stai facendo un triathlon? Cosa significa per te? Come migliorerebbe la tua vita se tu facessi un triathlon? Come sembreresti e ti sentiresti ce tu fossi un triatleta vegetariano? Chi ispireresti? Cosa succederebbe se non lo facessi? Chi ti supportera'? Come lo renderai ufficiale? Qual'e' il tuo vero goal? >> cerca di essere preciso"

Ho scritto: " Sto facendo il triathlon per dimostrare a me stessa che posso essere in forma, un' atleta come altre atlete. Voglio far vedere a tutti che una donna vegan di quasi 50 anni e madre di 4 figli può farlo. Voglio dimostrare che la dieta vegan (specialmente come la mia, senza grassi/olio etc) e' LA dieta per atleti."
Per quanto riguarda l'ufficializzazione della decisione: "Voglio scrivere un post sul blog." :)
Il mio vero goal... inizialmente era "Finire la gara".
Mi sembrava un goal scarsino, ma ero così impaurita... Ora che e' un po che mi alleno, e' diventato "Finire non ultima nella mia categoria  - donne 40-49 anni -, e questo goal e' sicuramente più badass (o duro) perché non solo competerò con donne più in forma ed allenate di me quasi sicuramente, ma senza nessun dubbio saranno quasi tutte donne di quasi 10 anni in meno! Ma hey, io lo dico lo stesso!
Ultimo goal, che non ho scritto ma importante anche se profondamente superficiale, e' che ho la scusa perfetta per indossare la tri-suit, l'uniforme speciale per il triathlon. Che ho ovviamente comprato non appena ho potuto...
p.s.: sulle fotomodelle e' tutta un'altra cosa, manco a dirlo...

La mia posa badass con la tri-suit

La mia learning curve, sport per sport

IL NUOTO

La verita' e' che non sono mai stata una nuotatrice, tutt'altro: sono cresciuta con un estremo disagio intorno a piscine, laghi e mare: mia madre era terrorizzata dall'acqua, infatti non credo di averla mia vista passare il limite del ginocchio quando si andava al mare, quindi sono quasi certa che mi abbia trasmesso una certa paura per le masse di acqua. In seconda elementare, mi sembra, i miei genitori, forse consci di questo mio disagio, mi avevano iscritto ad un corso di nuoto alla piscina Argelati vicino a casa forse attraverso la scuola, non ricordo, ma odiavo le lezioni, erano noiose e in più avevo sempre paura, così ad ogni lezione avevo sempre qualche scusa per non entrare in acqua, principalmente mal di pancia.

Più grandina avevo scoperto che con maschera e pinne riuscivo a nuoticchiare, e stranamente non  affogavo! Questo mi aveva dato un po' di indipendenza e la possibilità di divertirmi anche io quando si andava quelle 2 settimane a cuocere e sguazzare sull'Adriatico. Le volte che andavo in piscina con gli amici, ero quella che saltellava e giocava dove si toccava e che ogni tanto, sempre con un molta di ansietà si buttava nella parte più profonda, con il bottone "panico" sempre pronto ad essere schiacciato.
Deve essere una costante nella mia vita, anche per il nuoto c'e' voluta un'esperienza negativa per darmi la motivazione giusta e imparare a nuotare: avevo 26 anni e durante la (mitica) vacanza al Club Med, il gruppetto di amici che si era creato aveva deciso di andare a fare una nuotata fuori dalla caletta del club. Ovviamente io, senza maschera e pinne ad aiutarmi, ero dovuta rimanere come un cucu' in spiaggia ad aspettare che tornassero. Non mi e' piaciuta per niente la sensazione di non essere alla pari con gli altri, l'idea di rimanere sola mentre gli amici andavano a divertirsi insieme... quel giorno ho deciso di imparare a nuotare, e di farlo in modo da darmi una certa indipendenza e sicurezza. E così ho fatto: ho iniziato ad osservare altre persone nuotare ed ho iniziato ad imitarle (come coordinavano la respirazione con il movimento delle braccia, ad esempio) finche non sono riuscita a farlo anche io con discreta naturalezza, seppur non con la confidenza di chi e' nato pesce (Violet ad esempio).
Per tanti anni e' stato sufficiente, poi quando abbiamo costruito la piscina in giardino, ho avuto l'opportunita' di fare molta pratica, migliorare un po' la tecnica di respirazione, lo stile ed acquisire una certa dimestichezza, anche se vi confesso che probabilmente da qualche parte nascosto c'e' sempre il bottone "panico" pronto ad essere schiacciato!
Tutto ciò per confermare che, come tanti altri novelli triatleti di cui ho letto le storie, anche per me nuotare era qualcosa di difficile, cui avrei dovuto lavorare sopra con particolare enfasi.

Quando ho iniziato a nuotare come parte dell'allenamento per il triathlon, cosa che faccio nella piscina comunale (perché farlo nella mia piscina e' un'impresa ridicola, visto che e' lunga 10 metri, quindi per farmi gli 800mt necessari devo fare 40 laps, 40 giri di vasca, e vi lascio immaginare a contarli, anche con l'orologio/timer da triathlon), mi aspettavo un allenamento noioso, duro, ma il piano di allenamento e' disegnato in modo tale da rendere ogni sessione impegnativa quanto basta.
Il mio primissimo allenamento consisteva in una serie di swimming drills, esercitazioni ripetitive per inculcare la forma e la tecnica corretta per le bracciate, calci, respirazione, etc. + 500mt suddivisi in 10 set da 50m, intervallati da un minuto di riposo, seguiti dal defaticamento.
Siccome figuratevi se riesco a ricordarmi, mentre cerco di nuotare, la sequenza dei vari esercizi che devo fare, ho adottato questo sistema molto tecnologico di scrivermeli sul dorso della mano con uno Sharpie, un pennarello di quelli indelebili..
Questo esempio e' della prima settimana di aprile, suddivisi tra riscaldamento con esercitazioni, allenamento vero e proprio e defaticamento, un totale di 650mt.


Siccome alla fine della parte in acqua, ci aspetta quella in bici e poi la corsa, nel triathlon oltre alla forma corretta e' importante imparare a nuotare in modo efficiente, cercando di conservare energia e potenza, soprattutto nelle gambe, di cui avrò necessita per le prossime parti della gara.
Ho scoperto che mi piace nuotare tantissimo, non mi annoio, la mente e' libera di andare dove vuole e non ci crederete perché non ci credevo nemmeno io, ma mi rilasso!! Anche quando nuoto 1 chilometro o più (in circa 40 minuti, che include i 10 secondi di riposo tra un lap giro di vasca di 50mt. e l'altro, dio come sono tosta!!), esco che non so come spiegarlo, ma non sono nemmeno stanca. Boh. Forse sono nata pesce anche io, ma non lo sapevo!


IL CICLISMO

Ho ricevuto la mia prima bicicletta per Natale 1970. Avevo 4 anni,  e il motivo per cui mi ricordo con precisione la data e' perché "babbo natale" aveva nascosto la suddetta bicicletta (che volevo tanto) dietro a un sacco di carbone, siccome ero notoriamente "cattiva" (piccolo avviso a genitori presenti e futuri: quello che a voi puo' sembrare uno scherzetto divertente, per un bambino di 4 anni e' un'esperienza traumatizzante e tristemente indimenticabile).
Mi e' sempre piaciuto andare in bicicletta, ma quando sono diventata troppo grande per la graziellina ricevuta nel '70, avendo i miei paura per la mia incolumità, ho dovuto aspettare fino al liceo per tornare a pedalarne una di mia proprietà (ne ho vinta una rosa carinissima, non mi ricordo bene a quale lotteria). E quando questa mi e' stata rubata, ho dovuto aspettare qualche anno finche' mi sono comprata una mountain bike e una bici da città; amavo entrambe moltissimo e usavo una per avventurarmi per le stradine attorno al naviglio (la versione cittadina di Indiana Jones, nella mia mente) e con l'altra andavo quando potevo al lavoro, quando lavoravo in centro a Milano... Ok, altra confessione: lo ammetto, io ero una di quelle cicliste  pazze che in città salgono e scendono dai marciapiedi, e che la maggior parte di concittadini in auto (o moto) odiano profondamente.. a mia discolpa, non e' che Milano fosse (magari lo e' diventata negli ultimi 20+ anni) bike-friendly, una città molto facile da percorrere in bici.. non so se avete presente le cazzo di piastrellone che risaliranno all'epoca medievale che pavimentano le strade in centro, cui aggiungiamo le maledette rotaie del tram, le macchine parcheggiate lungo tutti i marciapiedi... Se fossero esistite piste ciclabili da casa mia al centro, le avrei usate volentierissimo, evitando gli smadonnamenti miei e, non oso immaginare, quelli dei vari automobilisti che sono sicura di aver fatto incazzare alla grande.
Tutta un'altra storia qui negli US.
Quando vivevo in California, non avendo la patente americana prima e, pur avendola fatta dopo, non avendo le risorse per un'altra vettura, finche' non e' nato Chris usavo una bellissima (o così mi sembrava) Huffy ibrida (mountain bike che e' usabile anche su strade normali) comprata da Target, quindi per definizione non esattamente di gran qualità, per andare ovunque: al supermercato, in palestra...  mi facevo persino le 15 miglia tra casa nostra e la base di Point Mugu per andare a vedere mio marito giocare a pallavolo nei vari tornei intramural oppure, che figata se ci ripenso, andavo in bici fino alla base per pranzo con un paio di panini, e da li' si andava con la sua macchina in spiaggia a Malibu, che si trova a 10 minuti. Poi mi rifacevo le 15 miglia in bici per tornare a casa. Insomma, la mia esperienza con le varie biciclette che ho avuto, nonostante un inizio traumatico (il sacco di carbone), e' legata a ricordi  belli, sicuramente più piacevoli di quelli legati al nuoto.

Prima di trasferirci qui, ho regalato la mia vecchia e fedele Huffy alla mia vicina, perché ero passata ad usare una bici da sentiero che mio marito aveva comprato ad una garage sale per $30 dollari, ma che era risultata troppo piccola per lui: una Mongoose che peserà circa 30 libbre, che andava bene per gironzolare qui, su strade e sentieri di deserto e montagna, così per divertimento e leisure.
E' stata con questa Mongoose che ho iniziato ad allenarmi per il triathlon, e mi sono subito resa conto che non era la bici adatta per una gara su strada: pedalavo come una maledetta e non riuscivo a superare le 10 miglia all'ora, se non in discesa... insomma, anche se si e' delle schiappe in partenza, e' importante nel corso di un programma di allenamento, essere in grado di vedere i propri miglioramenti, verificare i propri progressi, e con la bici non adatta diventa difficile. Ma le bici da corsa costano... una entry level, una da principianti che abbia una buona performance costa diverse centinaia di dollari, e così ero molto esitante. Ma J ha insistito, e con parte dei soldi che ci sono tornati dalla dichiarazione dei redditi, siamo andati in un negozio di biciclette, dove mi hanno "misurato" e poi fatto provare diverse biciclette...  ma appena l'ho vista, me ne sono innamorata... e l'ho comprata, la mia Dolce, my sweet ride che amo e adoro, e che mi fa sentire una regina a due ruote, mi fa sentire forte e veloce (lo so che non lo sono, lasciatemi scrivere come mi sento...)
E poi, peserà 1/3 dell'altra, ed e' una differenza che noto tantissimo!
Eccola qui:
Notate il manubrio rosa. Questa e' classe!! 

Il nome Dolce non gliel'ho dato io!! Si chiama proprio così!

Qui in un momento di effusioni tra noi due....

Questa e' la mia prima bici da corsa e, pur non avendo ancora aggiunto i pedali clipless, quelli a a gancio (prossimo acquisto, probabilmente post-gara), ho dovuto  comunque imparare ad andarci, perché e' molto diversa dalle altre biciclette che ho usato: anzitutto non avendo sospensioni come le MTB e le ibride, e avendo ruote "sottili" oltre ad essere super-leggera (e' in alluminio con ruote di carbonio, credo si dica così in italiano), e' molto più "dura" e inoltre e' molto sensibile, ogni leggerissimo movimento del polso ad esempio, risulta in un movimento della bicicletta, ma voi che siete esperti lo sapete già. Scendere e salire sono leggermente diversi e inoltre la posizione e' meno comoda di quella che si ha pedalando sulla Graziella con cesto davanti e campanello. visto che si e' più o meno sempre chinati per favorire l'aerodinamica. Fortunatamente, essendo una bicicletta disegnata per donne, e' comunque comoda: dal sellino che e' fatto apposta per appoggiare le nostre parti anatomiche più sensibili in modo da creare meno frizione possibile, al telaio che ha le varie distanze tra pedali e sellino, sellino e manubrio, etc. che tengono in considerazione che il corpo femminile e' generalmente verso da quello maschile... salirci e' un piacere!
Mi sono poi comprata dei calzoncini da ciclista (che hanno una bella imbottitura che dovrebbe evitare la "nascita" di vesciche la dove non batte il sole), un paio di jerseys, di magliette da ciclista (con le tasche sulla schiena per extra bottiglie e snack), e ora potete anche chiamarmi Coppi (o  meglio, Hillary Biscay, una incredibile triatleta vegan, che vive a Tucson e allena atleti che vogliono partecipare ai triathlon più duri, come Ironman. Il mio sogno e' di partecipare ad uno dei suoi camp... prima o poi...)
Nonostante la bici da corsa abbia migliorato la mia performance (grazie anche al libro Every Woman's Book of Cycling di Selene Yaeger), so di essere ancora molto lenta e di commettere errori come ad esempio, tirare su le spalle quando faccio più fatica (in salita, o se devo pedalare più forte), ma ne sono cosciente e comunque nei prossimi 2 mesi cercherò di concentrarmi in acquisire una maggiore velocità.

LA CORSA

Se il nuoto non e' mai stata un'attivita' naturale per me, e se il ciclismo e' sempre stato uno sport per me dal valore prettamente funzionale più che competitivo, io e la corsa non siamo mai andate d'accordo. Mai.
Non esagero, l'idea di correre senza un motivo (per l'amor di dio, se mi avesse inseguito un orso bruno mentre passeggiavo per le montagne, non ho nessun dubbio che avrei iniziato a galoppare come Mennea) mi lasciava esterrefatta. Ho sempre guardato chi fa jogging o comunque corre per più di 2 minuti di seguito con un miscuglio di ammirazione e odio, perché non ho mai capito il piacere che uno prova nel correre. Sapeste quante persone mi hanno detto che quando corrono ricevono questo "rilascio di endorfine", a me e' sempre sembrata una tortura e non ho mai capito come uno possa provare piacere nella propria tortura.
Iniziare a corre per il triathlon e' stata per me la parte più difficile e più dura, e la parte della gara che mi preoccupava di più. 
Prima di iniziare a seguire il training plan di No Meat Athlete, con la scusa di portare Kudo a fare un giro lungo, ho iniziato a portarlo sul sentiero nel deserto che da casa mia va fino al recinto della base, 4+ miglia,  intervallando una camminata veloce a sporadici scatti di corsa di 30 secondi. Vi giuro che ad ogni scatto, nel giro di pochi secondi avevo il cuore che mi scoppiava in gola. Questo per dirvi quanto fossi lontana fisicamente e mentalmente dall'idea di correre per più di 30 secondi. Not good.
Quando poi ho deciso di iniziare ad allenarmi seriamente, il solo pensiero di dover correre per 5 chilometri, anche senza considerare la nuotata e pedalata precedenti, mi causava un attacco di iperventilazione.
Ma io sono una che quando si mette in mente qualcosa, non demorde. E avevo una confidenza assoluta nel training plan.

Il mio primo allenamento di corsa e' stato questo: alterna 1 minuto di corsa a un passo facile in cui riesci a mantenere una conversazione con 4 minuti di camminata, per un totale di 20 minuti. Cosa vi dicevo? Pura tortura: chi cazzo vuole conversare mentre corre? Io certo no. 
Ma martedì 10 marzo (marcato sul calendario, eh?) ci sono riuscita, sono riuscita a correre per 1 minuto, per 4 volte. Sono arrivata a casa ansimando, ma con il cuore ancora al suo posto. Qual'e' stata a differenza? Penso sia stato il fatto che avessi una meta da raggiungere e l'idea di  mantenere un passo easy and conversational. Ve l'ho già scritto che questo libro e' la mia bibbia, vero?!
Mi sono poi decisa a comprare delle scarpe da corsa nuove, delle Asics in super-sconto nel negozio sportivo locale, visto che le mie cominciavano a mostrare segni di usura, dopotutto le avevo comprate, per caso, prima della vacanza in Italia, nel 2007. 
E poco per volta, con ogni allenamento miracolosamente ho iniziato ad apprezzare il semplicissimo atto di correre. Sono passata da correre con gran fatica 1 minuto, a correre per 45 minuti, senza fretta certamente, con una cadenza moderata, sempre cercando di mantenere un passo che mi consenta una conversazione (tra l'altro, ci sono volte che davvero parlo da sola anche quando corro...)

Ed e' successo che non odio più correre, anche se qualche residuo esiste sempre visto che ogni volta che devo correre, c'e' una vocina nella testa che mi suggerisce calorosamente di starmene a casa. Ma quando corro, mi piace, sorrido persino. Non so se questo e' l'endorphin release di cui mi parlano tutti gli amanti della corsa, ma so che sono contenta di correre.

Chi l'avrebbe mai immaginato? 


Quando racconto della mia evoluzione atletica alle persone che conosco e anche a chi non conosco,  la reazione e' quasi sempre la stessa: that's so inspiring! E spero che davvero, in qualche modo questa mia esperienza possa servire da ispirazione a qualcun altro. Ognuno di noi e' capace di atti eccezionali, solo pero' se siamo capaci di cercare una meta che ci consenta di esserlo. 
Fatemi sapere se anche voi avete trovato un'ispirazione all'eccezionalità. :)

Non vedo l'ora di raccontarvi della gara!!

p.s.: ho letto recentemente questa "poesia" di Benjamin Elijah Mays, uno dei mentori di Martin Luther King Jr. e uno dei critici più diretti della segregazione prima dell'avvento del movimento per i diritti civili, ed e' come se fosse stata dedicata a me... e io la ri-dedico a chiunque si trovi in un momento di crisi.
XOXO

The tragedy of life doesn't lie in not reaching your goal.
The tragedy lies in having no goal to reach.
It isn't a calamity to die with dreams unfulfilled,
but it is a calamity not to dream. . .
It is not a disgrace not to reach the stars,
but it is a disgrace to have no stars to reach for.
Not failure, but low aim is sin.
La tragedia della vita non e' non raggiungere la tua meta.
La tragedia e' non avere una meta da raggiungere.
Non e' una sventura morire con dei sogni non realizzati,
ma e' una sventura non sognare...
Non e' una disgrazia non raggiungere le stelle,
ma e' una disgrazia non avere stelle da raggiungere.
Non il fallimento, ma un obiettivo basso e' peccato.

Amicizie sbilanciate: una miniserie.

Quello dell'amicizia e' un argomento cui penso spesso, e di cui ho parlato anche nel blog frequentemente. Sin da bambina ho vissuto ...