mercoledì 24 settembre 2014

A cosa servono le mani

Diverse settimane fa, Valeria ha scritto un post che ha scatenato in me un'ondata di reazioni e ricordi… in questo post racconta alcune sue esperienze durante la sua recente vacanza in Italia.
Leggo:

"Qualche giorno fa un mio contatto fb scrive qualcosa su un comportamento sbagliato di un bambino nei confronti della madre e tutti i suoi contatti hanno deliberato che l’unica soluzione e’ lo schiaffo. Una generazione di picchiatori. Non riesco a capire come un adulto possa alzare le mani su un bambino, per definizione indifeso, senza considerare quel gesto violento, senza considerarlo un abuso, come possa poi guardarsi allo specchio senza farsi schifo.
Qualche settimana fa ero in un locale all’aperto, era tardi, circa mezzanotte. Arriva una coppia, il figlio dorme nel passeggino, ma la musica ad alto volume lo sveglia quasi subito. Comincia a piangere, la mamma letteralmente gli ordina di mettersi il ciuccio e chiudere gli occhi, lui piange piu’ forte e lei con un gesto delle mani gli fa capire che se avesse continuato, lo avrebbe picchiato.
E mi sento lontana anni luce."

Non e' questo il primo post in cui Valeria paragona i genitori italiani che incontra quando torna in visita in Italia con i genitori che ha incontrato/incontra a L.A.: apprezzo molto la sua opinione perché lei, che vive a Los Angeles da 11 anni, diversamente da me tollera gli Stati Uniti e gli americani (pur apprezzandone alcune delle diversità positive), subisce la distanza geografica e culturale con l'Italia come se fosse l'effetto collaterale di una medicina amara, e vive la dicotomia dell'espatriato come una ferita che non si può cicatrizzare. 
Quello che nota e' che i genitori italiani sono più propensi non solo all'uso delle mani per disciplinare i figli, ma anche all'uso frequente di etichette e nomignoli denigratori, che non hanno nessuno scopo se non quello di far evaporare l'autostima dei figli. Come in quest'altro post… la cui frase finale e' uno schiaffo virtuale al modo di pensare di tanti genitori, italiani di sicuro ma non solo: "E con buona pace del mio amore per l’Italia, penso che un paese che parla cosi’ ai bambini, e’ un paese che ha poche speranze per il futuro."

Non voglio commentare se sia vero o meno che in Italia i genitori siano generalmente più maneschi o più calunniatori nei confronti dei figli di quelli americani, perché essendo americana e filo-americana, potrei essere tacciata anche giustamente di partisanship, di essere prevenuta... ma nella mia esperienza di 21 anni di vita qui, di cui 19+ da mamma, non ho mai visto un genitore usare toni derogatori o usare le mani con la stessa frequenza, nonchalance e tacita approvazione di chi e' testimone casuale, che ho visto e vissuto personalmente in Italia. 
Generalmente qui si tratta di violenze/maltrattamenti nascosti, la cui esistenza, se scoperta, diventa competenza dello stato, del Department of Child Safety (conosciuto comunemente come CPS, Child Protective Services): la violenza sui bambini in ambito famigliare quando viene portata alla luce del sole (e sotto la lente di ingrandimento dei social media) viene denunciata e generalmente punita. O come minimo apre un dibattito intenso.

Prendiamo ad esempio quello che sta succedendo in questo momento qui: Adrian Peterson, uno dei running back dei Minnesota Vickings (una delle posizioni del football più prestigiose e remunerate) qualche giorno fa e' stato accusato di aver picchiato (abusato) il figlio di 4 anni (quattro, eh?) perché il bambino aveva spinto uno dei fratelli giù dalla moto parte di un videogioco. Adrian, da bravo papa' cresciuto in Texas a suon di whupping, di menate da parte dei genitori, armatosi allora di uno switch, un ramo (si', proprio un bel rametto cui ha tolto le foglie), dopo aver tirato giù i pantaloni al bambino, lo ha "disciplinato" una ventina di volte, e lo ha fatto così bene che quando e' tornato a casa dalla mamma, il bambino e' stato subito portato dal pediatra (la distribuzione famigliare non e' chiara, ma penso che Peterson abbia diversi figli con diverse donne) che, quando lo ha visto, ha dovuto chiamare la polizia/servizi sociali.  
Queste sono alcune delle foto fatte dai servizi sociali:


Tra le varie ferite, oltre a quelle che vedete nelle foto sulle gambe, ce ne erano diverse simili sui testicoli ed anche su mani, braccia e polsi. Ferite da autodifesa insomma.
Tutto questo e' successo a fine maggio. 
Con lentezza, finalmente a settembre e' arrivata l'accusa di maltrattamento/abuso da parte dello stato del Texas contro Peterson e agli inizi di ottobre, Peterson tornerà in tribunale per il processo. Nel frattempo la contea in Minnesota, dove Peterson vive, sta cercando di limitare i contatti tra l'amorevole padre e il bambino, che durante l'intervista con la polizia, ha detto che il papa' tira anche pugni in faccia e, oltre a rami e verghe, usa spesso anche le cinture, di cui ha una vasta collezione nell'armadio Ah, ha persino una whooping room, una stanza per le botte. Lovely.

Ora, non mi voglio soffermare sulla reazione patetica della squadra e della NFL, la lega nazionale di football, che inizialmente lo avevano sospeso per una domenica, e che solo dopo la minaccia della perdita di sponsor hanno realizzato che forse sospenderlo per una sola giornata non era abbastanza e che avrebbero dovuto quantomeno applicare al loro giocatore una misura disciplinaria proporzionale al modo vergognoso con cui lui aveva disciplinato il figlio, sospendendolo così indefinitivamente (ma con paga… )
L'indignazione pubblica ha dato il peso che si merita ad una vicenda allucinante, se pensiamo che siamo nel 2014 e non nel 1800, e dopo gli sponsor che hanno minacciato (e uno lo ha fatto) di cancellare il contratto con i Vikings e con la lega, anche il governatore del Minnesota si e' fatto sentire sollecitando la sospensione. C'e' da aggiungere che il caso di Peterson si somma ad altri casi che si stanno dipanando contemporaneamente e che coinvolgono diversi giocatori professionisti colti in flagrante o denunciati per maltrattamenti e abusi verso figli/fidanzate/mogli/compagne vari, anche questi casi che le squadre/lega avevano cercato di coprire in un primo momento, ma che invece, grazie a giornali/media curiosi ed assetati di audience, sono stati scaraventati giustamente di fronte all'opinione pubblica…

… voglio concentrarmi invece sulle reazioni suscitate da questo caso, dove un padre il cui lavoro e' quello di spingere, correndo, dei panzer incazzati di 150 kg l'uno tutto il giorno, ha deciso , per insegnare ad un figlio di 4 anni a non spingere i fratelli e fare il prepotente, di picchiarlo usando un ramo: c'e' stato chi, inorridito da questa violenza verso un figlio/bambino, ha accusato Peterson di essere un cattivo genitore, e poi ci sono stati quelli (tanti…) che lo hanno pubblicamente difeso citando tradizioni culturali, religiose, etniche, oppure l'indebolimento della figura del genitore che vuole essere amico più che genitore, e chi più ne ha, più ne metta  … 
Una discussione che sta mettendo in luce una cultura di violenza contro i nostri figli così pervasiva e internazionalmente diffusa, che c'e' da stupirsi che, come specie, non ci siamo ancora annientati.

Sono interessanti da notare i punti di "difesa" usati da Peterson durante le interviste con la polizia e attraverso il suo avvocato, a giustificazione del suo violento attacco contro il figlio, perché sono esattamente le stesse giustificazioni usate da quanti, americani, italiani e sapessi leggere altre lingue, immagino di qualsiasi altra nazionalità, credono fermamente che picchiare/sculacciare/alzare le mani contro i figli funzioni come metodo educativo e disciplinare:
  1. la sua intenzione non era quella di far male al figlio, ma di insegnargli una lezione. Di disciplinarlo insomma. 
  2. prima di sculacciare i figli, lui comunque gli parla, gli spiega cosa hanno fatto di sbagliato. 
  3. se il figlio avesse pianto, lui si sarebbe reso conto che stava andando troppo pesante. (In altre parole, la colpa per le ferite multiple sanguinanti  e' del bambino.)
  4. non si era accorto, durante la "sessione educativa", che il ramo usato si "avvolgeva" intorno alle cosce del bambino, causando così più danni di quelli che solitamente, dice lui, vengono lasciati durante uno switching, una pestata con una verga/ramo
  5. per lui sculacciare (usa il termine whooping) fa' parte del suo ruolo di genitore, e pur scusandosi per aver fatto più male di quello che intendeva (che cosa intendeva fare comunque con un ramo?), lui continuerà a disciplinare i figli nello stesso modo, anche se probabilmente senza lo switch, perché   "I know how being spanked has helped me in my life.” Lui sa che l'essere stato picchiato lo ha aiutato nella vita. 
Ognuna di queste giustificazioni parte dalla premessa che alzare le mani contro un figlio sia diverso da alzare le mani contro chesso', un collega cui dovete spiegare per la centesima volta come fare qualcosa o il room mate che beve la bottiglia di vino che avevate messo da parte per un'occasione speciale, o l'amico che esce con la vostra ex-ragazza, l'estraneo che vi pesta i piedi, o il vicino con la musica a tutto volume. Certo, anche in questi casi, potreste benissimo prendere un ramo da un albero del giardino e insegnare loro una lezione, ma il risultato sarebbe molto probabilmente una denuncia con arresto, magari accompagnata da un occhio nero. E se viveste qui in America e' altamente probabile un vostro futuro come dimostrazione umana di groviera. 
Ma non e' assolutamente diverso, e' lo stesso atto, fatto solo contro una persona che non può difendersi, non solo perché e' fisicamente più piccola, ma perché in questa relazione col genitore, il figlio ha perso il diritto di essere protetto. Perché comunque un adulto e' protetto dalla legge e ha il diritto di difendersi dalla violenza di un altro adulto. Un figlio invece no. Fosse stato un estraneo a marchiare con un bastone il bambino, nessuno avrebbe messo in dubbio che si tratta di abuso (pensate che un altro figlio di Peterson di 2 anni e' stato ucciso dal boyfriend della madre del bambino un anno fa …) 
I nostri figli, di cui dovremmo essere i primi difensori, possono diventare il nostro punching bag, e tutti fanno spalluccia e anzi, applaudono, perché e' così che si disciplinano i figli che sbagliano. E perché, come una tradizione perversa che si passa da padre in figlio, "anche io sono stato picchiato, e mi ha fatto tanto bene".

E questa, fatevelo dire da una che e' stata "sculacciata" e che ha brevemente sculacciato, e' una stronzata colossale.

Premessa importante: voglio bene a mia mamma, ai miei genitori, quello che sto per raccontare fa' parte della mia infanzia, mi ha influenzato profondamente, e non posso purificare la mia esperienza e trasformarla in qualcosa che non e'. Ho tantissimi ricordi belli che mi hanno aiutata ad accettare quelli che vorrei dimenticare, quelli che preferirei non avere. Come sempre nella vita non possiamo cambiare quello che ci capita, le carte che ci sono state distribuite, quello che possiamo fare e' affrontarlo con coraggio, ed imparare dalle avversità ad essere diversi e migliori. E spezzare il ciclo di violenza.

Mia madre era la disciplinaria di casa e io ero quella che, penso, la disturbavo/provocavo/facevo arrabbiare di più, certamente più spesso delle mie sorelle. E' un talento, eh? non ce l'hanno mica tutti… Mia mamma mi suonava come un tamburino e il suo target preferito era il mio posteriore. I miei ricordi sono in generale piuttosto sfocati (per fortuna), non saprei dirvi se venivo sculacciata tutti i giorni o meno, pero' mi ricordo benissimo di come la sua faccia si trasformava quando era pronta all'attacco alla disciplina/punizione, e io sapevo senz'ombra di dubbio che avevo combinato qualcosa di sbagliato: le labbra le si contraevano un po' a culo di gallina, qui si dice pucker up ma non mi viene in mente se esiste un termine simile in italiano, come se stesse per darmi un bacio (ha ha!), e così facendo le si allungava un po' il mento, mentre il suo corpo intero si contraeva come una corda di chitarra… sapevo allora che stavano per arrivare. Quando si trasformava, avevo paura di mia madre. In casa si usavano eufemismi tipo darmi le to'-to', dal suono che accompagnava le battute "to', to', to'". Io ero convinta che non ci fossero altre alternative e che in fondo, me le meritassi tutte. 
Solitamente usava la mano nuda, mi ricordo di una sola volta che abbia ha usato uno strumento, il battipanni che mi aveva lasciato un bell'ematoma, pero' la mano la sapeva usare bene… 
Un evento cruciale e' successo quando avevo circa 10 anni: mi ero arrabbiata con mia mamma non mi ricordo bene per cosa, e avevo deciso di scappare di casa, un desiderio che ho avuto spesso specialmente durante l'adolescenza. Ovviamente, prima di scappare di casa, mi sono presa quelle due cosine che mi sarebbero servite nella mia"nuova vita". Una di queste era la scatolina in cui mettere l'apparecchio che portavo tutto il giorno. Questo particolare e' importante perché da' un contesto temporale al mio ricordo.
E dove si scappa a 10 anni? Nel parcheggio dietro casa, "nascosta" dietro una macchina, duh! Non chiedetemi perché . E' la logica ferrea di ogni decenne.
Mia madre mi poteva vedere dal balcone al quinto piano, ma io non lo sapevo, dopotutto ero una bambina. 
Lei dopo un po' e' scesa, mi ha afferrato e mi ha praticamente tirato/fatto marciare fino a casa a colpi di sberle sul didietro. Dal parcheggio, alla nostra scala e poi i cinque piani in ascensore, e' un bel tragitto, soprattutto se fatto al ritmo di sculacciate. Se qualcuno aveva visto, nessuno e' intervenuto, ma d'altronde si tratta di 40 anni fa, non era certamente l'unica a comunicare la sua frustrazione e disappunto con le sberle. 
Mia mamma era sicuramente stanca, con una bambina di 2 anni circa cui stare a dietro oltre a me e all'altra mia sorella, non ho nessun dubbio; ma la sua reazione al mio exploit di bambina e' stata esagerata, non credo che debba spiegarlo a nessuno… Questo cocktail di stanchezza, frustrazione e rabbia mi ha sbrindellato le mutande. Per non parlare poi del colore delle mie chiappe, che era cambiato da rosa a viola.
Francamente non mi ricordo che lezione avrei dovuto imparare, pero' mi ricordo benissimo di aver giurato che me ne sarei andata di casa prima o poi, quando avrei potuto. Cosa che ho poi fatto, almeno temporaneamente, una decina d'anni dopo. 
E' stato da allora una rapporto in discesa, quello con i miei, specialmente mia mamma, una relazione molto difficile e complicata. Non sono mai riuscita ad avere un rapporto disteso, di confidenza e fiducia con loro, finche' non sono andata a vivere per conto mio (vabbe', col mio ragazzo). Si e' poi normalizzato e livellato tutto quando sono andata a vivere in California e mi sono sposata. 

Non la giustifico, ma la capisco, anzi c'e' voluto che mi sposassi e avessi figli per capire quanto sia difficile navigare nel mare fatto di amore infinito e frustrazioni che e' l'essere genitore, cercando di stare a galla durante frequenti tempeste, nella speranza di non sbagliare, ma sbagliando sempre e comunque.
Ho sempre pensato che i miei avessero fatto del loro meglio con noi figlie, ma capisco adesso che ho 4 figli, che fare del proprio meglio non basta: va bene se devi preparare una torta, ma e' un limite quando parliamo della responsabilità che abbiamo nei confronti dei figli.
Col tempo ho capito che fear-based parenting che mi era stato indirettamente insegnato attraverso le tante sculacciate, questo basare il proprio lavoro di genitore sull'essere temuti dai figli forse andava bene 100 anni fa, ma e' assolutamente disfunzionale oggi.

Per molti anni, inclusi i primi anni in cui sono diventata madre, anche io, come Peterson e tutti quelli che sono a favore della violenza (intesa come "ogni atto o comportamento che faccia uso della forza fisica (con o senza l’impiego di armi o di altri mezzi di offesa) per recare danno ad altri nella persona o nei suoi beni o diritti" - Treccani) perpetrata contro i figli, giustificavo le sculacciate e sberle ricevute per 3 motivi principali: 
  1. mi meritavo quelle botte, visto che probabilmente avevo una boccaccia e "rispondevo" e facevo tutto quello che non dovevo fare. 
  2. anche mia madre era probabilmente cresciuta a suon di schiaffi, e usava gli strumenti che aveva imparato a casa, utilizzando i modelli che aveva ricevuto. Quindi non era colpa sua di per se'.
  3. alla fine tutte quelle battute mi sono state utili, perché sono cresciuta "bene". 
Quello che mi disgusta di più e' che il discorso del "meritarsi" una sberla e' anche supportato da chi usa la bibbia come libro supremo di tutte le scienze, inclusa la pedagogia. Organizzazioni come Focus On The Family, nata 40 anni fa con l'intenzione di promuovere idee conservatrici e il modello tradizionale della famiglia (in altre parole, niente sesso fino al matrimonio, matrimonio ovviamente solo tra un uomo e una donna, adozioni solo per coppie eterosessuali sposate, preghiera nelle scuole, insegnamento del creazionismo, sculacciare come forma positiva di disciplina… avete capito i tipi, no?) continuano a giustificare lo spanking, ovvero la sculacciata, come forma di disciplina necessaria. Che dire poi dei seguaci delle dottrine di Michael e Debi Pearl, autori del vendutissimo libro To Train Up a Child (e di loro seguaci ce ne sono centinaia di migliaia qui, se non milioni, tra cui i famosi Duggar, che suggeriscono questo libro nel loro sito, tra le "risorse per genitori") in cui raccomandano l'uso di una bacchetta, il rod of training, anche su bambini di 6 mesi. 
Vi invito, se non avete appena mangiato, a leggere questo articolo della merda umana pastore Pearl (e si', perché ovviamente e' un pastore cristiano) in cui con un turbinio di citazioni bibliche a supporto, vi spiegherà la differenza tra castigo e punizione, vi spiegherà come e perché bisogna usare la bacchetta per "castigare" i figli anche di 6 mesi (leggasi "pestarli con un bastone", proprio come Dio ci castiga quando usciamo dalla sua gloria; a proposito di questo rod of training, in un'intervista Mr. Pearl suggerisce che un'ottima "arma" da usare coi figli consiste di un tubo idraulico flessibile di mezzo cm di diametro, che può essere facilmente arrotolato e tenuto in tasca, pronto in ogni momento, e il cui materiale fa male ma e' soffice abbastanza da non lasciare segni sul muscolo o sulle ossa.) 

Con la bibbia in mano, tutte queste persone a favore delle punizioni corporali - ok, castighi - sostengono che sculacciare un figlio come castigo non e' un abuso, in quanto dovrebbe essere fatto a mente fredda, con forza ma non eccessivamente, e' un castigo che deve "pungere, ma non fare male". Lasciamo stare che la differenza tra "punizione" e "castigo" esiste solo nella loro mente distorta da versetti biblici scritti millemila anni fa, quando i sacrifici umani erano ancora considerati ok e si seguiva legge del taglione, ma non ci vuole una laurea in psicologia per capire che l'uso di rami/bastoni/battipanni/mani poteva forse andare bene quando la bibbia e' stata scritta, ma oggi che sappiamo che i bambini hanno la possibilità di imparare e confrontarsi col mondo esterno molto più che nel passato, questi metodi di punizione/castigo creano il risultato opposto, a lunga scadenza. La violenza genera violenza, e i figli imparano più osservandoci, come ci comportiamo quando comunichiamo con loro e con il resto del mondo che con mille sberle.
Altri continuano la loro apologia della violenza contro i figli evidenziando come i bambini insopportabili, quelli che testano la pazienza e l'udito di tutti, sono i figli di genitori che non usano punizioni corporali, e citando situazioni che abbiamo vissuto tutti, dove i bambini sono out of control,  raccontano di bambini che urlano buttandosi a terra nei supermercati, che spingono gli amici giù dallo scivolo, mentre i genitori inutilmente li rincorrono implorando "devi rispettarmi, ti ho detto di smetterla". E di genitori così ne abbiamo incontrati tutti, al parco giochi, al ristorante e persino quando ci si ritrova nel gruppo esteso famigliare. Mia sorella ad esempio, ha avuto un figlio che e' stata incapace per anni di guidare. Quando lo aveva portato in Italia la prima volta, quando aveva due anni, i miei erano rimasti esterrefatti perché i lei e il marito gli lasciavano fare tutto, senza mai intervenire con fermezza. L'altra sorella, quella che vive in Italia, quando ancora mi parlava mi aveva detto a proposito di nostro nipote "se quello era mio figlio, giuro gli avrei dato uno sberlone". Chissà se ora che anche lei ha 2 figli suoi, ha mantenuto la promessa… 
Questo per dirvi che e' vero, ci sono genitori che sono dei molloni coi figli, come appunto mia sorella, ma non perché non li menano quando si comportano in modo improprio, ma perché invece di guidarli, questi genitori hanno frainteso il loro ruolo, hanno lasciato il timone in mano ai figli. Hanno scelto una via d'uscita, invece di accettare la responsabilità di dare ai figli una direzione da seguire,  
"Menarlo o mandarlo alla deriva" non sono mica le uniche alternative per crescere un figlio. Sono di sicuro i metodi dei genitori più pigri, quelli più facili.  
Ma non ci sono scorciatoie quando si cresce un figlio. Lo so, perché le ho provate anche io, e non funzionano.

Chris ha ricevuto qualche sculacciata quando era piccolo, e si ricorda bene della volta che gli ho lanciato, mancandolo ovvio, un pettine. O era una spazzola? Whatever. 
Dopo ogni sculacciata, mi ricordo che mi sentivo un verme, mi immaginavo con la faccia trasformata, magari anche a me veniva il mento lungo e la bocca a culo di gallina… Ma continuavo a pensare che non ci fossero alternative, quando un figlio "si comporta male", bisogna fargli capire chi comanda, e lo si può fare solo accompagnando alle parole una pacca. Che male c'e' vero?

Ho smesso di sculacciarlo dopo che un'estranea in un ristorante dove ero andata sola con Chris ed Emily che aveva pochi mesi, mi ha sentito sgridarlo in italiano… Di sicuro aveva schiacciato tutti i pulsanti giusti e di sicuro io ero super-stanca, avendo un bambino di nemmeno 4 anni e una di pochi mesi. Sono anche sicura che non dovevo essere qualcosa di bello. Questa signora deve essersi spaventata per Chris, mi si e' avvicinata e mi ha guardato negli occhi e mi ha detto "I don't know what you do in your country, but in this country, we don't talk to children like that." Non so cosa tu faccia nel tuo paese, ma in questo paese, non parliamo così ai bambini. 
E' stata una doccia fredda, e ne avevo bisogno. Mi sono spaventata tantissimo e abbiamo finito di pranzare in velocità, aspettandomi l'arrivo della polizia o del CPS.
Vorrei potervi dire che l'istinto di alzare le mani e' evaporato quel giorno, ma non e' stato così: mi trovo ogni giorno a combattere contro me stessa e contro l'idea di "pungere" i miei figli quando non si comportano come dovrebbero (secondo me), ora non tanto usando le mani ma la lingua. 
Ne parlo con i miei figli ora che sono più grandi, della mia fatica quotidiana di essere una madre fair, aperta e disponibile ad ascoltarli… e loro me lo dicono, me lo fanno notare quando sbaglio. E non vi sto nemmeno a dire quante volte mi scuso. Perché così come stanno crescendo loro, sto crescendo anche io come madre, spero.  Ci aiutiamo a vicenda in questo viaggio, che non finirà con me o con loro, ma continuerà con i loro futuri figli, se ne avranno.

Non ho nessuna credenziale psicologica o pedagogica ovviamente, se non la mia esperienza, sia da figlia che da madre, ma vorrei comunque offrirvi alcuni suggerimenti, alcune idee che mi hanno aiutato nei momenti difficili, una sorta di 12 Passi per il genitore che sta per oltrepassare il limite (sono solo 5 per vostra fortuna…), per il genitore che magari vuole cambiare metodo lasciando da parte il rod of training, o la mano nuda:

  • nei momenti di maggiore frustrazione o di lotta o rabbia con una figlia (o figlio), fate l'opposto di quello che vorreste fare istintivamente. Ad esempio, quando vi verrebbe voglia di urlare o alzare le mani, abbracciatela e ditele "ti voglio bene". La situazione si calmerà immediatamente e sarà più facile parlare e ragionare. E questo funziona sia con figli piccoli che con figli grandi
  • il "time out", il periodo di isolamento dato ai figli per calmarsi e ripensare alle loro azioni, non e' solo per i figli: una pausa per riflettere e pensare a come agire, a cosa dire e' fondamentale anche per i genitori (accompagnati magari da un bicchiere di pinot grigio… scherzo!). Spesso una pausa di 10 secondi e' sufficiente per fermare il treno di emozioni che potrebbero portare all'uso delle mani
  • non etichettare i figli, non importa quanto ripetano lo stesso errore o quanto frustrati voi siate con un certo loro modo di fare! Non fateli vergognare. Immaginate di essere voi dalla parte ricevente di "Sei sempre pigra!" "Sei stupido!"  "Sei grassa!" Vi dico qual era la mia di etichetta:  i miei erano molto creativi e durante la mia adolescenza, siccome secondo loro ero sempre triste (e immagino lo fossi anche, principalmente a casa, ovvio… e poi comunque quanti adolescenti conoscete che non siano lunatici e imbronciati almeno un po'?) mi avevano appioppato il famoso nomignolo "Gufon Face". Quanto l'ho odiato e soprattutto quanto ho odiato il fatto che la loro fonte di ridicolo era la mia fonte di umiliazione.
  • il rispetto e la fiducia non sono strade a senso unico: per riceverli, bisogna darli. Nello stesso modo, se vuoi essere ascoltato dai figli, devi imparare ad ascoltarli. Il che non vuol dire cedere a ricatti e richieste, vuol dire solo che diamo validità ai loro sentimenti, che e' molto importante.
  • sbagliare e' parte della nostra condizione umana, e va bene così, sia per noi che per i nostri figli. L'importante e' chiedere scusa sinceramente.

Credetemi, non e' facile cambiare, non e' facile interrompere il ciclo di violenza che si impara da piccoli. 
Ma e' possibile, basta davvero volerlo, ed essere umili abbastanza da riconoscere di essere imperfetti e voler migliorare. Non c'e' bisogno di picchiare nessuno per essere ascoltati, anche se in certe situazioni verrebbe proprio voglia di farlo (su, su, non mentite: quante volte avreste voluto usare un bastone per disciplinare l'impiegata dell'anagrafe che vi sbaglia il documento o quello delle poste che si muove con la velocità  di uno bradipo-zombie?)  Ricorrere alla violenza, sia essa provocata e meritata o meno, e' un segno di fallimento, comunque lo vogliate imbellire, farlo benedire dal pastore di turno o coprirlo di pailettes e gloria postuma.

Ogni volta che ho alzato una mano verso mio figlio e non era per dargli una carezza, ho fallito nel mio ruolo di genitore. 
Ogni volta invece che ho alzato una mano verso uno dei miei figli e gli ho dato una carezza e non una sberla, ho vinto una battaglia. E siamo tutti migliori per questo.

Violet e' tornata a casa un paio di giorni fa con questo "lavoro" fatto in classe. E' appeso al muro, per ricordarmi a cosa servono le mani.



Vi lascio con la bellissima poesia di Dorothy Law Nolte (ho anche il libro…) Qui la traduzione.





p.s.: un ottimo libro che mi ha aiutato tanto e' Men Are From Mars, Women Are Form Venus…Children Are From Heaven di John Gray. E' stato tradotto in italiano, e lo trovate qui

giovedì 11 settembre 2014

Una promessa al futuro fatta sul passato

Ho poco da dire.
Quello che ho vissuto durante l'11 settembre 2001, e nei mesi seguenti, l'ho scritto in altri post passati, come questo del 2008, ma ho trovato un articolo in cui l'autrice parla brevemente del National September 11 Memorial and Museum e della sua riluttanza a visitarlo.
Lei, che quella giornata l'aveva vista accadere dai marciapiedi in fronte al suo ufficio al Wall Street Journal, come tanti New Yorkers trova difficile re-immergersi nell'incubo tangibile di quegli eventi.

Per chi l'inglese non lo mastica abbastanza, in questo articolo l'autrice intervista la direttrice del museo, Alice Greenwald, che per 8 anni ha raccolto, catalogato e ricordato gli eventi di quella mattina di settembre, cristallizzandoli. In questa tomba gigantesca, piena di ricordi e fantasmi, si rivela lo scopo di questo museo/memorial, anzi di tutti i memorial, che e' quello di ricordare, non solo gli eventi, e ognuno poi può deciderne il significato dentro di se', ma anche ricordare che, di fronte alle azioni più orrende di cui gli esseri umani sono capaci, accanto allo yin che ci rende inumani, c'e' sempre la forza positiva, l'umanità più elevata, lo yang che ci redime.
Una delle frasi che mi hanno colpita e' questa:

"Memorials are the way people make promises to the future about the past…. They are “places of encounter” where we can pay respects to people whose lives were taken unjustly. In them, we can find the worst of our human nature, but also, inevitably, the best."
"I Memorial sono il modo in cui la gente fa' delle promesse al futuro sul passato… Sono posti in incontro dove e' possibile rispettare le persone le cui vite sono state prese ingiustamente. In essi. possiamo trovare il peggio della nostra natura umana ma anche, inevitabilmente, il meglio."

La natura umana e' senza dubbio capace delle azioni più inumane che possiamo immaginarci, basta accendere la tv su qualsiasi telegiornale per averne la conferma.
Ma per contrasto, proprio nell'oscurità più profonda, si intravede un raggio di luce. Non lo dico in termini religiosi, ma puramente umanistici; e' proprio questa la promessa di cui, secondo me, parla Mrs. Greenwald.
Se mai andrete in visita a NYC, vi consiglio di andare a visitare questo museo. Lo faro' anche io senz'altro, dovessi mai tornare da quelle parti

Uno degli aspetti piu belli della natura umana lo troviamo in questo videoclip, dagli archivi del Daily Show with Jon Stewart:  9 giorni dopo la tragedia, torna in tv, e lo fa' con una grazia e un'umanità che sono solo sue.
Tanto di cappello al mio amatissimo Jon, per averci fatto ridere, nonostante tutto.


mercoledì 3 settembre 2014

La mia sfida

Ne hanno parlato e straparlato tutti.
E' stato il tormentone internazionale di questa estate. Abbiamo visto, e sopportato, tutti centinaia di video, alcuni normali, alcuni divertenti ed altri da vergognarsi all'infinito.
Da questa parte dell'oceano, dove e' nata, in Italia e ovunque esiste acqua da sprecare, tante, tantissime persone hanno accettato "la sfida", in pratica una catena di santantonio ma "col cuore", e si sono buttate addosso da sole o con l'aiuto di qualche amico o fotomodello che capitava di li' per caso (come la Versace ridicolissima nel suo inglese biascicato), esortando amici e il mondo intero a donare per l'ALS. E' stata una sfida in cui hanno partecipato un po' tutti, ricchi e "poveri" (i veri poveri manco hanno i soldi per pagarsi l'acqua, quindi penso non li vedremo in nessun video), donne e uomini, in carriera o a casa, anche tanti bambini ... tanti che sono "nessuno" ma anche tantissimi di quelli "che contano", o che vorrebbero farlo, hanno scelto questo tipo di stunt philantropy, gesto filantropico mischiato a montatura pubblicitaria (lo intendo non con una connotazione negativa di per se) e lo hanno fatto principalmente per due motivi:
  • raccogliere fondi per supportare la ricerca scientifica per trovare la cura per una malattia piuttosto rara che offre altrimenti pochissime speranze di sopravvivenza
  • sensibilizzare l'opinione pubblica dell'esistenza di una malattia che colpisce circa 5000 americani ogni anno: le stime sono imprecise, perché non esiste un registro nazionale unico, e si presume che esistano circa 30000 malati di ALS negli US. Questo ad esempio, e' un registro ufficioso di pazienti con ALS. Nel mondo si stima che esistano circa 400000 persone con questa malattia. Tra i nomi più famosi di persone colpite ricordo Lou Gehrig (in America l'ALS e' conosciuta comunemente come Lou Gehrig's Disease) un idolo del baseball che ha giocato nei New York Yankees per quasi 20 anni, con moltissimi record, e Stephen Hawking, forse il più importante fisico teorico dei nostri giorni, che a 72 anni e' uno dei pazienti che ha sopravvissuto più a lungo con questa malattia, più di 50 anni … e ovviamente, Morrie Schwartz, protagonista del libro, che adoro, Tuesdays With Morrie. 
Sono entrambe motivazioni nobilissime e importanti.
Qui in America nel giro di 2 mesi di secchiate, sono stati raccolti più 100 milioni di dollari per l'ALSA, l'associazione dietro questa iniziativa, non male per un'organizzazione che in media, raccoglie forse 5 milioni di dollari all'anno di donazioni! Il tutto grazie ai contributi generosi di circa 3 milioni di persone (il che equivale a circa 3 milioni di video… diomiscampi!)

Dopo aver applaudito questa iniziativa e la generosità degli americani (e di tutti quelli che hanno donato nel mondo), mi sono anche io come tanti chiesta perché milioni di persone, che non solo non hanno nessun interesse personale o civile verso l'ASL, ma che in particolare o non donano mai oppure quando lo fanno, e' un evento anonimo, hanno donato in questo caso con video di contorno…  mi da' un po' l'impressione che si tratti di un atto di generosità "pelosa", che si fa' perché ci da' l'opportunità di metterci un po' in mostra, un'iniziativa benefica che solletica il nostro desiderio represso di "fama".  Forse. Oltre allo strazio estivo di vedere persone cercare di affogarsi prima di prendere in mano la carta di credito, stuzzicando altre persone a fare lo stesso, siamo stati testimoni di una varietà di situazioni che hanno poco a che fare col desiderio di aiutare questi 30000 malati, e più con la ricerca di notorietà tra i propri pari, con gente che ha cercato di essere creativa e "divertente" nel realizzare questa sfida, con risultati spesso ilari e a volte pericolosi. Ma il fine giustifica i mezzi, in fondo e' un'iniziativa "divertente", e ha superato qualsiasi altra campagna di qualsiasi altra organizzazione. Quindi, kudos a chi l'ha creata e congratulazioni all'ALSA.

Poi pero' mi chiedo quale sarà l'effetto per tutte le altre migliaia di charities, di organizzazioni altrettanto meritevoli che possono offrire un bang for your buck, cioè rapporto contributo/effetto, molto superiore a quello che offre l'ALSA… ad esempio, quanto ricevera' quest'anno la National MS Society, la Societa Nazionale per la Sclerosi Multipla, perché trovare una cura per questa malattia avrebbe un impatto 10 volte maggiore paragonato ad una cura per la ALS, come minimo, visto che solo negli US le persone affette da quest a malattia sono circa 300000.  Oppure la Croce Rossa, che e' sempre in prima linea in tutti i paesi nei momenti più difficili, oppure Meals on Wheels, che ogni giorno provvede a dar da mangiare a 2 milioni e mezzo di persone anziane in America…  Migliaia di organizzazioni che probabilmente perderanno molti dei contributi su cui contavano, perché su 3 milioni di contribuenti, immagino che la maggior parte siano persone come me, con un budget limitato per donazioni.
E non e' che uno debba solo donare a cause che hanno un effetto globale e tangibile, perché e' proprio attraverso donazioni individuali più che contributi governativi che malattie rare vengono considerate "meritevoli" di intensa ricerca scientifica. Pero', come riportato in questo articolo, i benefici di 100 milioni per la ricerca sull'ALS saranno per forza limitati a breve termine, e se e quando ci saranno dei benefici a lungo termine, saranno limitati al numero di persone che l'ASLA potrà aiutare.
Poi e' vero che i contributi della ricerca scientifica in un campo spesso "tracimano" in altri, pero' si parla sempre di anni di attesa incrociando le dita...

Per quanto riguarda la "consapevolezza sociale", che e' una delle ragioni citate da tutti per questa sfida,  pensateci bene, essere consapevoli che esiste l'ALS ha un effetto molto minimo. Non e' come, ad esempio, sensibilizzare l'opinione pubblica sull'importanza, chesso', di mettere i bambini nei seggiolini appositi in macchina, o sulla discriminazione che le persone gay ricevono quotidianamente, o magari una campagna per creare attenzione verso l'autismo in tutte le sue "configurazioni"… Ora so che esiste questa malattia terribile che colpisce 5000 persone all'anno, e …?
Tra l'altro qui si sono verificate delle scene ipocrite in cui alcuni congressmen che avevano votato in favore di leggi che tagliano i fondi pubblici per la ricerca per l'ASL, hanno senza nessun problema accettato la sfida. Non necessariamente persone ipocrite, ma se ci fossero più fondi pubblici, ci sarebbe meno bisogno di raccolte di fondi privati...

Poi comunque mi da' fastidio l'obbligo di fare quello che fanno tutti, dare dove danno tutti. Ma forse sono solo io fatta così...

Quindi visto che in qualche modo mi trovo, come spesso mi capita, ad applaudire e criticare contemporaneamente questa iniziativa, ho deciso di auto-nominarmi e parteciparvi, ma con un paio di modifiche, perché e' giusto aiutare tutti i nostri "compagni di viaggio" che vivono con noi su questo pianeta, quelli che cercano di sopravvivere a difficoltà ed ostacoli quotidianamente, ma e' ancora più giusto fare una scelta personale, sentita. Donare dei propri soldi e del proprio tempo a cause in cui crediamo davvero e' fondamentale in una società civile, e stranamente, aiuta non solo chi riceve, ma anche e soprattutto chi dona. Al di la' del momento registrato su un video.








p.s.: non c'era il sole, quindi senza l'aiuto dei pannelli solari l'acqua era sui 24 gradi centigradi… 
p.p.s: ho donato al santuario per animali della mia amica Toni, Whisper's Ranch e al PCRM, Physicians COmmittee for Responsible Medicine.


Ice Bucket Challenge "famose"
Stephen Hawking
Homer Simpson
E la collezione di IBC fallimentari...


martedì 26 agosto 2014

Video-stralci dalla mia vita qui

Magari non ve ne frega una cippa, io pero' spesso mi chiedo come sarebbe se conoscessi dal vivo chi mi legge, se vivessimo vicini, se ci frequentassimo di persona, perché io scrivo quando posso, di quello che mi colpisce o di cui vorrei parlare, delle mie esperienze quotidiane, e voi leggete di fretta o magari anche no, e magari commentate, qui o su facebook, e si creano queste conversazioni veloci e in qualche modo mi illudo che esista una relazione tra di noi, che mi conosciate davvero. 

Così per darmi e darvi un'idea della mia vita qui, ho pensato di portarvi con me in 4 situazioni diverse che sono la normalità, o quasi, per me.
Non e' la prima volta che pubblico dei video personali, diomio no, pero' questa volta davvero vi pensavo tutti mentre li facevo!

Siete pronti?

Allora, sedetevi nel mio catorci... pulmino che andiamo in autostrada insieme, con accompagnamento musicale di uno dei miei gruppi preferiti! (avete notato il traffico e l'affollamento edilizio?)





Imparate la fonetica con Violet, cosi' come avevo fatto io a suo tempo con Chris...




Venite a vedere da vicino un paio di ospiti temporanei del mio giardino >> 2 roadrunners, i famosi Bip-Bip tanto odiati/bramati da Vil Coyote… (questo video l'avevo già pubblicato qualche giorno fa su fb, ma incontri così ne capitano spesso)




Godetevi con me uno dei tanti arcobaleni nel cielo incazzoso che i monsoni ci regalano…




Vi abbraccio tutti virtualmente, che magari un giorno ci incontreremo davvero, magari qui così sul catorcio ci salite davvero!
Alla prossima!

lunedì 18 agosto 2014

Vegan Hot Dogs: due ricette sane E buone!

Devo scrivere il nuovo articolo per l'edizione autunnale della Newsletter della Co-op, e mi sono resa conto che l'articolo che avevo scritto per l'edizione estiva conteneva 2 ricette che potrebbero interessarvi. Quindi in ritardo quanto l'estate italiana, ve le passo adesso, nella speranza sempre che proviate anche voi a mangiare almeno una volta alla settimana con compassione!

Qui trovate l'articolo con le ricette in inglese, a pag. 4

Prima ricetta:

HEALTHY VEGAN HOT DOGS

INGREDIENTI
1/2 Cup (125g) fagioli cotti o in scatola (scolati e risciacquati). Io uso i Pinto, ma penso che i borlotti vadano bene.
1/2 tsp (2,5g) aglio in polvere
1/2 tsp cipolla in polvere
1 tsp (5g) coriandolo in polvere
1/4 tsp (125g) maggiorana in polvere
1/4 tsp (125g) macis  Se non lo trovate, va bene anche la noce moscata.
1/2 tsp (2,5g) farina di senape
1 tsp ( 5g) paprika spagnola (affumicata)
pepe q.b.
1 Cup (250g) farina d'avena (avena in fiocchi passata nel robot da cucina oppure farina integrale)
1/4 Cup (63g) glutine
1/4 Cup  (63g) lievito in scaglie
2 Tbs (30g) salsa di soia
1/2 Cup (125g) acqua
pellicola d'alluminio e carta da forno


PROCEDURA
Passare i fagioli nel robot da cucina finche' non diventano praticamente un impasto che metterete in una ciotola. Mescolare tutte le spezie insieme, e aggiungerle ai fagioli. Aggiungere tutti gli altri ingredienti e mescolare bene. Io uso le mani per impastare il tutto bene.
Preparare 6 (dipende da quanto saranno grandi i vostri hot dog) rettangoli di foglio d'alluminio e di carta da forno, di circa 20cmx15cm.
Prendete un pezzo dell'impasto, per un hot dog normale circa 1/4 Cup/65g, e rotolatelo su un tavolo e tra le mani e create un salsicciotto tipo würstel di circa 13 o 14 cm di lunghezza. Arrotolate l'alluminio attorno all'hot dog (se siete come me e il contatto del cibo con l'alluminio non vi piace, potete prima avvolgerlo in un rettangolo di carta da forno, poi nell'alluminio), e chiudetene le estremità come se fosse l'incarto di una caramella. Continuate a creare altri hot dogs con il resto dell'impasto, poi metteteli belli incartocciati in una pentola con cestello a vapore, incoperchiatela, fate bollire l'acqua e fateli cuocere a vapore per circa 40 minuti.
Metteteli poi a "riposare" nel frigorifero per 4 ore, o durante la notte.
Ora saranno pronti per essere grigliati, se volete,  per qualche minuto, oppure riscaldati in padella. Mettere l'hot dog nell' hot dog bun, il panino lungo apposta (noi li troviamo integrali), "condire" con senape, ketchup e crauti o pickle relish, che in pratica e' un condimento creato tagliando a pezzettini minuscoli i cetriolini sottaceto, e mangiare.


L'impasto di fagioli, spezie, farina e glutine

Eccolo pronto per essere avvolto nella carta da forno...

… tutti gli hot dog sono pronti per la cottura a vapore.
Eccolo pronto ad essere "scartato"!
Con l'hot dog bun
Il prodotto finale, coperto con i miei topping preferiti!


Seconda ricetta:

BUNNY-DOGS (gli hot dog del coniglietto)

Due parole di introduzione a questa: la prima volte che ho mangiato un bunny dog e' stato durante un evento vegan a Tucson, uno dei ristoranti vegani era presente con un hot dog cart, un carrettino come quelli che si vedono a New York City, per darvi un'idea, e non ci credevo che non fosse il solito hot dog vegano che si trova nei negozi qui, tipo Tofurky o LightLife, fatto solitamente con proteine vegetali idrolizzate ed olio, ma una carota. Ho scoperto poi che e' un'idea stra-usata nel mondo vegan/salutista, e vi posso assicurare che oltre ad essere originale, e' davvero buona! 

INGREDIENTI

4 carote tagliate della stessa lunghezza dei buns
1/4 Cup (63g) aceto di riso o aceto di sidro di mele
1/4 Cup (60ml) acqua
2 Tbs salsa di soia (o tamari, che e' senza glutine)
1/4 tsp aglio in polvere o 1/2 spicchio d'aglio schiacciato
una spruzzatina o due  di estratto di fumo (liquid smoke, lo potete trovare penso in negozi specializzati in aromi/spezie strane)
pepe a piacere


PROCEDURA
Riempite (quasi) una pentola d'acqua e portatela ad ebollizione. Aggiungete le carote ed abbassate la fiamma a medio. Quando le carote sono cotte abbastanza che si possono bucare facilmente con una forchetta, in pratica al dente, toglietele dall'acqua di bollitura e passatele sotto acqua fredda per fermarne la cottura.
Unite tutti gli altri ingredienti in un contenitore ermetico e mettevi a marinare le carote per almeno 3 ore. Scuotetelo ogni tanto, per muovere la marginatura bene in giro. Sappiate che più a lungo marinate le carote, e più prenderanno il sapore dell'aceto.
Passatele al forno riscaldato a 175C, o su una griglia per 10/15 minuti.
Mettetele nel bun e, come per gli altri dogs, copritele con i condimenti che volete. Enjoy!

(Mi dimentico sempre di fare le foto quando li preparo, quindi niente immagini… dovrete prepararli voi!)

martedì 12 agosto 2014

Mork e la scintilla di pazzia che lo ha riportato su Ork

Non so con esattezza perché, ma la morte di Robin Williams mi ha colpito piuttosto fortemente. Sara' che anche io, come milioni di persone, sono cresciuta con Mork & Mindy, sarà che amo le persone che mi fanno ridere, e sicuramente Robin Williams e' nell'Olimpo dei comici, ma appena saputa la notizia, mi e' venuto un po' il magone. Perché in qualche modo lo sapevamo un po' tutti che dietro quella comicità irrefrenabile, esistevano tormenti e demoni profondi (come spesso capita con i comici, la loro comicità ha radici in sofferenze), lo sapevamo tutti, almeno qui in America che ne seguivamo gli ups and downs, i saliscendi fatti di grandi successi professionali e cadute e ricadute personali tra gli artigli dell'alcol, che qualcosa sarebbe potuto succedere. E ne aveva accennato in tante interviste negli ultimi anni specialmente.
Nella sua ultima intervista con Jon Stewart del Daily Show, Robin Williams parla apertamente della sua lotta contro l'alcolismo (oltre all'alcol, aveva anche abusato di cocaina negli anni '70 e '80), e dice, rispondendo a Jon che menziona la sua paura, una volta che aveva smesso di farsi, di non essere più capace di creare, di far ridere la gente, "the main operative word is fear… the fear is there, and you're try to overcome it with that, but if you can deal with fear and realize that some of it  is real and some isn't, and then come throughout that…" "La parola operativa e' paura… la paura e' li', e tu cerchi di superarla con quella (la sostanza chimica), ma se riesci a trattare con lei e realizzare che un po' e' reale e un po' no, e poi riesci a passarci attraverso…"

Paura di non essere adeguato, di non farcela, di aver bisogno di alcol… Depressione.

E' difficile per noi "comuni mortali" concepire che una persona che verosimilmente ha raggiunto l'apice di successo, fama, soldi, sia depressa o viva paralizzata dalla paura… Eppure e' la realtà di tante persone, persone meno famose e ricche, persone "normali", con una vita che sembrerebbe perfetta, o comunque una vita che vale la pena vivere.

La mia prima esperienza con la depressione risale a una trentina di anni fa, mi ricordo un Natale in cui mia madre era sdraiata sul divano non so se piangesse o meno, ma non era felice. Non capivo perché e pensavo, vabbe' ma perché deve fare cosi' a Natale? Perche non si alza e si unisce al resto della famiglia?
E' un ricordo vago, ero un'adolescente penso, e ricordo le parole "esaurimento" e "depressione"…

La seconda esperienza che ho avuto con la depressione e' stata molto più drammatica e difficile, e l'ho vissuta quando mio marito e' stato diagnosticato come bipolare/depresso, 12 anni fa. La stessa diagnosi di Williams, tra l'altro.
L'intervento della polizia, il ricovero in un ospedale psichiatrico seguito da mesi, anni di medicine, terapia, gruppo di supporto.. mentre io con 3 figli piccoli (Vivian non aveva nemmeno 2 anni) mi ubriacavo di informazioni su cause, cure, pericoli… lo sapevate che il 25% di persone diagnosticate bipolari commettono suicidio? Io ho vissuto con questa spada di Damocle per anni.
Oltre al trovarmi a dover imparare a convivere con una malattia di cui si parla poco, una menzione particolare va allo stigma che qualsiasi malattia mentale porta con se e all'isolamento che ne consegue... sono convinta di essere riuscita a sopravvivere a quegli anni un po' perché non avevo scelta e un po' grazie al mio piccolo gruppo di amiche locali che erano a conoscenza di quello che mi succedeva, e sono state presenti nonostante lo stigma appunto.
Prima del mio incontro ravvicinato con la depressione, anche io facevo parte del gruppo di persone che, di fronte ad una persona depressa, pensava Snap out of it!,  Riprenditi!
Ora so che non basta schioccare le dita o battersi i tacchi delle scarpette rosse, non si esce dal tunnel della depressione con un colpo di bacchetta magica...
Non vi tedio con i dettagli, ma e' stata una lunga battaglia combattuta da parte sua, con me al margine…Tanto lavoro che lui ha fatto su se stesso, dall'imparare a riconoscere i "momenti giù" e i sintomi, quando tornavano, all'accettare la propria imperfezione, la propria immaturità emotiva ed essere disposto ad accettarsi e a cambiare, ogni giorno… tanto lavoro anche da parte mia… una battaglia dove la sua "fortuna" e' stata anche quella di non avere mai avuto problemi di abuso di sostanze chimiche.

Quali fossero i demoni interiori che tormentavano Robin Williams, probabilmente non lo sapremo mai, non possiamo capire in quale oscurità vivesse, per noi e' inconcepibile, ma guardatevi intorno, perché siamo tutti circondati da persone che soffrono silenziosamente. E se avete qualcuno nella vostra vita che soffre di depressione, che vive una paura che voi non capite, ma che per lui e' così forte e potente da dominargli la vita, non accantonate questi suoi sentimenti come insignificanti, o facili da superare, perché per questa persona non lo sono. Che almeno sappiano che sono amati. E che riconosciamo che i loro dolori sono veri e non un parto della loro immaginazione o un modo perverso per cercare attenzione (questo e' quello che si sente spesso dire in relazione alla depressione).

Robin Williams ha toccato in modo indelebile la fantasia e le vite di milioni di persone nel mondo. Che la sua morte prematura ricordi a tutti che la depressione e' una malattia vera, che non c'e' niente di intrinsecamente sbagliato o marcio in una persona che soffre di una malattia mentale, qualsiasi essa sia. Che esiste aiuto (anche se spesso quello che possiamo dare noi come famigliari o amici e' solo la nostra presenza e il nostro affetto) e che possono vivere una vita normale, e persino guarire.
Parliamone apertamente, cosi come parliamo di diabete e asma.

Perché alla fine siamo tutti un po' pazzi.

"You're only given one little spark of madness. You mustn't lose it."  (Robin Williams)

"Ti viene data solo una piccola scintilla di pazzia. Non devi perderla."


Qui l'intervista di cui vi parlavo dello scorso settembre con Jon Stewart:

sabato 9 agosto 2014

Le persone sempre polemiche (mini-sfogo)

Un post veloce, uno sfogo più che altro, per ritrovare il ritmo di quando scrivevo frequentemente.

Ho riscontrato che trovo sempre più difficile avere una relazione normale con persone polemiche per natura, quelle che sono sempre pronte a dichiarare l'opposto di quello altri dicono o scrivono, quelle che, ogni cosa tu scriva o dica, sono sempre aggressivamente pronte a contraddire tutto e tutti, con la coda di paglia come se fosse sempre tutto detto o scritto "contro" di loro o la loro opinione… ti correggono per tutto e non in maniera simpatica e divertente, ma col tono che dice "sei scema"… pero' quando tu correggi loro (perché ancoro loro dicono e scrivono troiate, eh?), allora si inalberano subito. Diomio! Come si fa' a vivere sempre così comunque? Mica e' uno stato d'animo, il loro, un momento così... Sono sempre sempre sempre così. Senza sosta.

Ma fosse solo la natura polemica! Spesso, anzi quasi sempre, alla natura polemica si aggiunge una evidentissima assenza di senso dell'umorismo e dell'autoironia (quella vera, quella che e' leggera come il battito d'ali di un colibrì e non pesante ed esagerata come la cavalcata degli elefanti), e questa e' per me una combinazione catastrofica ed assolutamente insopportabile. Non le reggo per più di mezzo minuto, se le reggo.
Morale? Le evito quando e quanto posso e mi chiedo: ma loro lo sanno quanto sono insopportabili? Mah.


mercoledì 6 agosto 2014

Si ricomincia!

Lunedì e' ricominciata la scuola.
Era il giorno che stavo aspettando da quando avevo visto quel + azzurrino sul test di gravidanza quella mattina dei primi di ottobre 2008… e quindi da lunedì sono ufficialmente IN VACANZAAA… Scherzo, ovvio che noi mamme non si va mai in vacanza.
Diciamo che ho circa 7 ore in cui posso cazzeggiare indisturbata, pur sapendo che dovrei usarle per cercare di recuperare questa casa in cui tutto e' stato messo più o meno in attesa da diversi anni.
Be', l'attesa e' finita. si tratta ora solo di darsi da fare… io comincio dal blog!
Per il momento davvero mi godo queste ore di libertà', questo sapermi priva di costrizioni temporali e di sensi di colpa per essere sempre indietro con tutto e non essere la meravigliosa madre creativa dalla casa perfetta che sognavo di essere, prima che avessi una casa, o figli, ovviamente.

Inizio col dirvi che il riposo del mattino e' stato subito rovinato dai compiti, non quelli delle figlie, ma i miei!!  Infatti mi sto ancora riprendendo da un crampo al polso, perché i primi giorni di scuola per noi genitori significano una caterva di moduli da completare e firmare: a partire dal contratto per il trasporto con lo scuolabus (con tutte le regole e i vari gradi di "punizione", fino alla perdita del privilegio dell'uso dello schoolbus) poi tutti gli insegnanti delle medie e superiori mandano a casa il syllabus della loro materia, una traccia a grandi linee di quello che insegneranno, e una mini guida sulla condotta degli studenti, sul modo in cui i voti verranno conteggiati, cosa e' consentito o meno, che studenti e genitori devono leggere e firmare, per far si' che  siano tutti coinvolti e responsabili ed evitare poi problemi durante l'anno.

Emily e' tornata da scuola contenta, sono 2 giorni che e' di ottimo umore, sarà che forse si e' scrollata di dosso la maledizione dell'untore... del freshman, e quindi per il momento si gode il fatto di essere una sophomore (o come le ho suggerito io, una suffer-more) con i taciti privilegi che comporta il non vivere più nel fondo della gerarchia della high school. Non e' che esistano nella nostra high school atti eclatanti di bullismo vero e prorpio verso i freshmen, e nemmeno le innocue ma umilianti attività di hazing come quando facevo il ginnasio (com'era? San Firmino firma il quartino?), la differenza e' che ora può guardare lei dall'alto al basso i ragazzetti  del primo anno e dire con superiorità "he's a freshman" come se dicesse "he's a cockroach".
 Le piacciono quasi tutti i suoi insegnanti, 2 sono gli stessi dell'anno scorso,  eccetto quella di Honors Algebra/Trig che le e' parsa "noiosa"… Cosa si aspettava, Algebra/Trigonometria, The Party? Kids today….

Vivian come sempre ama la scuola ma soffre la folla di studenti, e quest'anno, con la chiusura delle 2 charter school di Sierra Vista, la popolazione studentesca di tutte le scuole pubbliche e' aumentata parecchio, ed e' quindi tornata a casa spossata, ma le sono piaciuti tutti gli insegnanti, soprattutto quello di scienze (una classe dove oltre ad essere tutti studenti Discovery, quindi ragazzi che sono almeno interessati ad imparare), Mr. Graeme che e' molto carismatico e amato dai suoi studenti (lo ha avuto anche Emily, e lo adorava!). A detta di Vivian,  e' molto cool. Io incrocio le dita e spero in un semestre senza troppi problemi emotivi.
Piccola parentesi, forse ne ho già parlato in precedenza: faccio fatica a chiamare gli insegnanti di medie e superiori "professori", perché qui gli unici cui viene dato tale appellativo sono quelli universitari, gli altri sono tutti Mr. o Ms./Mrs. Chiusa parentesi.

Ovviamente tutti eravamo in attesa di vedere Violet nel suo primo giorno di questa carriera scolastica d'obbligo, 13 anni che iniziano con il Kindergarten a 5 anni e finiscono con la graduation dalla high school.
Lei era pronta, prontissima: sveglia alle 6:30 (cosa durissima per una che, a differenza dei fratelli alla stessa eta', e' una grande dormigliona), colazione, scelta del vestito, spazzolamento capelli, preparazione pranzo (a quel punto io ero già stressata e pronta a tornare in "vacanza", o almeno a letto) e via verso la fermata dello scuolabus, che sarebbe arrivato, secondo la schedule alle 7:26.
Ora, quando Chris,  Emily e Vivian avevano iniziato il Kindergarten, eravamo in New Jersey, e la loro scuola aveva un sistema diverso: anzitutto, l'orario d'inizio scuola per il Kindergarten era leggermente più tardi di quello per il resto della scuola, quindi i bambini avevano un loro schoolbus separato da quello degli altri bambini più grandi (bene!).  Poi tutti i kindergarteners dovevano indossare, per la prima settimana di scuola, un cartellino con il loro nome e nome della maestra, così che se si fossero persi nei meandri della scuola, chiunque avrebbe saputo aiutarli. Io li ho sempre salutati alla fermata, sapendo che sarebbero stati sicuri, e non ci sono mai stati problemi con nessuno dei 3.
Qui invece non esiste un trattamento differenziale, ma suggeriscono ai genitori di portare a scuola i bambini il primo giorno, per aiutarli a trovare il punto di ritrovo della propria classe (la maestra l'avevamo conosciuta venerdì scorso all'Open House, l'evento in cui si "scopre" la propria maestra, si visita la classe nuova, perché ricordatevi che qui ogni anno si cambia maestra/classe): tutti gli studenti si radunano nel campo giochi della scuola per giocare e rilassarsi prima che inizi la giornata scolastica (lo chiamano morning recess, intervallo mattutino) e quando suona la prima campanella, si mettono in fila a seconda della maestra (il cui nome e' dipinto per terra)… ovvio che da soli, questi poveri piccolini non saprebbero mai cosa fare.
Vabbe', fin qui mi sembra che tutto sia fattibile, eccetto che io lunedì mattina, avendo dovuto prestare il mio pulmino a Chris, che doveva essere al lavoro alle 4:30 (apriva la piscina), visto che la sua Juliette era dal meccanico, di farmi 2 km a piedi con Violet, prima che iniziasse la scuola per la prima volta  non ne avevo voglia (si', sono una viziata pigrona americana, che vi posso dire?), così le ho fatto prendere lo scuolabus, dopodiché io, pedalando come una matta, sono andata in bici ad incontrarla mentre scendeva dal bus a scuola, e l'insieme siamo andate al posto del line-up.
E' stato li' che ho visto in lei i segni di quell'ansietà che precede l'inizio di qualcosa di nuovo, di cui non si ha esperienza, in un posto sconosciuto… ma quando e' suonata la campanella e Mrs Pierre, la maestra, l'ha presa per mano e le ha detto "You're the line-leader", visto che era lei la prima della fila, e l'ho vista marciare un po' impaurita verso la sua classe, che ho avuto la conferma che sarebbe tutto andato bene!
E cosi' e' stato! Una mia amica che lavora come para-professional (una sorta di maestra di sostegno, ma senza la qualifica di maestra) per un'altra insegnante del K, mi ha detto che ha visto Violet durante il pranzo e fuori durante il recess, ed correva scatenata e felice! Come suo fratello, anche lei non ama parlare di quello che ha fatto in classe appena tornata da scuola, e così aspetto un po', e poi le faccio qualche domanda finche lei non mi racconta quello che si ricorda della giornata! Per il momento so che ha conosciuto una bambina, si chiama Isabel, che e', qui ripeto le sue parole "smart like me", furba come lei! Come fai a saperlo, le ho chiesto? Me lo ha detto lei. Ah, ecco!
Cosa darei per essere una mosca nella sua classe una volta!!

Ieri, secondo giorno, ha fatto tutto da sola, ma mi ha detto che non riusciva a trovare la fila giusta e "le lacrime avevano cominciato a scendere", ma la sua maestra l'ha vista, l'ha abbracciata e l'ha portata con il resto della classe!
Oggi dovrebbe andare meglio, mi ha detto che si ricorda dove deve andare!

Evviva la scuola!

Ecco alcune immagini di lunedì:


Pronte!

Alla fermata dello scuolabus

E' salita cosi di fretta che non sono riuscita a farle una foto!

La Fagiolina e Ms. Heidi, che dal 2007 porta avanti e indietro da scuola i miei figli!

Aspettando che suoni la campanella...

… si va a giocare un po'...

… e a consumare un po' di energie….

La campanella e' suonata, tutti in fila...

Si entra a scuola, finalmente! Da notare in questo video, come la mia bici, che pensavo di aver parcheggiato fuori dai piedi di tutti, invece stia intralciando tutti! E no, non ho detto una parolaccia di fronte a bambini, genitori ed insegnanti: come tutti i genitori americani, ho imparato a sostituire "shoot" all'equipresente "shit"…





Tutti seduti ad ascoltare la maestra che legge un libro: The Kissing Hand, che tra l'altro e' uno dei nostri preferiti e che raccomando a chi ha figli (che parlano inglese) e iniziano la scuola...
Dopo averli salutati, noi genitori dei kindergarteners ci siamo diretti al "Boo-Hoo Bash", la festicciola piagnisteo, dove una colazione in piedi era la scusa per genitori tristi trovarsi e abbandonarsi ai ricordi e lamentarsi di come vola il tempo, etc. etc.




Per me sarebbe stata più pertinente una "Woo-Hoo Fest", la festa della gioia! Premetto che non ho pianto nemmeno quando Chris, il mio primogenito, ha iniziato il Kindergarten (allora evento ancora più desiderato che adesso se vogliamo, visto che avevo Emily che aveva meno di 2 anni ed ero incinta di 7 mesi di Vivian!), e che capisco la sensazione del tempo che sfugge, lo sconforto che ci prende quando realizziamo che quei pargoletti dolci e belli che ci tenevano in piedi di notte, che non volevano mai lasciarci andare, che chiedevano sempre il nostro aiuto, stanno crescendo, ma questo e' esattamente il nostro scopo come genitori, quello che siamo stati "chiamati" a fare: crescerli in modo che diventino adulti indipendenti e responsabili, capaci di vivere senza la nostra presenza costante, possibilmente in un posto loro, capaci di decidere con la loro testa in modo preferibilmente razionale. Qui si dice be your own woman (or man). 
Niente lacrime, solo gioia: la Fagiolina sta crescendo, e io trovo solo motivi per celebrare… a parte le nuove rughette che mi sono spuntate a lato occhi!

Amicizie sbilanciate: una miniserie.

Quello dell'amicizia e' un argomento cui penso spesso, e di cui ho parlato anche nel blog frequentemente. Sin da bambina ho vissuto ...