lunedì 20 ottobre 2014

Il Festival d'Autunno all' Amerind Museum

Metto da parte l'argomento razzismo, almeno temporaneamente. Ne riparlero' di sicuro, sappiatelo.

Intanto voglio condividere con voi un pomeriggio molto bello, quello di sabato appena trascorso, che quasi non succedeva.
Settimana scorsa le scuole d'obbligo erano chiuse per la pausa autunnale, così abbiamo cercato di fare qualcosa insieme alle ragazze, ma a parte un paio di giretti locali che includono shopping e cibo, le ragazze ormai sono un mattone, per farle venire con noi dobbiamo trascinarle, quindi spesso le lasciamo a casa per evitare lo sforzo. Violet invece e' sempre entusiasticamente pronta a tutte le "avventure" che proponiamo, e ce la godiamo sapendo che non durerà per sempre il fatto che voglia accompagnarci nelle nostre mini-avventure ed escursioni.

Avendo scoperto che sabato c'era il Festival d'Autunno all'Amerind Museum, a mezz'oretta da casa, avevo espresso il desiderio di andarci, desiderio che e' stato subito accompagnato dal solito sguardo che dice "devo venire anche io?" di mio marito. Si tratta di uno dei musei dedicati alla promozione e comprensione dei popoli nativi delle Americhe, attrazione che, in 7 anni che siamo qui, non avevamo mai visitato, quindi avevo deciso che questo festival era l'occasione giusta per farvi visita. Così con Violet pronta all'avventura, ci siamo andati, un po in ritardo visto che abbiamo dovuto aspettare che J tornasse dalla palestra. Il Festival iniziava alle 10, noi siamo arrivati alle 12:30, perdendoci l'invocazione Apache e un paio di altri musicisti… Ma poco importava, perché siamo stati compensati da un pomeriggio indimenticabile.

Anzitutto, la localita' e' incantevole:



In mezzo al Texas Canyon, caratterizzato da enormi massi depostati uno sopra l'altro come da un bambino gigante, circondati da una natura selvaggia e incantevole, esplorabile attraverso i numerosi sentieri,  sorgono i vari edifici che costituiscono il museo, costruiti tra gli anni '30 e gli anni '60.
Il museo contiene un'ottima collezione di artefatti nativi, scoperti durante scavi sponsorizzati dal museo (prima che diventasse museo) tra gli anni '30 e '80 in Arizona, New Mexico e Messico, ed altri donati da collezionisti.
Il museo organizza continuamente eventi, per me interessantissimi ed unici, come corsi di tessitura Navajo oppure di ceramica Apache, viaggi in zone archeologiche in Messico e Arizona, tutte attività cui adorerei partecipare… un giorno quando saro' ricca e libera di impegni famigliari.
Di sicuro so che dovremo tornarci per esplorare meglio il museo, perché sabato ci siamo ovviamente concentrati su quanto succedeva all'esterno.
Queste sono solo un paio di immagini dall'interno del museo:




Il festival consisteva in diversi banchetti di arti native, diversi di gioielli, alcuni a prezzi abbordabili (io mi sono comprata 2 paia di orecchini carinissimi dalla jewelry maker Priscilla Nieto che appartiene al Pueblo di Santo Domingo in New Mexico, vicino ad Albuquerque); molto bello e interessante il banco dell'artista Shelden Nunez-Velarde, un Apache Jicarilla (una tribù del nord New Mexico) che porta avanti l'arte della sua trisnonna, creando vasi a scopo utilitario e non, secondo l'arte della ceramica Apache, usando argilla ricca di mica, che spiega il nome di quest'arte Jicarilla Apache Micaceous Pottery

Shelden Nunez-Velarde mentre spiega il processo di creazione della ceramica, dalla raccolta dell'argilla micacea, alla creazione del pezzo,  fino alla cottura in fuochi enormi fatti all'esterno. Sul suo sito potete vedere diverse foto dell'intero processo.
Alcuni esempi di vasi di ceramica micacei, che hanno la caratteristica di essere shiny grazie alla mica, appunto. I vasi possono essere usati sui fornelli e al forno, e l'anno prossimo me ne compro uno.

Altri esempi di ceramica Apache (non micacea) e gioielli.



C'era il banchetto del Casino Hon-Dah, che distribuiva i soliti souvenir gratis, e che mi piacerebbe visitare, non per il gioco d'azzardo, ma per gli eventi che vengono organizzati…

Siamo in America, la gente qui magna sempre, quindi c'erano anche un paio di bancarelle che vendevano indian fry bread, la classica frittella indiana, solitamente cosparsa di zucchero a velo, oppure usata per fare gli indian tacos, ripieni di carne, fagioli, chili peppers e altre verdure. Inutile dirvi le dimensioni non solo delle persone in fila per comprare questo cibo, ma anche quelle dei nativi che lo vendevano… Ormai ci siamo abituati, qui in America, e le persone obese quasi non le notiamo più, ma voglio menzionare il fatto che 1 nativo su 5 soffre di diabete e che gli adolescenti nativi sono la categoria demografica che dimostra la crescita più grossa di diabete mellito. I nativi americani, come tante popolazioni indigene, ad esempio gli Hawaiiani, hanno messo da parte la loro tradizione culinaria ed assimilato quella americana moderna, basata sull'abuso di carne e formaggio, degli ultimi 30 anni. E' molto triste, e' certamente peggio di qualsiasi epidemia che esiste in questo momento.
Ma sara' anche questo argomento di un prossimo post, penso.

Per nostra fortuna, c'era anche un food truck dove abbiamo potuto prendere un paio di burritos fatti solo con una tortilla ripiena di fagioli, verza e pomodori crudi e salsa (quella messicana, non italiana!).

Il sole era abbagliante e faceva un caldo, vabbe' siamo in Arizona... ma tutto ciò non ha minimamente rovinato l'esperienza che stava per iniziare, quando la melodia incantatrice di un flauto indiano ha iniziato a trasportarci in un altro mondo, un mondo di comunione col pianeta, un mondo dove esiste la consapevolezza che tutto e' connesso con tutto.

Abbiamo così conosciuto Tony Duncan, un flautista nativo e campione (5 volte) di hoop dance, la danza dei cerchi, originariamente una danza dei nativi del Pueblo di Taos, New Mexico, ma che ora e' parte della tradizione di tutte le tribù native. Con Darrin Yazzie alla chitarra acustica (Navajo Dine' nato Chinle, AZ) e Jeremy "Dancing Bull" (dal Nord Dakota) alle percussioni, formano gli Estun-Bah, nome che significa, in Apache, "per la donna", riferimento al fatto che originariamente il flauto era usato per "catturare" l'attenzione della donna e dimostrarle, suonando la più bella canzone che riusciva, il rispetto che aveva per lei, e sono un gruppo piuttosto famoso tra chi ascolta questo tipo di musica (e dovremmo tutti!
Tony Duncan, specialmente, ha danzato alla Casa Bianca, al David Letterman Show e quest'estate con i fratelli, anche loro hoop dancers, ha partecipato al Festival "Spirito del Pianeta" che si tiene a Chiuduno in provincia di Bergamo, esperienza di cui ha brevente parlato durante l'esibizione sabato.
Tony e' meta' Apache della tribu di San Carlos in Arizona da parte del padre, e meta' Harikara/Hiadatsa/Mandan in North Dakota da parte materna (ci sono più di 500 tribù registrate negli US e altre 500 circa in Canada), e' nato e cresciuto in Arizona e il padre, che costruiva e suonava il flauto, gli ha insegnato a suonare quando aveva 10 anni. Musicalmente parlando, gli Apache sono gli unici ad usare flauti costruiti con canne di fiume (cane river flutes), mentre gli altri nativi usano flauti di legno, più durevoli ovviamente ma meno "dolci" e delicati come suono.
Gli Apache, diversamente da altre tribù che vivono in Arizona come i Tohono O'odham, hanno una tradizione nomadica e sono famosi per essere principalmente guerrieri, sempre pronti a saccheggiare altre tribù (non più ovviamente!), infatti Tony ci raccontava che suo padre, quando era triste o giù di morale, gli diceva "be Apache!" sii Apache! Cochise e Geronimo erano Apache, e la loro storia e' per sempre connessa con questa zona dove vivo, e i loro sforzi per cacciare i soldati e vari cercatori d'argento e di fortuna sono leggendari.

Questo e' un pezzo del primo brano, tradizionale, che ha suonato da solo:

video


Poi hanno iniziato a suonare insieme, chitarra, flauto e percussione.
Giuro che e' come se fossi stata colpita da un fulmine, e all'improvviso riuscissi a sentire la musica non solo con le orecchie, ma col cuore, anzi con tutte le cellule del corpo. Non so come spiegarlo, amo la musica, ne ascolto di tutti i tipi e apprezzo musiche di tanti stili diversi, ma questa musica mi ha "fatto vibrare", mi ha fatto sentire con tutto il corpo. Immagino che capiti a tutti, prima o poi. Per me e' stata la prima volta, la prima volta almeno in cui sono stata cosciente che stesse succedendo. Forse e' stato anche il trovarci proprio sul suolo "sacro" di altri popoli, e forse e' stato che ogni canzone era preceduta dalla spiegazione del suo significato, della sua storia, mai banale devo aggiungere, ma e' stata un'esperienza unicamente spirituale, dove ho provato un'unione tra corpo e spirito inaspettata e nuova.

Questo sotto e' il primo brano e include la musica e la prima hoop dance, danza dei cerchi.
Mi scuso anticipamente, per prima cosa perche' non vedevo un tubo per via del sole e con la mia macchinetta fotografica tremolavo come se avessi il Parkinson's, ma poi anche perché verso la fine non so come mi sia presa l'idea di girare la macchina fotografica, quindi spero non vi venga il torcicollo guardando questo video. Vale la pena comunque.



Qui potete ascoltare la canzone Singing Lights, ispirata dalla leggenda Apache di come sono state create le stelle. Durante i primi 5 minuti, potete far pratica del vostro inglese ascoltando la storia di come Tony e suo padre vanno alla ricerca delle migliori canne per costruire i flauti, e poi la leggenda stessa..

Questa sotto e' la danza Hunt of the Buffalo, fatta da un altro rappresentante dei Navajo, Brandon Sanchez del New Mexico


Brandon Sanchez, che indossa i regalia, l'abbigliamento tipico Navajo.

Un altro paio di canzoni che ho videato sono Spirit of Mother Earth e, sorpresa sorpresa, Violet, che Tony Duncan ha scritto dedicandola alla moglie,  anche lei Violet, seguita da un'altra Hoop Dance! Ovviamente, Violet era assolutamente estasiata dalla dedica!

Dopo una pausa per bere acqua a litrate e mangiare un altro burrito, siamo stati deliziati dalle favole native raccontate da Violet Duncan, la moglie appunto di Tony, il flautista. Violet e' della tribu Cree in Alberta, Canada, ed e' una raccontastorie bravissima e bellissima. Cosi' bella che qualche anno fa ha anche vinto Miss Indian Nation, l'equivalente di Miss Italia, solo che le partecipanti vengono "grigliate" da giudici che sono anche "elders", gli anziani di varie tribù e devono essere intelligenti oltre che "belle". Anche lei e' una danzatrice e hoop dancer, e la potete vedere, insieme al marito e al cognato nel video di Nelly Furtado "Big Hoops".

Le favole per i nativi sono lezioni di vita, e vengono modificate e modernizzate a seconda dell'audience. Uno dei protagonisti di tutte, o quasi, le favole native e' Trickster, spesso identificato con un coyote o un leprotto, oppure un procione in altre tribù, sempre pronto a fare qualche scherzo o imbroglio e sempre finendo nei pasticci.

Questo e' il video con la storia di come Trickster ha perso gli occhi, raccontata da Violet Duncan e qui potete ascoltarne la fine, perche' mi stava finendo la batteria ….



La mia Violet ascoltava rapita, e ora continua a chiederci quando "l'altra Violet" verra a raccontarci favole a casa nostra!

Violet Duncan, raccontastorie straordinaria

Le due Violet

Abbiamo ovviamente comprato un paio di cd's degli Estun-Bah (che potete anche trovare su iTunes o Amazon) e il libro scritto dalla principessa indiana (ormai la chiamiamo così…) intitolato When We Dance.
Siamo tutti e 3 così entusiasti che pensiamo di andare al Red Mountain Eagle Pow Wow, che si tiene l'1 e il 2 novembre a Scottsdale, ed e' uno dei migliori nel sud-ovest, con più di 400 danzatori dagli US e Canada.
Vi terro' aggiornati.


p.s. educativo: La parola APACHE e' pronunciata "APACI", non "apash" o "apasce", e NAVAJO si dice "NAVA-HO' " con l'accento sulla "o". Ci tengo ai miei lettori, non fatemi fare figuracce se doveste mai venire da queste parti…. (mi ricordo una coppia italiana anni e anni fa, quando eravamo in viaggio fuori San Francisco che ci disse "domani andiamo a visitare "IOSEMAIT"… Mio marito mi aveva guardato con uno sguardo allucinato… "Yosemite", gli avevo dovuto spiegare che cosa intendevano questi poverelli, perché si pronuncia "IOSEMITI", con accento sulla "e").                                                                                                          

10 commenti:

  1. Bello tutto, belle quelle ciotolone di ceramica, me le comprerei per mangiarci mega insalate!
    E grazie anche per la parte dedicata alla pronuncia! ;-)

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    1. @Cecilia: la prossima volta spero proprio di avere i fondi per comprarne almeno una anche io!

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  2. Ha purtroppo per noi italiani la pronuncia di certe parole resta molto difficile e non è solo un fatto di ignoranza, è una difficoltà oggettiva di sintonizzare il cervello sul riprodurre certi gruppi di lettere con suoni che normalmente nel nostro cervello suonano in modo differente. Per non parlare degli accenti poi!

    ---Alex

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    1. @Alex, e' vero che la posizione degli accenti e' difficile per gli italiani (e viceversa, per gli americani quando vogliono pronunciare parole italiane), ma non mi sembra che ad esempio, dire iose'-miti e' più simile alla pronuncia iosemite all'italiana… iosemAIT mi suona come unghie sulla lavagna, come gli inglesi che dicono muzzarell invece di mozzarella… ecco perché cercavo di aiutarvi… :)

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  3. Bello e molto interessante! Per quanto riguarda la pronuncia, onestamente in inglese e' tutto molto casuale nel senso che fonetica e scrittura spesso non combaciano (leonardo e' "lionardo" ma leopard e' "lepard"??). Yosemite in particolare penso sia una di quelle parole che se non hai mai sentito non sai come pronunciare quindi let's give these italians some slack, gli sguardi allucinati lasciamoli a casa.

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    1. @Anonimo, la pronuncia inglese sembra casuale per noi, ovviamente. In generale se le parole hanno origini "native" tendono a mantenere una pronuncia simile a quella dei nativi, come ad esempio Tucson, che deriva dalla lingua degli O'odham, e si pronuncia Tu-son, e non Tacson, come ho sentito dire da alcuni italiani…. Anche Yosemite deriva dalla lingua delle tribù locali. Lo sguardo allucinato di mio marito era assolutamente "lasciato a casa", visto che e' americano e questa, parlando in generale, e' casa sua! Quando uno straniero in visita in Italia chiama Firenze "Florence" o peggio "Firenza", mi sa che lo sguardo allucinato verrebbe pure a noi! Chiamalo Iosemait quando sei in Italia, ma quando vieni in visita qui ti fai capire meglio se lo pronunci correttamente. O no? Prova ad andare a Londra e chiamare il Thames, Tamigi… o a Parigi e chiamare il fiume Seine, Senna… Altro che sguardi allucinati, dai!

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  4. Gli indiani d'America sono un popolo che mi ha sempre incuriosito, suscitano in me emozioni quando li sento parlare in documentari, quando raccontano le loro tradizioni e la fatica che hanno fatto per serbarne il ricordo. Sono un popolo straordinario.

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  5. Ciao, volevo farti i complimenti per il blog, l'ho scoperto per caso e l'ho letto tutto d'un fiato. Sono stata una lettrice silenziosa ma sempre interessata ed ora che sono arrivata a quello che per il momento è l'ultimo post, ci tenevo a farti avere il mio apprezzamento.
    Complimenti anche per la bella famiglia, leggendo il blog tutto insieme è stato come se i tuoi figli fossero cresciuti sotto i miei occhi!
    Continuerò a seguirti, un saluto da Avigliana (TO).
    Silvia

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    1. Ciao Silvia, grazie per le tue parole e per aver fatto una moky'sblog-marathon!
      Ricambio i saluti!
      Monica

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